Un post, presto!

Oh, caspita!

Mi sono appena reso conto di non aver programmato alcun post per oggi!

Sarà la vecchiaia incipiente, saranno queste feste obnubilanti o i troppi panettoni ingeriti e i cui canditi hanno ormai preso il posto dei neuroni, ma me ne sono proprio dimenticato. Che sbadato.

Uhm… ok, niente panico.
Forse qualcuno non c’ha nemmeno fatto caso.
Be’, ora ci rifletto sopra.
Mmm…
E scriverò qualcosa.
Sì.
Un post interessante, ovvio, una bella citazione, un testo inedito, qualche riflessione o considerazione significativa, niente di messo lì tanto per scrivere qualcosa, di sicuro.
Ehm…
Ci penso, sì.

Appena l’avrò scritto lo pubblicherò, ecco.
Meno male che me ne sono accorto, eh!

Zingari e sigari

Viktor Šklovskij ricorda che nel taccuino di Cechov si trova la storia di un tale che aveva percorso per quindici o per vent’anni la stessa strada, aveva letto ogni giorno un’insegna con la scritta ‘grande scelta di zingari’, e si era chiesto «Ma chi può aver bisogno di una grande scelta di zingari?» Quando, un giorno, l’insegna era stata tolta e appoggiata al muro quel tale aveva letto finalmente: ‘grande scelta di sigari’. Il poeta, secondo Šklovskij, è quello che sposta le insegne, è quello che istiga la rivolta delle cose.

(Paolo Nori, La grande Russia portatile, Salani Editore, 2018, pagg.94-95.)

L’allegro Natale bollito in pentola

[A Christmas Carol. In Prose. Being a Ghost Story of Christmas. Con illustrazioni di John Leech. Londra, Chapman & Hall, 1843. 1a edizione.]

Se potessi fare a modo mio, ogni idiota che se ne va attorno con cotesto “allegro Natale” in bocca, avrebbe a esser bollito nella propria pentola e sotterrato con uno stecco di agrifoglio nel cuore. Sì, proprio!

(Charles Dickens, Cantico di Natale, prima strofa, traduzione di Federigo Verdinois, Hoepli, 1a ed. 1888. Cliccate sull’immagine per leggere e scaricare il testo del Cantico di Natale in versione completa e in vari formati digitali.)

Uno scarpone abbastanza grosso

Il Paul fa sì con la testa, il comune ha minacciato di chiudere lo skilift, da quando è presidente quell’altra testa di legno vogliono risparmiare su tutto, sarebbe un peccato per il nostro bel muletto, se pensi a quanti ci hanno imparato a sciare, da qui veniva fuori un campione un anno si e un anno no, come il Seppi Plum, un lampo, peccato solo che è finito nel bosco. Una miniera di talenti è questa, ma poi ti arrivano quelli lì e non trovano uno scarpone abbastanza grosso per il calcio in culo che voglion piazzarti.

(Arno Camenisch, Ultima neve, Keller Editore, 2019, traduzione di Roberta Gado, pag.13.)

L’orologio

[Photo credit: Gerhard Gellinger da Pixabay]
Terminata la guerra, non c’era lavoro per tutti nella città ancora disseminata di macerie e rovine. I due fratelli decisero di separarsi: l’uno sarebbe rimasto, l’altro sarebbe partito per cercare miglior fortuna all’estero. Scelsero di salutarsi sotto la Torre dell’Orologio, il primo edificio costruito dalla fine della guerra, simbolo della risolutezza della città di ritornare a percorrere il tempo verso un futuro migliore, con il suo enorme quadrante tra i più grandi al mondo divenuto pure attrazione turistica. I locali ne vantavano la notevole precisione, frutto dell’ingegno e della manualità degli artigiani cittadini, e di quelle doti virtuose che nemmeno le brutture della guerra avevano potuto cancellare: «Soltanto un misero secondo al giorno di differenza!» vantavano gli abitanti della città ai visitatori forestieri, e veramente, per un congegno tanto mastodontico, una tale inezia pareva del tutto insignificante, quasi miracolosa. «Pensate voi, solo per muovere lancette così colossali, grandi come braccia di gru o come ali di aeroplani…» continuavano fieri i locali.

Tanto era l’orgoglio per il loro simbolo cittadino, svettante di gran lunga sopra ogni altro edificio, che gli abitanti della città lo consideravano ormai il tempo campione assoluto, nel quale porre la massima fiducia e sul quale organizzare le proprie attività quotidiane, professionali o di svago. C’erano addirittura quelli che avevano perso l’abitudine di portare orologi da polso: la grande torre si poteva osservare nitidamente da qualsiasi punto della città, e quindi chiunque sapeva in ogni momento l’ora esatta, condivisa da tutti.

Così, su quel rinomato metro temporale, passarono gli anni, la città tornò completamente alla vita, obliando la tragedia di una guerra della quale, dopo sessant’anni, pochissimi ormai conservavano il ricordo. I due fratelli, ormai ottantenni, decisero di riunirsi, quello emigrato all’estero annunciò il suo ritorno per rivedere la propria città natia, e per lettera stabilirono di ritrovarsi sotto il celeberrimo simbolo cittadino, la grande Torre dell’Orologio, che aveva scandito il tempo della separazione, lo scorrere degli anni e ora il momento del ricongiungimento. Puntuale, il fratello emigrato giunse sotto la torre in un radioso sabato mattina, cercando di riconoscere tra la folla della piazza il proprio parente; lì vi rimase quasi sei lunghe ore finché, angosciato e sgomento, se ne andò, chiedendosi perché il fratello non si fosse presentato, cosa fosse successo. Questi, invece, arrivò solo qualche momento dopo, cioè dopo sei ore e cinque minuti, ovvero circa 21.900 secondi: in fondo solo un misero secondo al giorno, per sessant’anni.

(P.S.: è un racconto, questo, al momento ancora inedito come la raccolta di cui è parte, composta di testi moooooolto particolari. Forse sarà pubblicata, prima o poi. Voi seguite il blog oppure il sito e può essere che tra un po’ ne saprete di più, al riguardo.)