Il punto sulla questione della “Tangenzialina dell’Alute” di Bormio, tra caciara politica, ambiguità regionale e volontà popolare

La vicenda della “Tangenziale dell’Alute”, la contestatissima strada che il Comune di Bormio vorrebbe realizzare nell’omonima piana, vero e proprio paesaggio identitario (forse l’ultimo in tal senso) del territorio bormino che ne uscirebbe distrutto per il solo beneficio di sciatori e immobiliaristi, è diventata un caso politico. Dopo anni di indifferenza pressoché totale, i partiti si sono accorti della vicenda e, immediatamente, l’hanno strumentalizzata gettandola in caciara (già becera, peraltro): d’altronde è ciò che alla politica italiana viene meglio, lo sappiamo ormai bene tutti. E sul caso ora si stanno innestando le lotte di potere tra schieramenti opposti e nella stessa parte alla quale apparterebbe l’amministrazione comunale di Bormio in carica: non so se questo porterà beneficio alla causa a difesa della piana dell’Alute che da anni porta avanti il Comitato civico “Bormini per l’Alute” con il quale ho avuto l’onore di collaborare, perorando la tutela della piana, oppure se la caciara politico-ideologica farà diventare la Tangenzialina uno strumento di propaganda di chi insiste a volerla imporre e realizzare.

A tal riguardo, lo scorso 30 aprile nella sede della Regione Lombardia si è tenuta un’audizione della Commissione Infrastrutture dedicata alla Tangenzialina «richiesta – come riporta il quotidiano “SondrioToday” – da Fratelli d’Italia per ascoltare le posizioni del territorio. Presenti rappresentanti istituzionali e associazioni, tra cui il Comitato a tutela dell’Alute con l’avvocato Stefano Clementi, mentre è stata rilevata l’assenza del sindaco di Bormio Silvia Cavazzi.» Posto che a tal punto bisogna attendere il pronunciamento del TAR previsto per il prossimo 22 maggio in forza del ricorso presentato lo scorso novembre dalla sezione sondriese di Italia Nostra e dal Comitato in difesa dell’Alute, dall’audizione del 30 aprile è emersa – sempre stando a quanto riferito da “SondrioToday” – dai “referenti di Regione Lombardia” una cosa sbagliatissima e pure un po’ offensiva:

In attesa della pronuncia del Tar fissata per il 22 maggio, durante l’audizione i referenti di Regione Lombardia hanno chiarito un punto decisivo: ogni scelta sulla realizzazione della strada nella piana dell’Alute spetta esclusivamente all’amministrazione comunale di Bormio, che potrà decidere se procedere oppure rinunciare all’intervento.

No! La decisione sulla Tangenzialina dell’Alute spetta alla comunità di Bormio, e in base alla volontà popolare l’Amministrazione comunale stabilirà il da farsi, non viceversa! Tanto più che la Giunta in carica ha dimostrato più volte un atteggiamento fazioso e molto poco democratico nonché rispettoso riguardo la propria comunità, a partire dall’assoluta mancanza di ascolto e interlocuzione con gli abitanti del territorio bormino – atteggiamento ben confermato dall’assenza del Sindaco di Bormio all’audizione del 30 aprile. La decisione sull’Alute spetta alla comunità, punto. Ogni altra disposizione in tal senso rappresenta un atto di ingiustizia amministrativa e politica, di prevaricazione nei confronti dei bormini e del loro territorio, di prepotenza a danno del loro futuro.

Mi auguro vivamente che ciò non accada e che “i referenti di Regione Lombardia” si rendano realmente conto dell’importanza e del valore identitario culturale della piana dell’Alute per il paesaggio di Bormio e si dimostrino consapevoli che l’unica decisione giusta, peraltro già rimarcata dalla gran parte della comunità locale seppur mai ascoltata dalla Giunta comunale, sia quella di tutelare la zona ora e nel futuro. Punto.

MONTAG/NEWS #24: alcune recenti e interessanti notizie alle montagne che magari vi siete persi

Dopo qualche settimana d’assenza per cause di forza maggiore, rieccovi la rassegna stampa n°24 di “MONTAG/NEWS, che vi propone alcuni dei fatti di montagna più interessanti sui quali si è scritto in rete e sulla stampa nei giorni scorsi, con i link diretti alle fonti originarie così da poterle approfondire a piacimento.

Vi ricordo che le notizie più recenti le trovate quotidianamente e con aggiornamenti frequenti sulla home page del blog nella colonna di sinistra, sotto il logo di “MONTAG/NEWS“; l’archivio permanente di tutte le notizie pubblicate lo trovate invece qui.

Come al solito, buone letture e buoni approfondimenti!


A ST.MORITZ STANNO COSTRUENDO CASE NON DI LUSSO

Letta come ne dice il titolo, la notizia che segue sembrerebbe uno scherzo, oppure il frutto di un equivoco. Invece anche nella località per super-ricchi engadinese, che conta cinquemila abitanti stabili, mancano case per molte persone con un reddito medio-basso (per i parametri svizzeri) che vivono e ci lavorano e non possono permettersi gli altissimi affitti della zona. Così nei giorni scorsi è iniziata la costruzione di un edificio che ospiterà 19 appartamenti che il comune intende affittare alle persone residenti in base al loro reddito. È un primo progetto che fa parte di un più ampio piano comunale per provare a risolvere la carenza di case a prezzi accessibili per gli abitanti.


“ALPI IN MOVIMENTO”, UN’AZIONE COLLETTIVA A TUTELA DELLE MONTAGNE

Lo spazio alpino è chiamato ad affrontare grandi sfide comuni: crisi climatica, estinzione delle specie, turismo di massa e congestione del traffico. A partire da quest’anno la giornata d’azione “Alpi in movimento”, che si terrà il 29 agosto 2026, richiamerà l’attenzione sulle possibili soluzioni attraverso una vasta gamma di attività, invitando a vivere le Alpi, a scoprirne la diversità e a festeggiarle insieme. Ogni idea conta: che si tratti di un grande evento o di un’iniziativa locale – una lettura, una visita guidata, una tavola rotonda, un’escursione, un’azione creativa o una manifestazione politica – tutto è benvenuto! Da subito è possibile inserire le attività direttamente sulla mappa all’indirizzo www.alpiinmovimento.org, nel quale troverete ogni altra info utile.


[Immagine generata con Google Gemini AI.]

OLIMPIADI, LA LOMBARDIA CONTINUA A NON PAGARE I PROPRI DEBITI CON LA SVIZZERA

Mentre a soli due mesi dalla fine delle Olimpiadi di Milano Cortina si moltiplicano le notizie sui debiti sempre più alti accumulati dall’organizzazione, in aggiunta agli enormi costi risaputi, il piano per gestire la viabilità e la sicurezza olimpici nel Canton Grigioni dovrebbe risultare meno costoso rispetto ai 5,5 milioni di franchi previsti: a riprova della minor affluenza di pubblico rispetto alle cifre pindariche (e già allora poco credibili) diffuse prima dei Giochi. Di contro, la Regione Lombardia continua a non dare risposte agli svizzeri sul pagamento del contributo a lei spettante: un comportamento istituzionale non solo opaco ma che pure, viene da pensare, rimarca il disequilibrio nei conti olimpici. E sono passati solo due mesi dalla fine dei Giochi!


NON CI SONO PIÙ I BIVACCHI DI MONTAGNA D’UNA VOLTA (?)

bivacchi in alta montagna oggi stanno vivendo un momento contraddittorio: se l’alpinismo prestazionale tutto velocità e cronometro li snobba, possono di contro sostenere la frequentazione meno impattante e più genuina delle montagne, e infatti anche per questo l’architettura li sta rendendo sempre più tecnologici e confortevoli. Non solo: con il notevole numero di persone che affrontano le montagne senza adeguata preparazione, la loro funzione di riparo d’emergenza riacquisisce valore. Luca Gibello, autore del bel volume “I bivacchi delle Alpi”, di innovazioni tecnologiche e “cultura del bivacco” attuale ne ha parlato di recente qui, spiegando come il bivacco sia tutt’oggi un presidio montano fondamentale ma in certi casi “incompreso” e banalizzato.


OLIMPIADI DI MILANO CORTINA, MEDAGLIA D’ORO AI DEBITI

La Fondazione Milano-Cortina, organizzatrice dei Giochi olimpici e paralimpici che si sono svolti fra Lombardia, Veneto e Trentino Alto Adige a febbraio e marzo, rischia di chiudere il 2026 con un rosso in bilancio da circa 300 milioni di Euro. La cifra, riportata da diverse fonti nelle ultime ore, sarebbe stata stimata nel corso dell’ultimo CdA della Fondazione, che si è svolto lo scorso 9 aprile. Una perdita economica provocata dall’aumento dei costi (di circa 230 milioni) e dagli introiti totali più bassi del previsto. E chi li pagherà, secondo voi, questi debiti? Le Regioni, le provincie, i comuni coinvolti. Cioè noi tutti contribuenti. Come avrebbe esclamato la sublime Sora Lella, «ANNAMO’BBENE, PROPPRIO’BBENE!»


LO SCI IN CRISI, ANCHE SULLE MONTAGNE BRESCIANE

In un dettagliato dossier, il quotidiano “BresciaToday” racconta la crisi crescente delle stazioni sciistiche della provincia di Brescia, tra la neve che non c’è oppure è sempre più incerta e discontinua, gli impianti che chiudono o vengono dismessi, l’innevamento artificiale, i costi energetici e idrici altissimi, le settimane bianche che non si fanno più, la montagna cambia volto: ma il modello dello sci è davvero destinato a sopravvivere? Il turismo nei numeri cresce ma quando sale sui monti lo fa sempre meno per sciare e per ciò il sistema dello sci manifesta una fragilità strutturale sempre maggiore. Insomma, anche sulle montagne bresciane l’epoca dello sci di massa sembra sempre più avviata verso il tramonto.


DEREGULATION DELLA CACCIA, C’È DA ALLARMARSI

Mountain Wilderness Italia lancia un nuovo allarme riguardo la deregulation della caccia contenuta nella riforma della legge in vigore, che si sta discutendo in Parlamento: «Si sta inserendo nei calendari venatori la possibilità di cacciare specie protette: tetraonidi, fauna aviaria, stambecchi, marmotte, corvidi, aironi e cormorani. Si sta procedendo a uno sgretolamento della normativa europea per favorire una categoria come quella dei cacciatori che chiede sempre più spazio a discapito di numerose specie di fauna selvatica in difficoltà, il tutto condito da un sensibile ridimensionamento della componente scientifica che si occupa dei problemi legati alla fauna». Domanda (spontanea): come mai tutto questo supporto di certa politica ai cacciatori, categoria ormai in via di estinzione?


GIOVANI IN MONTAGNA PER RISCRIVERE LA PROPRIA VITA

Mountain è un progetto Erasmus+, Cooperation Partnerships in Youth, coordinato dal consorzio Comunità Brianza, che vede il Club Alpino Italiano come partner ed è cofinanziato dall’Unione Europea. L’obiettivo dell’iniziativa è dare una seconda possibilità per i giovani già autori di reato o devianti, quindi tendenzialmente a rischio. Il progetto è già entrato nella sua prima fase di attivazione, con i primi minori che sono stati accolti, formati e accompagnati in montagna, la quale può così diventare un terreno fertile per provare a fare germogliare il seme del cambiamento con una fatica che non è fine a sé stessa, ma mira a riparare il danno arrecato, a trasformarlo in buone azioni. Utili non solo alla società, ma all’individuo stesso.


[Il Rifugio Roda di Vael, nel gruppo del Catinaccio/Rosengarten (Dolomiti). Foto di Obisnow, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]

IL CLIMA FARÀ CAMBIARE ANCHE LE APERTURE DEI RIFUGI?

Le aperture stagionali dei rifugi in alta montagna sono sempre state molto regolari: tre mesi in estate più alcuni weekend, e qualche settimana in primavera per quelli scialpinistici. Oggi invece la crisi climatica in corso sta cambiando anche tale aspetto dell’andare sui monti: a volte nevica talmente poco o tardi, oppure la meteo è ancora favorevole, che a ridosso dell’inverno le condizioni sono simil-estive, altre volte invece ad inizio stagione sono sfavorevoli, inoltre capita sempre più spesso che in estate manchi l’acqua, per l’estinzione dei ghiacciai che prima alimentavano i rifugi o per i periodi di siccità prolungata. D’altro canto prolungare la stagione di apertura potrebbe comportare rischi economici per i gestori. Tra i quali il dibattito al riguardo è ormai aperto.


[Foto di Sergio Cerrato – Italia da Pixabay.]

INVERNO 25/26: POCA NEVE SUI MONTI, POCA ACQUA NEI LAGHI

Secondo ARPA Lombardia, le riserve idriche regionali si presentano sotto la media all’inizio della primavera: al 28 marzo la disponibilità complessiva – tra grandi laghi, neve e invasi idroelettrici – è pari a 2455 milioni di metri cubi. Il confronto con la media degli ultimi vent’anni evidenzia un deficit di oltre 800 milioni di metri cubi, circa il 25% in meno rispetto ai valori di riferimento. Ciò in quanto, nonostante le affermazioni (di mera propaganda) degli impiantisti, di neve sulle montagne lombarde ne è venuta poca: in Orobie e in Valcamonica il manto nevoso è inferiore di circa la metà rispetto alla media del periodo. Per di più l’ultimo inverno è stato il terzo più caldo degli ultimi 35 anni, provocando la fusione di molta neve prima del solito.


DIFENDERE I MICROBI DEI GHIACCIAI PER DIFENDERE LA VITA (E NOI STESSI)

La conservazione della biodiversità si concentra su ciò che vediamo: foreste, coralli, grandi mammiferi. Ma il vero sistema di supporto della vita sulla Terra resta invisibile: è il sistema microbico, che regola l’ossigeno che respiriamo, il carbonio che assorbiamo, la stabilità degli ecosistemi e risulta dunque fondamentale per ogni organismo vivente. Eppure, mentre proteggiamo specie iconiche, non facciamo lo stesso con i microbi, che stanno collassando senza che ce ne accorgiamo per gli effetti della crisi climatica e delle attività antropiche. Come quelli che dimorano nei ghiacciai: sono comunità microbiche uniche, che potrebbero contenere soluzioni mediche o ecologiche oggi impensabili. Che stanno svanendo insieme ai ghiacciai che le ospitano.


 

Olimpiadi: se tutto diventa “legacy” perché nulla lo è veramente

Che i soggetti politici e non promotori delle Olimpiadi di Milano Cortina stiano tentando di imporre l’opinione che i Giochi siano stati un evento positivo per i territori coinvolti, risulta ormai palese a chiunque, anche ai sassi di quei territori. Purtroppo (non solo per loro) è un tentativo già ora pressoché disperato, a soli due mesi dalla fine dei Giochi, visti i debiti che si stanno palesando in aggiunta ai budget ampiamente sforati, ai costi olimpici complessivi, alle opere non realizzate e sovente nemmeno iniziate, all’insuccesso di pubblico nelle sedi olimpiche che tuttavia possono quanto meno sperare in un futuro ritorno d’immagine turistica, a differenza dei territori limitrofi che invece le Olimpiadi le hanno subite e continueranno a subirle negli anni a venire.

Così, tra gli autoincensamenti a gogò dei giorni appena successivi alla fine dei Giochi, le “medaglie d’oro” diffuse – sempre dagli organizzatori olimpici – a se stessi, alle infrastrutture delle gare, alle strade, ai treni (aspetti, questi ultimi, che hanno ripresentato le solite inefficienze già dal primo giorno dopo la fine delle Olimpiadi), ogni cosa apparentemente positiva che ora accade nei territori olimpici diventa “legacy”. Ma se tutto diventa “legacy”, nulla lo diventa realmente perché manca il senso autentico del termine e dell’idea che vi dovrebbe stare dietro: come si rimarca nel progetto di ricerca con il quale l’Università di Bergamo sta indagando l’impatto dei Giochi Olimpici di Milano Cortina sui territori coinvolti verificando benefici e criticità dell’eredità olimpica, «La vera legacy non sta tanto nelle infrastrutture o nella visibilità turistica, ma nel rafforzare un territorio di per sé fragile senza snaturarlo e senza che si generino squilibri ambientali e sociali. La legacy si gioca tutta nel cercare di mettere al centro la montagna.»

Invece, qualche giorno fa, è stata proclamata «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere, pensato per legare indissolubilmente il destino della Valtellina ai Giochi Olimpici e Paralimpici di Milano Cortina 2026» una piacevole tanto quanto ordinaria passeggiata che unisce alcuni itinerari già esistenti della bassa valle nei pressi di Morbegno, piazzandoci diciotto totem con i medaglieri olimpici e paralimpici di Milano-Cortina, cinque bacheche che illustrano alcune rilevanze storico-culturali e «l’unico “Spectacular” (i cinque cerchi olimpici) permanente della Regione Lombardia», cioè una gigantesca riproduzione metallica del simbolo olimpico piazzata in un punto panoramico visibile dal fondovalle. «Questo progetto rappresenta la vera essenza della “Legacy olimpica”. Volevamo lasciare al territorio qualcosa di tangibile che andasse oltre l’evento sportivo» hanno detto i promotori dell’iniziativa. Ah sì? E cosa lascerebbe di realmente concreto a favore del territorio e delle sue comunità? Un percorso escursionistico già esistente (a bassa quota su versante solivo, dunque percorribile solo quando non faccia troppo caldo) per la cui conoscenza non servivano certo le Olimpiadi ma un’ordinaria dose di conoscenza del territorio, consapevolezza delle sue peculiarità e creatività culturale. Viceversa, “grazie” alle Olimpiadi, si è piazzato un catafalco metallico in mezzo al verde che chissà quanto resterà in buone condizioni prima di deperire sotto l’effetto degli agenti atmosferici e diventare (non lo auguro proprio, ma visti i precedenti di altre installazioni simili) un rottame arrugginito e magari pericolante.

Ma quale diavolo di «progetto di legacy territoriale unico nel suo genere» sarebbe una cosa così? Seriamente, di cosa stiamo parlando? Va bene, è un percorso in ambiente naturale (ma con ampi tratti su asfalto) che offre belle vedute del paesaggio locale (seppur in questo modo, obiettivamente, offra pure la constatazione di quanto sia cementificato il fondovalle valtellinese), i testi delle bacheche saranno accattivanti, consente di passeggiare… ma, posti questi aspetti del tutto ordinari per un’opera del genere, dov’è la “legacy”? Dov’è l’unicità, dove sarebbe la «meta iconica» che diverrebbe la zona secondo i promotori della passeggiata? Inoltre, detto tra noi, cosa c’entra la storia dei medagliati olimpici, che nesso ha con quel territorio dove nulla di olimpico-invernale si può fare, viste le sue caratteristiche geomorfologiche e le ben diverse peculiarità che piuttosto raccontano vicende e narrazioni storiche totalmente differenti?

D’altro canto, la notevole affluenza di politici locali all’inaugurazione di tale “Passeggiata Olimpica”, nemmeno fosse una grande opera a beneficio della comunità locale, rende ben chiaro ciò che denotavo in principio, ovvero il tentativo disperato di far credere cose chiaramente non credibili, riguardo le Olimpiadi, e imporre verità che, alla prova dei fatti, si smentiscono da sole. E, ribadisco, sono passati solo due mesi dalla fine delle Olimpiadi! Se la realtà della “legacy olimpica” di Milano Cortina è questa, nei prossimi mesi ne vedremo proprio delle belle. “Belle” si fa per dire, ovviamente.

N.B.: come avrete già notato, lo spunto originario di queste mie riflessioni e le immagini relative vengono da questo articolo del quotidiano on line “SondrioToday”.

«Almeno quest’inverno ha nevicato un sacco!» (Ovvero: il “bias nivologico” è servito!)

Sulle proprie pagine social il servizio di informazioni meteo-climatiche Meteo Valle d’Aosta di recente ha spiegato bene come l’affermazione sovente diffusa da molti – in primis i gestori dei comprensori sciistici (e ci sta: fanno propaganda a loro favore) e a ruota da certa stampa (e non ci sta per nulla: dimostra quanto sia superficiale l’informazione giornalistica odierna) – sul fatto che nell’inverno da poco concluso abbia nevicato molto, sia palesemente errata. Meteo Valle d’Aosta parla chiaramente di «fake news che supera la scienza» e la definisce come il frutto di un bias, termine della psicologia che identifica «una distorsione cognitiva o un errore sistematico di giudizio, spesso causato da pregiudizi, che porta a interpretazioni irrazionali o previsioni errate della realtà». Qualcosa che viene creduto vero e reale quando invece non lo è affatto e lo si può dimostrare facilmente. Un bias nivologico, in pratica.

Così scrive Meteo Valle d’Aosta sulle proprie pagine a corredo dell’eloquente immagine che vedete in testa a questo articolo, raffigurante la gran parte del comprensorio sciistico di Breuil-Cervinia ripreso dalla webcam di Plateau Rosa:

Se parliamo con qualcuno dell’inverno appena trascorso ci dirà che «quest’anno almeno di neve ne è venuta un sacco». Purtroppo non è così e questo è frutto di un bias nato dopo le abbondanti nevicate di dicembre osservate in un angolo di Alpi (nel cuneese, o meglio tra Marittime e Liguri, che a loro volta rappresentano meno della metà delle Alpi cuneesi).
Tale bias ha fatto credere ai più che la situazione neve delle Alpi Marittime e Liguri fosse la stessa di tutto l’arco alpino: falso. Sul resto delle Alpi Piemontesi e della Valle D’Aosta fino a fine gennaio le nevicate sono risultate in media o con un modesto deficit e la neve è riuscita a permanere al suolo grazie a temperature nella norma, questo è il vero punto. Tra fine gennaio e febbraio sulla nostra regione c’è stato poi un buon recupero grazie alle correnti da nord-ovest, che tuttavia hanno sfavorito le zone di sud-est.
Da marzo è poi iniziata una fase sopra media a livello termico con una rapida fusione del manto, in parte controbilanciata dall’evento nevoso di metà mese, quando però la neve è scomparsa in pochi giorni per le alte temperature. Aprile ha poi accelerato la fusione: dopo le tempeste di vento di fine marzo, è arrivata una lunga fase con temperature bollenti, tanto che la nostra stazione a Plateau Rosa a 3467 m ha registrato ben 10 massime ad aprile sopra lo zero ed una media massime di -1.32 gradi fino ad oggi, ovvero la media di maggio.
Siamo un mese avanti a livello termico, ma con poca neve: il risultato lo vedete nel confronto fotografico della cam di Plateau Rosa per le annate 2024, 2025 e 2026. Le due annate precedenti presentano un innevamento molto migliore: la 2024 è stata però una primavera eccezionale, con nevicate copiose, mentre la 2025 possiamo dire che si avvicina più all’atteso. Una forte fase di maltempo con 150/200 cm di neve a metà aprile 2025 aveva riportato l’innevamento vicino alle medie, dopo che a inizio mese già si raggiungevano livelli sotto media.
Sapete a cosa assomiglia la stagione 2026? Al 2022, annata molto negativa per i ghiacciai.

Ecco. Inutile rimarcare che la nota previsionale finale su come potrebbe essere la prossima estate per i ghiacciai alpini è a dir poco inquietante.

In ogni caso, dal mio punto di vista il nocciolo della questione evidenziata da queste osservazioni di Meteo Valle d’Aosta non è soltanto legata all’andamento effettivo della stagione nivologica 2025/2026, ma concerne pure la permanente superficialità con la quale viene veicolata l’informazione pubblica relativa ai fenomeni meteo-climatici: una superficialità che, temo, si autoalimenta aggravandosi sempre di più e generando di conseguenza una altrettanto crescente superficialità cognitiva generale riguardo ciò che sta accadendo al clima, ovvero a ciò che sta accadendo a noi. Sostenere che ha nevicato tanto quando non è proprio così non rappresenta solo un tentativo di affermare il falso per motivi più o meno funzionali, come può essere per i gestori dei comprensori sciistici che gioco forza non possono ammettere che la materia prima con la quale essi lavorano sta svanendo ogni inverno di più ponendoli di fronte, in molte località delle montagne italiane, a una fine prossima e inesorabile: a me sembra anche, se non soprattutto, il tentativo maldestro di allontanare da sé la realtà delle cose, di rifiutarla come se così facendo si potesse invertirne il corso, con un effetto che, preso per sé, non sarebbe rilevante ma, ove rilanciato dalla stampa senza alcuna visione oggettiva con l’unico intento di costruire titoloni roboanti acchiappa-like, può diventare devastante per la sensibilità ecologica e ambientale diffusa e della cui definizione crescente la nostra società avrebbe bisogno.

[Ho chiesto a Google Gemini AI di interpretare il “bias nivologico” e questo è il significativo risultato.]
Cioè, in altre parole, se quel bias individuale evidenziato da Meteo Valle d’Aosta si innesta nel contesto culturale già – almeno in certi ambiti – eccessivamente superficiale e banalizzante che caratterizza il nostro tempo, i danni che ne derivano sono veramente pericolosi, fino a giungere al paradosso sociologico della “Profezia che si autoadempie” ma al contrario: in questo caso, vivere il cataclisma climatico subendone le conseguenze peggiori ma negando che stia avvenendo. Non nevicherà quasi più, sulle montagne, ma basteranno pochi centimetri accumulati in un paio di occasioni per negare che stia avvenendo e continuare come nulla fosse. Fino alla fine.

Una lettera a un noto servizio di previsioni del tempo

[Immagine generata con Google Gemini AI.]
Fu spettabile _________________,

vi scrivo la presente per rimarcarvi la mia crescente, stupefatta, stravolta ammirazione per la qualità del vostro servizio di previsione meteorologica. Veramente fatico a capacitarmi di come siate sempre meno in grado di fornire previsioni attendibili e non solo a distanza di giorni, il che sarebbe anche ammissibile stante le numerose variabili in azioni, proporzionali al crescente orizzonte temporale, ma pure nel raggio di ore, nello stesso giorno di emissione dei vostri bollettini!

Ma come fate? È qualcosa che ha del “prodigioso” – al contrario, ribadisco. Ergo sconcertante, appunto.

So perfettamente che i cambiamenti climatici in atto stanno influendo in maniera importante anche sui fenomeni fisici che avvengono in troposfera e sulle relative dinamiche meteorologiche, ma è d’altro canto parimenti vero che la scienza della meteo e la tecnologia al suo supporto evolvono – dovrebbero evolvere – al punto da saper equilibrare con una crescente affidabilità previsionale l’inaffidabilità meteoclimatica e, al contempo, mi verrebbe da credere che anche le vostre esperienze e competenze professionali dovrebbero continuamente evolvere e affinarsi. Insomma, se l’affidabilità dei bollettini fatica a crescere, quanto meno vorrei sperare che non diminuisca.

Invece, a giudicare dalla sempre più scadente qualità delle vostre previsioni, mi trovo costretto a pensare il contrario. Fino a qualche tempo fa qualcuno, scherzando, sosteneva che le previsioni del tempo quotidiane assomigliassero sempre più agli oroscopi; oggi, sembra quasi offensivo accostare l’astrologia, materia priva di attendibilità per antonomasia, a certa meteorologia mainstream. Ecco, appunto, mainstream: perché la scienza meteorologica è quanto di più serio e affascinante vi sia, ma il vostro operato rischia sempre più di banalizzarla e, per certi versi, svilirla.

Tuttavia è anche vero che, probabilmente, siamo noi a sbagliare, cioè, da un lato, a dare eccessiva fiducia alle vostre capacità di previsione meteorologica e, dall’altro lato, a essere diventati troppo spesso e troppo irrazionalmente dipendenti e influenzati dai vostri bollettini, ancora oggi nonostante la frequente inaffidabilità, e a pensare che esista il “brutto tempo” quando invece, salvo rari casi e fenomenologie particolarmente violente, non esiste affatto: è soltanto tempo diversamente bello. La cui interazione con il mondo che viviamo, in particolar modo con l’ambiente naturale, dona percezioni, sensazioni e esperienze affascinanti come e quanto quelle di quando c’è “bel tempo”.

Quand’ero piccolo, nei pomeriggi estivi durante i quali con il nonno si andava a fare lunghe passeggiate nei boschi e tra i campi, mi aveva insegnato qualche nozione di meteorologia naturalistica che instillò in me la curiosità, col passare del tempo e il crescere della passione per la montagna e i territori naturali, di saperne di più: le specie di fiori i cui movimenti segnalano i cambi di tempo, i ragni che tessono la tela solo se c’è bello stabile, i voli in circolo dei rapaci o l’addensarsi degli sciami di moscerini che segnalano la pioggia imminente, le forme delle nuvole, la direzione dei venti… Solo suggestioni, condizionamenti della fantasia, falsi miti, può ben essere: ma, intanto, queste “piccolezze” popolane si dimostrano molto più attendibili e affidabili dei vostri supercomputer, dei modelli previsionali, delle competenze che ritenete di saper mostrare, dei bollettini che emanate. E rappresentano anche un bel modo per “leggere” e comprendere meglio il mondo in cui viviamo, i suoi fenomeni naturali e la nostra relazione con l’ambiente di cui siamo parte.

Ribadisco: la scienza meteorologica seria esiste, per fortuna. Purtroppo voi dimostrate di ignorare o trascurare cosa sia, forse obnubilati dai palcoscenici mediatici che vi vengono offerti e dai quali diffondete le vostre inesattezze previsionali. Be’, sappiate che non state proprio facendo una bella figura, anzi!

Con consono rispetto ma ben poca stima,

Luca.

P.S.: ovviamente il nome del servizio meteo lo tengo celato per evitarmi tanto risentite e irose quanto effimere rimostranze.

P.S.#2: ogni tanto la ravvivo, questa mia vecchia e donchisciottesca “battaglia” contro i servizi meteo mainstream. D’altro canto come non ribadirla, visto che quelli proprio non ce la fanno?