La necessità di una responsabilità politica, nei progetti in montagna

Premessa (una tra le tante possibili): nell’immagine qui sopra (di Andrea Cunico Jegary) vedete la nuova seggiovia del Monte Kaberlaba, sull’Altopiano dei Sette Comuni, costata al Comune di Asiago 2 milioni e 800 Euro (soldi pubblici, certamente) e al momento, mi riferiscono, raramente utilizzata per ovvie ragioni climatiche. Si notino le quote altimetriche alle quali la seggiovia è stata installata.

Ora: quando mi ritrovo a leggere di progetti di “sviluppo” e infrastrutturazione turistica nei territori montani che fin da subito appaiono palesemente ad alto rischio – in molti sensi: economico, ecologico, ambientale, eccetera – torno a pensare che in tali situazioni c’è una mancanza grave, tra le tante, che invece dovrebbe rappresentare un elemento imprescindibile, anche a livello giuridico, di queste iniziative: la responsabilità. Responsabilità di chi le sostiene e a volte le impone, di chi le avvalla amministrativamente, di chi pone le firme sui documenti che le approvano, di chi per realizzarle spende soldi pubblici i quali, essendo tali cioè di tutti noi, devono imporre una chiara e piena giustificazione pre e ancor più post spesa.

Mettiamo un altro caso concreto, ovvero un progetto che sto seguendo con particolare attenzione: quello per il quale si vorrebbero realizzare nuove infrastrutture sciistiche sul Monte San Primo, con relativo impianti di innevamento artificiale a 1100 m di quota, nonostante le caratteristiche del luogo, la realtà climatica attuale e le potenziali alternative per la frequentazione turistica del territorio in questione, spendendo per tutto ciò buona parte dei 5 milioni di Euro (soldi pubblici, ribadisco) previsti dal progetto di sviluppo turistico proposto dalle amministrazioni locali. Poniamo che infrastrutture varie e innevamento artificiale vengano realizzati, e poniamo di contro che le condizioni climatiche che da anni stiamo constatando e che col tempo diventano sempre meno consone allo sci al di sotto dei 2000 m, proprio come in questi giorni ne stiamo avendo prove concretissime (e non è che al di sopra di questa quota le cose vadano tanto meglio, peraltro), confermino l’insensatezza e l’inadeguatezza delle infrastrutture realizzate spendendo tutti quei soldi pubblici, che resterebbero inutilizzate e rapidamente diverrebbero dei rottami – come peraltro già successo per precedenti simili interventi, sul Monte San Primo… ecco: se ciò dovesse accadere, chi ne pagherà le conseguenze? A chi dovrà necessariamente imputata la responsabilità degli errori commessi e dei soldi pubblici sperperati? A nessuno di quelli che questi errori li hanno pensati, avallati, imposti, commessi?

Io temo che la proliferazione di così tanti progetti turistici (e affini a ciò) illogici, insensati, fuori contesto e impattanti in territori di pregio tanto quanto delicati come quelli montani, che avrebbero invece bisogno di ben altre progettualità di sviluppo, turistico e non, sia generata anche da questa mancanza di riconoscimento normato delle necessarie, doverose responsabilità amministrative, politiche e istituzionali ad essi relative, ancor più indispensabile – rimarco di nuovo – perché di mezzo ci sono molti soldi pubblici spesi ovvero sperperati. Da questo punto di vista il pubblico – cioè noi tutti – ne paga subitamente e ineluttabilmente le conseguenze, visto che i nostri soldi vengono buttati alle ortiche in progetti palesemente sbagliati: e perché chi il pubblico rappresenta istituzionalmente e per esso decide, quasi sempre in assenza di un confronto pubblico sulle idee proposte, non può e non deve pagare altrettante conseguenze? Non ci può essere nessuna responsabilità per chi impone iniziative così chiaramente insensate, così avulse dalla realtà dei fatti e dalle caratteristiche dei territori che le subiscono? Si devono salvare sempre, costoro, anche se è loro la responsabilità fondamentale di quanto perpetrato e, come frequentemente accade, dei danni materiali e immateriali e del conseguente degrado cagionati al territorio?

Mi sembra una cosa che non sta né in cielo né in terra, questa. Eppure sovente finisce proprio così, tutt’al più il politico/amministratore dissennato non viene più eletto, fa ciao-ciao e “sparisce”  lasciando la gestione dei guai compiuti ai suoi successori – sperando che questi abbiano la capacità e le competenze per risolverli e non ne peggiorino ulteriormente gli effetti.

Chiedo di nuovo: vi sembra giusto?

Io credo che in queste circostanze la garanzia dell’assunzione di responsabilità, preventiva e susseguente agli interventi decisi e realizzati, debba essere un elemento da rendere presente e giuridicamente assicurato ben più di quanto oggi le leggi in vigore prevedevano e, soprattutto, molto più di come queste vengano attualmente osservate. Non è più possibile permettere che chiunque acconsenta di sperperare soldi pubblici, di realizzare infrastrutture degradanti che arrecano danni a volte permanenti al territorio e all’ambiente, di depauperare le risorse naturali – altri elementi che sono di tutti –, di imporre scelte che fin da subito risultano prive di qualsiasi buon senso e lo faccia per arroganza, incompetenza, inadeguatezza amministrativa, mania di protagonismo, strumentalizzazione ideologica, possa passarla liscia. Non ce lo possiamo più permettere, punto.

Epilogo: posto l’impianto sciistico mostrato nell’immagine in testa al post e qui preso a esempio emblematico (tra i tanti, troppi possibili, ripeto), le sue caratteristiche, i soldi pubblici che sono stati spesi per installarlo, l’alta possibilità che, in forza della climatica che già stiamo affrontando e che i report scientifici all’unisono indicano in ulteriore aggravamento negli anni futuri, non sarà utilizzato come il suo investimento imporrebbe e dunque posta l’evidente insensatezza di un’opera del genere e la conseguente distrazione di fondi pubblici che, forse, si potevano impiegare in modi ben più virtuosi e utili per le comunità locali, si chiede: veramente nessuno ne può e deve rispondere di un tale investimento a perdere destinato a una pressoché inevitabile malasorte?

Alessandro Gogna per “La Montagna Sacra”

Il concetto di no-limits è una bestemmia, non sta in piedi ed è l’ostacolo numero uno alla ricerca del Sacro, dove per “Sacro” si intende qualcosa di diverso da noi, soprattutto diverso dal nostro volere, dalla nostra volontà, dalla nostra intelligenza, dal nostro sapere. […] Quello che mi auguro è che sempre più persone possano accettare che tutto sommato siamo esseri limitati, che la natura è molto più potente di noi, che dobbiamo vivere insieme alla natura e non contro, come abbiamo fatto finora, e quindi sempre più persone possano entrare in questo meccanismo, secondo me, virtuoso. Basta con la civiltà dei consumi e della conquista, ma invece una civiltà che viva nell’habitat che ci è stato dato, e che stiamo rovinando.

[Alessandro Gogna, videointervista di Mirko Sotgiu per “MountainBlog” sul progetto Una Montagna sacra per il Gran Paradiso.]

«E il Ghiacciaio della Marmolada, te lo ricordi?»

A proposito di ghiacciai che spariscono*, come quello dell’Adamello del quale ho scritto di recente qui, ho trovato le immagini di un altro “caso” assolutamente significativo al riguardo relative a un ghiacciaio divenuto tristemente celebre, la scorsa estate.

In quella sopra pubblicata, risalente agli anni a cavallo tra fine Ottocento e primi del Novecento, potete vedere la grotta-bivacco scavata sotto Punta Penia, la cima più alta della Marmolada, considerato il rifugio più antico delle Dolomiti e uno dei primi in assoluto delle Alpi. Il tizio in posa all’ingresso è Alfred von Radio-Radiis, alpinista e industriale austriaco, pioniere dell’industria automobilistica, discendente da un’antica famiglia nobile goriziana e all’epoca celebre frequentatore delle Dolomiti. Il bivacco venne realizzato tra il 1874 e il 1876 e vi si accedeva direttamente dal ghiacciaio, come si nota nell’immagine e come fu possibile fare fino agli anni Venti del secolo scorso.

[Cliccate sull’immagine per leggere un articolo che racconta la storia della grotta-bivacco.]
Oggi ovvero un secolo dopo la grotta-bivacco è posta oltre ottanta metri sopra il livello attuale del ghiacciaio della Marmolada (o di quel che ne resta), e vi si può accedere soltanto disarrampicando con manovre di corda dall’alto. Fosse pure ancora utilizzabile come alloggio di emergenza, risulterebbe pressoché inaccessibile.

Più di ottanta metri di spessore di ghiaccio, ovviamente esteso per la larghezza e la lunghezza di qualche chilometro e lì presente da chissà quanti secoli, svaniti in soli cento anni e con maggior rapidità negli ultimi tre decenni. Era come un grande serbatoio di acqua potabile, solidificato in loco da condizioni climatiche ora ugualmente svanite, una preziosa riserva idrica che non abbiamo più a disposizione e che nelle condizioni attuali non si potrà più ricostituire.

Ecco. Ognuno tragga pure le considerazioni e le conclusioni che preferisce.

N.B.: cliccando sull’immagine qui sopra, sulla quale ho evidenziato con la freccia la posizione della grotta-bivacco ad agosto 2020 – e si noti quanto è in alto rispetto al ghiacciaio attuale, la cui superficie nel frattempo si sarà ancora più abbassata – potrete vedere un video de “Il Corriere delle Alpi” che racconta la sua storia passata e presente.

*: «Ma come? Parli di ghiacciai che si sciolgono pure ora che siamo in pieno inverno?»
Secondo Arpa Lombardia, sabato prossimo, ultimo giorno dell’anno 2022, «lo zero termico sarà attorno a 3000 metri, in ulteriore risalita nella giornata. Attorno a 3600 metri in serata». Significa che ci sono le condizioni affinché pure in pieno inverno i ghiacciai si possano sciogliere e dunque sì, ne parlo anche ora.

Camanni, Gogna e Mingozzi per “La Montagna Sacra”

 

MountainBlog Italia” ha dedicato un ottimo reportage, firmato da Mirko Sotgiu, alla presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato 26 novembre al Museo Nazionale della Montagna di Torino, raccogliendo anche in video le testimonianze di tre dei più illustri componenti del comitato promotore del progetto (del quale mi onoro di far parte): Antonio Mingozzi, professore associato di Zoologia all’Università della Calabria, di Ecologia presso il Dipartimento di scienze veterinarie all’Università di Torino e past direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, Enrico Camanni, scrittore, saggista, giornalista, alpinista, uno dei maggiori esperti di cultura di montagna italiani, e Alessandro Gogna, alpinista di fama internazionale, guida alpina, consulente ambientale e storico dell’alpinismo.

Vi propongo le tre videotestimonianze di seguito sottolineandone il valore rilevante, per il progetto specifico ma pure al di là di questo, per i temi della salvaguardia ambientale dei territori montani e non solo, mentre per saperne di più sul progetto de “La Montagna Sacra” e sottoscriverlo potete cliccare qui. I miei interventi al riguardo invece li trovate qui.

Buona visione!

P.S.: e ribadisco i più sentiti ringraziamenti a Mirko Sotgiu per il prezioso lavoro svolto!

Una “Montagna sacra” per rendere libere tutte le altre

La presentazione del progetto “Una Montagna Sacra per il Gran Paradiso” svoltasi sabato presso la Sala degli Stemmi del Museo Nazionale della Montagna di Torino è andata benissimo, anche oltre le più rosee previsioni in primis per quanto ha riguardato l’affluenza, soprattutto se rapportata al carattere particolare del progetto e alla sua proposta altamente simbolica seppur potente ma senza dubbio non immediata, da meditare e comprendere e d’altro canto ricchissima di potenziali concretizzazioni sul campo, con il Monveso di Forzo “Montagna Sacra” quale icona alpestre e egida per una nuova e paradigmatica consapevolezza nei confronti dell’ambiente naturale e della sua salvaguardia che va ben oltre la mera localizzazione geografica della vetta prescelta, legata al centenario del Parco Nazionale del Gran Paradiso.

I relatori intervenuti alla presentazione hanno proposto contributi ottimi, intriganti e illuminanti, con i quali hanno saputo fortificare ancor più il concetto e il messaggio fondamentale del progetto riconnettendone la carica simbolica originaria a una concretezza scientifica e umanistica solida e inconfutabile: credo che grazie a ciò i presenti a Torino abbiano ben capito la notevole sostanza culturale che sta alla base del progetto e sciolto qualsiasi dubbio o perplessità magari prima formulati. Importanti sono stati anche gli interventi dei relatori esterni al comitato promotore del progetto: il presidente del Comitato Direttivo del CAI Piemonte, il Direttore del Parco Gran Paradiso, il sindaco di Ronco Canavese (nel cui territorio si trova il Monveso di Forzo) e il rappresentante di “Fridays for Future” Torino, la cui presenza ha mostrato la forza aggregativa e manifestato la condivisione dell’idea del progetto, due peculiarità fondamentali per la sua diffusione e per la comprensione consapevole del messaggio basilare.

Poi, alla fine della mattinata, alcuni dei presenti con cui ho potuto conferire mi hanno chiesto: «E ora?» Be’, ora, io credo, bisogna essere consci che la giornata di sabato non è stata una meta (se non a livello pratico per noi del comitato promotore) ma un importante e responsabilizzante punto di partenza: come qualcuno ha fatto ben notare, il progetto de “La Montagna Sacra” deve essere raccontato il più possibile e con crescente diffusione, stante la sua potente valenza emblematica e le innumerevoli possibili e proficue ricadute concrete nei territori montani in merito alla loro salvaguardia – potenzialmente in ogni territorio che subisca “turistificazioni” aggressive e invasive, ed è inutile rimarcare quanti ve ne siano un po’ ovunque, soggiogati a tali pratiche degeneranti non solo dal punto di vista ambientale. Il progetto, come ho già denotato, ha tutti i crismi per diventare “iconico” e rappresentare un “nuovo” o differente modus operandi certamente concettuale nella forma originaria ma, appunto, facilmente applicabile con la sua filosofia pragmatica alla sostanza della gestione (politica e non solo) dei territori naturali di pregio e alla necessaria ricostruzione di una cultura ambientale consapevole e neoparadigmatica, base indispensabile per qualsiasi buon sviluppo futuro delle montagne e non solo.

Dunque, il lavoro a favore della “Montagna Sacra” non finisce affatto qui e semmai qui comincia, attraverso iniziative future delle quali sarà data notizia a tempo debito e ancor più, ribadisco, per concretizzare la forza simbolica del progetto in un’azione culturale concreta, sensibile, costantemente aperta a qualsiasi contributo, diffusa e mirata, per quanto possibile, alla generazione un nuovo (e quanto mai necessario) immaginario nei confronti della frequentazione antropica dei territori di montagna. Un immaginario forte della rigenerata cultura ambientale sopra citata e per il quale la consapevolezza del limite e la libertà (perché di questo si tratta in confronto alla soggiogante prepotenza del “no limits”) di sapercisi adeguare in base alle proprie capacità, senza nulla togliere al godimento pieno e consapevole delle bellezze della montagna, rappresentano la base per un piccolo ma prezioso atto rivoluzionario che ciascuno di noi può manifestare e praticare. Sperando sia concretamente utile, per le montagne e per chiunque le voglia frequentare.

P.S.: le foto in testa al post sono mie e sono inesorabilmente mediocri ma in modo inversamente proporzionale al loro valore testimoniale riguardo l’evento di sabato. Sono riconoscibili alcuni dei relatori durante i loro interventi: Alessandro Gogna, Guido Dalla Casa, Riccardo Carnovalini e il sindaco di Ronco Canavese Lorenzo Giacomino.