“La Montagna sacra” di Enrico Camanni

[Il Machapuchare, “Montagna sacra” del Nepal. Foto di Mohan K. Duwal, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

Le montagne esistono perché noi possiamo scalarle, possiamo camminarci, possiamo sciarci? Ha senso, in un ecosistema così fragile, perseguire un modello di sviluppo fondato sulla crescita, sull’aumento anno dopo anno di turisti e di impianti? Perché altre culture, dall’Himalaya alle Ande, hanno immaginato l’esistenza di montagne sacre, luoghi da cui l’uomo dovesse restare lontano? Cosa ci insegna questa idea di limite?

Venerdì 5 aprile prossimo arriva nelle librerie La Montagna Sacra (Laterza, collana “I Robinson / Letture”), il nuovo libro di Enrico Camanni, tra le figure più importanti nel panorama italiano della cultura di montagna e membro del gruppo di lavoro che promuove il progetto “Monveso di Forzo, Montagna Sacra”. Già da tali premesse si può comprendere quanto la nuova opera di Camanni risulti significativa per la conoscenza e la comprensione del messaggio alla base del progetto che propone di dichiarare “sacra” la montagna tra la Valle Soana e la Valle di Cogne – variamente citata nel libro – chiedendo a chi vi aderisce di astenersi dalla salita. Una proposta inedita per la cultura occidentale, per certi aspetti “rivoluzionaria”, condensata in un manifesto che è stato firmato da un autorevole gruppo di alpinisti, escursionisti, scienziati, giornalisti, scrittori e attori, riunito nel gruppo di lavoro sopra citato del quale anche io ho l’onore e il piacere di far parte.

[Prime luci sul Monveso di Forzo, la ” Montagna sacra” delle Alpi italiane. Foto di Toni Farina, per gentile concessione.]
Inevitabilmente il progetto ha scatenato un dibattito acceso, dividendo il mondo degli ambientalisti e dei frequentatori della montagna. Si tratta di una provocazione che tocca i nervi scoperti della cultura e della sensibilità collettive, proponendo alla società del consumo delle autolimitazioni, e delle riflessioni, che in altre culture sono più che mai condivise. Esistono montagne sacre dall’America Latina all’Australia alle catene himalayane, e migliaia di pellegrini che invece di scalarle le venerano. Di contro il Monveso di Forzo è dichiarato “sacro” nel senso laico del termine, senza alcuna connotazione religiosa ma, appunto, proponendone un’accezione che richiama l’importanza fondamentale dell’idea e della necessità del limite rispetto al livello di invasività che ormai caratterizza la presenza umana sulle montagne e nel resto del pianeta. Una presenza di frequente smodata, posta la realtà ambientale sempre più critica che dobbiamo affrontare su scala globale, i cui effetti si manifestano in maniera particolarmente evidente proprio nei territori montani.

Fare del Monveso di Forzo una vetta inviolabile alle aspirazioni di possesso, dominio e conquista che troppo spesso motivano le azioni dell’uomo, con conseguenze inequivocabilmente deleterie. Un’azione simbolica, certamente, ma dal valore culturale emblematico e potente.

Ne La Montagna Sacra Enrico Camanni ripercorre la storia degli ultimi secoli, dimostrando come la relazione dell’uomo con le montagne, e le Alpi in particolare, sia sempre stata di sottomissione. Prima la religione, poi le guerre, infine il turismo, hanno trattato le cime come luoghi utili agli scopi umani, bellezze da usare, “valorizzare”, conquistare e talvolta abusare. Ancora oggi, nell’epoca della riconversione ecologica, l’unico sviluppo condiviso dalla politica sembra quello di altri impianti, altro cemento, altre speculazioni, dalla spinosa questione delle Cime Bianche sotto il Cervino, ai progetti invasivi sul Sassolungo, nel cuore delle Dolomiti, agli impianti per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Ma davvero non esiste un limite?

Per gentile concessione dell’autore, e in anteprima assoluta, vi propongo di seguito un estratto del libro, la cui lettura – inutile rimarcarlo – è alquanto consigliata.

Fermarsi adesso

Nell’estate del 1907 gira la voce di un treno per il Cervino. Gli svizzeri sono già famosi per le ferrovie d’alta quota, ma non si pensava che si spingessero a tanto e che fosse tecnicamente possibile scalare il Matterhorn in carrozza. Invece il progetto c’è e gli ingegneri lo ritengono realizzabile. La cima più bella e desiderata potrebbe essere infine piegata dalla tecnologia.
«Maledizione! – inveisce l’anziano abbé Amé Gorret, primo salitore della cresta del Leone –. Mi hanno informato di un progetto di cremagliera sul Monte Cervino. Orrore! La scienza si è inaridita fino al punto di distruggere, uccidendo la bellezza e la poesia? Orrore!»
Lo scrittore Charles Gos lo tranquillizza con una lettera: in Svizzera c’è un forte movimento di opposizione e la gente per fortuna non ne vuole sapere. Gorret, rasserenato, gli risponde il 7 settembre:
«Sono felice di sapere che la sottoscrizione per impedire il deturpamento del nostro caro Cervino abbia già raggiunto le 40.000 adesioni. Ma vorrei aggiungere un’altra cosa… Lascio da parte le considerazioni più pratiche: le tempeste improvvise, il fulmine e il metallo, la rottura dei cavi, eccetera. Ma c’è dell’altro, tra il triste e il faceto. Triste: le vittime di un funesto incidente sul percorso non potrebbero aspettarsi nessuna compassione: se lo sarebbero cercato! Comico: un signore e una ricca dama architettano di spedire i loro cappelli sulla montagna senza neppure scomodarsi e poi, nei salotti d’inverno, vanno a mostrare il cappello dicendo: «Questo è stato sul Cervino!», come se ci fossero stati anche loro…»
Nessuno spedì il suo cappello in cima alla Gran Becca, perché vinse il buon senso e nella primavera del 1908 il Cervino venne dichiarato salvo. Intanto il povero Gorret morì nel dubbio il 4 novembre 1907, dopo breve malattia.
La storia è emblematica. Se all’inizio del Novecento si poteva già stendere un binario sulla parete est del Cervino, pensate che cosa siamo in grado di fare oggi. Potremmo spianare le montagne, bucarle, farne ghiaia da costruzione, smontarle a pezzi e rimontarle a Disneyland per i giochi dei bambini, oppure eliminarne definitivamente l’ingombro dalla Terra – ricavando comodi terreni edificabili –, o ancora trasformarle in un paesaggio virtuale. Tutto possiamo, e molto tramiamo, perché la tecnologia ha fatto passi da gigante mentre l’etica ambientale è inchiodata alle leggi del mercato, con un macroscopico squilibrio tra il progresso della scienza e quello della coscienza.
Ancora una volta la storia dell’alpinismo può essere una buona consigliera: quando l’evoluzione è stata affidata ciecamente alla crescita tecnologica (bombole a ossigeno, materiali spaziali, collegamenti satellitari, corde fisse, elicotteri, rifornimenti aerei) l’alpinismo himalayano si è ammalato gravemente, trasformandosi in business dell’estremo e cancellando, con la wilderness, le ragioni stesse della propria esistenza. Per rinascere avrebbe di nuovo bisogno di togliere, alleggerire e autolimitarsi, non per andare contro la storia, ma per continuare a scriverla.
Non è uno scontro tra cattivi e buoni, anche questa sarebbe una semplificazione. È che per la seconda volta nella vicenda umana, l’uomo è completamente responsabile dalla propria sopravvivenza. La prima volta è accaduto alla metà del secolo scorso con l’invenzione, la produzione e l’uso della bomba atomica. La seconda volta è adesso con i gas serra e l’accelerazione del riscaldamento globale, anche se sono circa quarant’anni che la scienza, inascoltata, segnala il fenomeno e ci ammonisce sulle conseguenze. Due volte in meno di mezzo secolo sarebbero troppe anche per un popolo propenso all’autodistruzione, e questo in parte spiega lo smarrimento psicologico, la negazione e la rimozione collettive che tanto ricordano i passeggeri del Titanic che continuarono a ballare mentre il transatlantico affondava nel mare gelato.
E poi c’è il limite, quel destino ineluttabile che ci definisce e al contempo ci impedisce, generando gli innumerevoli, umanissimi e talvolta disperati tentativi di ingannare la finitudine e la morte attraverso il successo, il denaro, il sesso, il potere e altre illusioni di onnipotenza. Non è affatto semplice imporre dei limiti a noi stessi, ed è ancora più difficile porli allo sviluppo sfrenato e dissennato del consumismo, dopo che ha regalato decenni di benessere alla fetta fortunata del mondo, lasciando l’altra a guardare. Il limite è allo stesso tempo il lato più naturale e innaturale della natura umana, e solo i saggi possono aspirare all’equilibrio.
Ma qui non si tratta di saggezza ed equilibrio, qui ormai si parla di sopravvivenza. La recente storia delle Alpi, uno dei territori più fragili e preziosi del pianeta, perfetta rappresentazione del mondo occidentale e del suo modello di sviluppo, mostra quanto il limite sia stato sistematicamente superato e umiliato, e con quale evidenza la natura ci stia presentando il conto. Come scriveva Laura Conti molto tempo fa, «da qui in avanti, il momento più facile in cui fermarsi è ora. Ora è più difficile di ieri, ma è più facile di domani». E oggi è già domani.

(P.S.: questo articolo è stato pubblicato in origine nel blog de “La Montagna Sacra” sul portale Sherpa.org.)

In un mondo normale gli “ambientalisti” non esisterebbero

[Foto di Evgeni Tcherkasski da Pixabay]

Non dovremmo avere bisogno di definire chi si preoccupa dell’ambiente. Dovrebbe essere una cosa scontata. Non abbiamo una parola d’uso comune per definire, per esempio, le persone che hanno due mani. Due mani è l’ovvia norma, perfetto, e dunque la necessità di comunicare questa caratteristica non si presenta con una frequenza tale da necessitare di un vocabolo apposta. Preservare l’ambiente, avere due mani: cose ovvie. Da un punto di vista strettamente logico mi sembra che l’unico motivo per disinteressarsi del collasso del pianeta Terra sia non essere terrestri. Se uno è di Ganimede, o di un’altra luna di Giove, potrei capire che dell’effetto serra e dell’acidificazione degli oceani gliene freghi il giusto. […]
Ma se invece uno è un terrestre che abita sulla Terra, e non può volare via, allora il suo concetto di normalità dovrebbe presupporre il preoccuparsi dell’ambiente. L’essere ambientalista. Pensa un po’.
Abbiamo escluso però che gli ambientalisti possano essere normali, e dunque ecco che, procedendo lungo il rettilineo della deduzione logica, siamo arrivati al punto in cui noi tutti, umanità, dobbiamo concludere di avere un serio problema di alieni. Sennò non si spiega. Tra l’altro, guardando la televisione e leggendo i giornali, era facile da indovinare.

Sono stralci di un articolo assolutamente sagace e illuminante – per come descriva cose ovvie che la gran parte di terrestri riesce incredibilmente a considerare opinabili – intitolato La parola “ambientalista” (e gli alieni) firmato da Davide Rigiani per “Il Post”, che l’ha pubblicato il 21 dicembre scorso. Un articolo nel cui senso peraltro io mi ci ritrovo pienamente e che vi invito a leggere (anche se qualcuno farà di tutto pur di non capirne il senso, purtroppo): lo trovate qui.

En passant, vi consiglio anche il romanzo d’esordio di Rigiani, Il Tullio e l’eolao più stranissimo di tutto il Canton Ticino (Minimum Fax), altrettanto sagace, illuminante nonché alquanto divertente.

«Paesaggio», una parola che contiene un mondo

[Foto di Leonhard Niederwimmer da Pixabay.]
Mi occupo di paesaggi, ne scrivo e a volte ne parlo pubblicamente: in tali casi, e quando sia contestuale agli argomenti disquisiti, mi premuro di denotare a chi mi ascolta la differenza poco considerata ma parecchio importante tra l’accezione empirica “popolare” e quella scientifica del termine «paesaggio», che nel primo caso usiamo come sinonimo di “territorio” attraverso una matrice soprattutto estetica, e nel secondo caso indica invece l’elaborazione culturale che cogliamo dalla visione del territorio: ciò che rende il paesaggio qualcosa che nasce innanzi tutto nella nostra mente, ovvero qualcosa di sostanzialmente antitetico alla prima e più diffusa accezione. È una differenza solo apparentemente formale, perché se portata nella pratica della gestione del territorio, come sovente accade, può generare diversi problemi di interpretazione e conseguenti applicazioni fuorvianti della suddetta gestione.

Ma, al di là di tale aspetto e per tornare all’ambito linguistico, raramente ho il tempo e il contesto giusto per approfondire gli aspetti pragmatici del termine «paesaggio», che sono variegati e spesso sorprendenti: paesaggio è una parola che realmente rappresenta un “paesaggio lessicale”, e il gioco di parole è inevitabile e per nulla eccessivo. A partire dalla gran quantità di tentativi di definire in maniera compiuta la parola, con risultati tutti quanti pertinenti ma nessuno esauriente e, addirittura, a volte contraddittori l’uno con l’altro pur essendo formalmente corretti, appunto: per questo al riguardo si parla spesso di babele paesaggistica (lo fa ad esempio lo storico e teorico del paesaggio italosvizzero Michael Jakob). A fare un po’ di ordine ci hanno provato anche gli estensori del principale documento ufficiale sul paesaggio in ambito europeo, la Convenzione Europea del Paesaggio, nel cui glossario si trovano ventinove vocaboli che esprimono i principali concetti legati al tema senza tuttavia riuscire a superare certi distinguo fondamentali, che ad esempio scaturiscono dalle varie etimologie linguistiche nazionali del termine le quali ne determinano significati differenti. Così il termine francese paysage dovrebbe essere sinonimico di quello anglosassone landscape la cui forma ricorda chiaramente il germanico landschaft, e tutti quanti noi li traduciamo con il nostro «paesaggio»: ma a ben vedere i vari significanti linguistici risultano differenti. Si consideri poi che fino al tardo Quattrocento il paesaggio non esisteva, nel senso che non era stato ancora elaborato il concetto che dà significato al termine: lo hanno fatto per primi i pittori fiamminghi coniando la parola landschap, che nello specifico indica un territorio (land) che ospita una determinata comunità abitante (scap, equivalente al germanico schaft). Parola assai simile al danese landskab, che però indica soprattutto i terreni agricoli sfruttati come bene comune dagli abitanti di una certa zona, e che hai poi attraversato il Mare del Nord per diventare landscape in Gran Bretagna, nella cui lingua assume una matrice più riferita agli aspetti naturali che legata alla presenza dell’uomo e delle sue attività. Fatto sta che l’originario landschap fiammingo, diffondendosi principalmente con i pittori paesaggisti fiamminghi – i primi a ritrarre il territorio non come mero sfondo dei soggetti umani ritratti ma come protagonista visivo e tematico dell’opera al pari dei primi – pur tra le varie accezioni ha subito assunto quella estetica come principale e più diffusa.

Il nostro «paesaggio» nasce invece con il francese paysage che però nelle sue origini torna in ambiti italici ovvero latini, derivando da pagensis, termine che identificava l’abitante del pagus, il villaggio, che ha sua volta deriva da pango, «terreno delimitato da pali» cioè da qualche sorta di recinzione e/o di delimitazione definita: dunque un’accezione espressamente legata alla determinazione di un certo territorio, si potrebbe dire un luogo, da parte di chi lo abita. Il che è apparentemente simile all’accezione originaria fiamminga ma in realtà la si potrebbe interpretare anche come antitetica: là è il territorio che definisce la comunità che lo abita, qui è il contrario.

Ma come la mettiamo poi con la lingua araba, parlata non proprio da pochi individui – circa 280 milioni di parlanti come prima lingua, nel 2022 – che non ha nel proprio vocabolario la parola «paesaggio»? Ne ha invece un’altra, utilizzata in vece del nostro termine, che equivale al francese vision, dunque con un’accezione di matrice quasi immateriale e meno legata all’oggettività geografica del territorio.

A fronte di tale babele linguistica, di nuovo il citato Michael Jakob sostiene che il paesaggio «non sarebbe un concetto misurabile, identificabile e oggettivo, bensì un fenomeno che si sottrae a qualunque tentativo di fissarlo; la sua rappresentazione, con parole o immagini, si scontra con l’identità fluttuante, aperta e forse irritante del fenomeno», il che spiegherebbe come un termine all’apparenza semplice e chiaro, utilizzato comunemente da noi tutti come fosse la cosa linguisticamente più normale e ovvia, possa assumere così tanti e così differenti significati senza che l’uno o l’altro diventi preponderante. D’altro canto, mi viene da pensare che questa babele paesaggistica potrebbe in fondo risultare un’inopinata dote a favore del concetto, una sua virtù la cui indeterminatezza rappresenta la principale salvaguardia di ciò che può esprimere e facendo in modo che il termine possa comprendere in sé tutti i numerosi aspetti – e le relative accezioni – che il mondo nel quale viviamo presenta, mantenendoli correlati in una specie di entropia concettuale controllata che mantiene vivo e dinamico il paesaggio nel nostro patrimonio culturale condiviso; cosa che magari non avverrebbe se invece il termine assumesse un’accezione netta, univoca e determinata, vincente sulle altre ma parimenti escludente certi aspetti apparentemente secondari ma comunque importanti e necessari per la comprensione piena e compiuta del concetto.

Insomma, per chiudere: avrete forse ora capito quanto articolato e affascinante sia il «paesaggio» e come, ogni qualvolta di fronte a una veduta panoramica esclamiamo istintivamente «Che bel paesaggio!» stiamo aprendo la porta di un mondo vastissimo. Un mondo al quale spesso non ci facciamo granché caso e comprensibilmente ma che a volte, con un minimo di attenzione e di sensibilità percettiva e d’animo in più, può svelarci innumerevoli cose sulla realtà che ci circonda e, ancor più, su noi che ci stiamo dentro e ne stiamo facendo il paesaggio. Perché lo siamo, il paesaggio.

Di parole pesanti usate con troppa leggerezza

Quando mi capita di sentire o leggere le dichiarazioni di alcuni personaggi pubblici – qualsiasi cosa essi siano e rappresentino e ovviamente al netto di chi ha titolo e competenze per disquisirne – su certi temi che è tanto banale quanto obiettivo definire “delicati” per la vastità del loro portato argomentale, soprattutto quand’essi vengono condensati attorno a singoli termini che in questo modo si sovraccaricano inevitabilmente di significati, sia di quelli leciti che di quelli meno leciti, come ad esempio “razza”, “etnia” (per stare sulla cronaca di questi giorni), “identità”, “libertà”, “fede“ eccetera, ecco la cosa che a me che con le parole e i loro significati ci “lavoro” più mi colpisce, ancor prima del messaggio per il quale vengono utilizzati, è la constatazione dell’inopinata superficialità con la quale quei termini vengono pronunciati. Il che, mi pare, è una delle cause per cui spesso le suddette dichiarazioni suscitano grandi polemiche, che concernono i messaggi ma si originano nella citata faciloneria lessicale dei personaggi parlanti.

Non sanno di cosa stanno parlando, in buona sostanza. E temo che nemmeno gli interessi di saperne un po’ di più al riguardo, probabilmente perché intuiscono che se ne sapessero di più sarebbero portati a utilizzare molto meno quei termini delicati e, così, di autolimitare le proprie facoltà propagandistiche palesate nelle disquisizioni pubbliche ove infilano i termini. Disquisizioni e propagande la cui formulazione e la conseguente strumentalizzazione funzionale non abbisognano certo di competenza linguistica e raziocinio interpretativo, anzi.

Purtroppo, per motivi vari che dovremmo ormai ben conoscere, viviamo in un mondo nel quale – metaforizzo – di fronte a un piccolo lago qualcuno che fruisce di una certa influenza pubblica si sente in diritto di poterlo chiamare «oceano» pretendendo di avere ragione. Ma non è solo questo il problema, semmai è che per gli stessi motivi di fondo troverà sempre numerose persone che la ragione pretesa gliela daranno e prenderanno a chiamare «oceani» anche le più banali pozze d’acqua, al contempo tacciando di “faziosità”, di “ignoranza” o altro di più dispregiativo quelli che cercheranno di proporre come veramente stanno le cose, di evidenziare che l’oceano è «una grande massa d’acqua marina» e non «qualsiasi affossamento terrestre naturale di una certa estensione, nel quale le acque permangono» (clic) e ciò non per chissà quale convinzione personale ma per scienza, intelligenza, oggettività, logica, raziocinio.

Be’, che dire… come non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire, non c’è peggior ignorante di chi ignora di non sapere nulla credendo di sapere tutto, e non c’è peggior falso di chi non ammette di non sapere la verità ma pretende di avere ragione. Già.

Di muri inesistenti, sui monti

Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…

Hic sunt dracones, insomma. Come ci fossero stati pericolosissimi draghi, oltre il crinale.

In verità, il mio sguardo curioso e ingenuo di ragazzino affascinato dal paesaggio selvaggio dell’alta montagna di linee rosse sul terreno non ne vedeva. Né vedeva muri, reticolati o che altro; solo qualche piccolo cippo qui e là confuso tra le rocce, che peraltro erano del tutto uguali sia da una parte che dall’altra. Stesso paesaggio, stesse montagne, identica orografia, col sentiero sul fondovalle che da qui andava di là. Tuttavia il confine lo sentivo, nella mente, in forza di tutte quelle voci e delle relative raccomandazioni che lo rendevano presente, come se realmente una qualche barriera vi fosse. Ed essendo percepito nella mente, era pure lì sul terreno.

Anche se non c’era nulla. Tanto meno c’erano i draghi, ça va sans dire.

Rimase a lungo viva, quella costruzione mentale indotta, almeno finché non presi ad andare per monti in età adulta portandomi nello zaino, oltre ai viveri, un bagaglio culturale maggiore e più consapevole, anche dal punto di vista geografico ovvero geopolitico. Quando cioè vidi che non c’era nulla da vedere, sul terreno, niente linee o che altro, mentre tutt’intorno osservavo un unico paesaggio nel quale venivano in contatto “due” (giuridicamente) spazi abitati, peraltro conformati da una pressoché identica cultura che da secoli si muoveva lungo le vie che attraversavano quel territorio da una parte all’altra e viceversa, alimentandone le società per la cui determinazione l’unico con-fine era quello fisico, del passo alpino da superare.

Hic absunt dracones, già.

[È un brano tratto da un testo che ho scritto per questo prestigioso libro: clic. Nelle immagini potete vedere la zona della sella descritta nel testo in versione estiva e in veste invernale, in tal caso con un elemento spesso presente e non di rado infuriante, lassù. Le immagini sono tratte da qui e da qui.]