L’allegro Natale bollito in pentola

[A Christmas Carol. In Prose. Being a Ghost Story of Christmas. Con illustrazioni di John Leech. Londra, Chapman & Hall, 1843. 1a edizione.]

Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!

(Charles Dickens, Cantico di Natale, prima strofa, traduzione di Federigo Verdinois, Hoepli, 1a ed. 1888. Cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il testo del Cantico di Natale in versione completa e in vari formati digitali.)

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)

L’orologio

[Photo credit: Gerhard Gellinger da Pixabay]
Terminata la guerra, non c’era lavoro per tutti nella città ancora disseminata di macerie e rovine. I due fratelli decisero di separarsi: l’uno sarebbe rimasto, l’altro sarebbe partito per cercare miglior fortuna all’estero. Scelsero di salutarsi sotto la Torre dell’Orologio, il primo edificio costruito dalla fine della guerra, simbolo della risolutezza della città di ritornare a percorrere il tempo verso un futuro migliore, con il suo enorme quadrante tra i più grandi al mondo divenuto pure attrazione turistica. I locali ne vantavano la notevole precisione, frutto dell’ingegno e della manualità degli artigiani cittadini, e di quelle doti virtuose che nemmeno le brutture della guerra avevano potuto cancellare: «Soltanto un misero secondo al giorno di differenza!» vantavano gli abitanti della città ai visitatori forestieri, e veramente, per un congegno tanto mastodontico, una tale inezia pareva del tutto insignificante, quasi miracolosa. «Pensate voi, solo per muovere lancette così colossali, grandi come braccia di gru o come ali di aeroplani…» continuavano fieri i locali.

Tanto era l’orgoglio per il loro simbolo cittadino, svettante di gran lunga sopra ogni altro edificio, che gli abitanti della città lo consideravano ormai il tempo campione assoluto, nel quale porre la massima fiducia e sul quale organizzare le proprie attività quotidiane, professionali o di svago. C’erano addirittura quelli che avevano perso l’abitudine di portare orologi da polso: la grande torre si poteva osservare nitidamente da qualsiasi punto della città, e quindi chiunque sapeva in ogni momento l’ora esatta, condivisa da tutti.

Così, su quel rinomato metro temporale, passarono gli anni, la città tornò completamente alla vita, obliando la tragedia di una guerra della quale, dopo sessant’anni, pochissimi ormai conservavano il ricordo. I due fratelli, ormai ottantenni, decisero di riunirsi, quello emigrato all’estero annunciò il suo ritorno per rivedere la propria città natia, e per lettera stabilirono di ritrovarsi sotto il celeberrimo simbolo cittadino, la grande Torre dell’Orologio, che aveva scandito il tempo della separazione, lo scorrere degli anni e ora il momento del ricongiungimento. Puntuale, il fratello emigrato giunse sotto la torre in un radioso sabato mattina, cercando di riconoscere tra la folla della piazza il proprio parente; lì vi rimase quasi sei lunghe ore finché, angosciato e sgomento, se ne andò, chiedendosi perché il fratello non si fosse presentato, cosa fosse successo. Questi, invece, arrivò solo qualche momento dopo, cioè dopo sei ore e cinque minuti, ovvero circa 21.900 secondi: in fondo solo un misero secondo al giorno, per sessant’anni.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi moooooolto particolari. Forse sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più, al riguardo.)

Destra? Sinistra? Ancora?!

Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Se una cosa è di destra, non va bene alla sinistra.
Se una cosa è di sinistra, la destra protesta.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.

La sicurezza è di destra, il clima è di sinistra,
gli immigrati di sinistra e la Madonna di destra.

Sinistra, destra, destra sinistra.

Una bella minestrina è di destra, il minestrone è sempre di sinistra (cit.).
Gli operai erano di sinistra, oggi son di destra.
I “padroni” erano di destra, oggi son di sinistra.
Abbassare le tasse è di sinistra e pure di destra, ma sia la sinistra che la destra non le abbassano.

Destra, sinistra.
Sinistra, destra.
Sinistra, destra.
Destra, sinistra.

Il culatello è di destra, la mortadella è di sinistra (cit.).
Eccetera.

Ma veramente ancora oggi, nel 2019, siamo qui a dibattere di politica in questo modo che non solo è ormai retorico e anacronistico, ma pure – vista la realtà dei fatti – francamente idiota?
Non è forse che (come già osservavo qui) proprio questa presunta “alternanza”, che ci viene fatta credere come la quintessenza della democrazia, sia invece diventata il suo più pericoloso cancro? Non ci sarebbe bisogno, pure qui, di un bel cambio di paradigma, di molta più concretezza oggettiva e molta meno puerile retorica?

Chiedo, ecco.

Giacomo Paris, “Jung parlava con i pesci”

Tra i vari bacini lacustri prealpini svizzeri, quello di Zurigo deve certamente la sua notorietà alla presenza sulle sue sponde della più importante città svizzera, la quale fa pure da inesorabile catalizzatrice della presenza antropica lungo le rive, più urbanizzate nella parte settentrionale del bacino – attorno a Zurigo, appunto – mentre via via che si scende verso le Alpi il paesaggio si fa sempre più rurale e silvestre. Tra le località che a Nord rappresentano meglio le peculiarità del territorio – Zurigo a parte – vi è Küsnacht, cittadina che della prima è da sempre uno dei sobborghi più eleganti e mondani; a Sud invece le poche case bianche raccolte attorno alla chiesa e circondate da boschi e prati del villaggio di Bollingen ne fanno un perfetto contraltare. Un cambio di paesaggio e di atmosfera notevoli in soli 30 km di distanza – ma una distanza pur ristretta nella quale si può condensare pressoché l’intera esistenza di una delle più grandi menti umane del Novecento, che qui visse: Carl Gustav Jung. Il quale a Küsnacht e Bollingen aveva le sue residenze principali, a ben vedere ciascuna rappresentante in modi diversi i due principi fondamentali della sua psicanalisi analitica (di derivazione platonica, e non casualmente o per pura logica psicanalitica), l’intro-verso e l’estro-verso, facendo di tale piccola porzione di Confederazione un territorio per molti aspetti “junghiano”.
D’altro canto parrebbe una cosa fuori da ogni logica condensare in così poco spazio, pur metaforicamente, una personalità variegata come quella di Jung, per “genetica” – se così si può dire – uno svizzero DOC, figlio di un pastore protestante, in teoria un prodotto antropologico della più piena cultura mitteleuropea, anzi di quella schwyzertütsch tipica della Svizzera centrale di storia teutonica, ancor più rigida e rigorosa. Perché in realtà Jung fu un individuo alquanto passionale, inquieto, dal carattere a volte impetuoso ma, soprattutto, assai contraddittorio eppure, forse proprio in forza di tale poliedricità, estremamente coerente con se stesso (ci vuole una rigorosa coerenza per mantenere in relazione elementi assai diversi quando non antitetici – la stessa Confederazione Elvetica ne è un esempio, in senso geopolitico) e, al contempo, molto più umano di certi altri personaggi fondamentali del tempo, su tutti il suo maestro Sigmund Freud. Così, quando nel 1955 morì la moglie Emma, Jung visse un periodo di notevole prostrazione mentale, spirituale e anche fisica, che restò custodita nelle appartate mura della sua “Torre” di Bollingen – la dimora che si fece costruire tra lago e boschi quale perfetta rappresentazione della sua visione esistenziale più matura.
È qui, in questo spazio-tempo intimo e per certi versi “misterioso”, che lo scrittore bergamasco Giacomo Paris decide di raccontare del grande psicanalista svizzero nel suo nuovo racconto, Jung parlava con i pesci, (Bolis Edizioni, 2019), il terzo di un percorso di narrazione rivolto ad alcune tra le più grandi figure del pensiero moderno – prima Freud e Hegel – attraverso il quale Paris è come se squarciasse il velo del reale/conosciuto per guardare dentro e superare le convenzioni biografiche condivise su tali grandi personaggi []

(Leggete la recensione completa di Jung parlava con i pesci cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)