Un uomo era andato a dormire che era credente, si era svegliato che era ateo.
Per fortuna, nella stanza di quest’uomo c’era una bilancia medica decimale, e quest’uomo era abituato a pesarsi tutti i giorni, mattino e sera. Così, andando a dormire il giorno prima, l’uomo si era pesato e aveva scoperto che pesava quattro pud e ventuno funt. E il giorno dopo al mattino, dopo essersi svegliato che era ateo, l’uomo si era pesato ancora e aveva scoperto che pesava in tutto quattro pud e tredici funt.
“Di conseguenza” aveva pensato l’uomo “la mia fede pesava intorno agli otto funt”.
[Daniil Charms, Disastri, traduzione e cura di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011, pagg.34-35. Per la cronaca, il pud e il funt erano due unità di misura dei pesi in uso in Russia, abolite nei primi anni del Novecento. Il pud equivaleva a 16,4 chilogrammi, il funt a 409,5 grammi: dunque il protagonista di questo brano di Charms pesava circa 74,2 kg, la sua fede invece pesava poco meno di 3,3 kg.]
[Daniil Charms dopo l’arresto del dicembre 1931. Foto di OGPU pri SNK SSSR, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]
C’era un uomo con i capelli rossi, che non aveva né occhi né orecchie. Non aveva neppure i capelli, per cui dicevano che aveva i capelli rossi tanto per dire. Non poteva parlare, perché non aveva la bocca. Non aveva neanche il naso. Non aveva addirittura né braccia né gambe. Non aveva neanche la pancia, non aveva la schiena, non aveva la spina dorsale, non aveva le interiora. Non aveva niente! Per cui non si capisce di chi si stia parlando. Meglio allora non parlarne più.
(Daniil Charms, Quaderno Azzurro, n. 10, 1937, traduzione di Rosanna Giaquinta; citato anche in Disastri, nella traduzione di Paolo Nori, Marcos y Marcos, 2011, libro del quale vi dirò a breve.)
A me, questo fulminante brano di Charms mi fa venire in mente, chissà perché, il “giornalismo” nazional-popolare italiano. Perché ove Charms conclude che sia meglio non parlare più di un tale che non ha niente e dunque non fa capire di chi si sia parlando, il giornalismo italiano, spesso (?!), su certi individui che non offrono nulla di cui parlare ci costruisce sopra articoloni, editoriali, puntate televisive, talk show, gossip, esclusive, casi, sondaggi, retroscena, scoop, eccetera. È il giornalismo del niente e del nulla, che però da tutti i media racconta come se avesse tutto da dire.
Invece no. Per questo sarebbe meglio non parlasse più, ecco.
Sarebbe bello se lo facessero, ma no, le foreste non pensano. Certamente non lo fanno nell’unico modo che potrebbe toccarci, cioè somigliandoci, attenuando quel senso di solitudine cosmica in cui la metacognizione, che caratterizza la nostra specie, ha imprigionato Homo sapiens in un universo spaventosamente silenzioso. Possiamo allora esplorare il funzionamento del sistema nervoso dei vertebrati e perfino immaginare un bosco come se fosse un grande cervello verde, ma è un abisso pieno di metafore quello che ci separa da loro, dal loro atto di essere, dal loro essere, forse, consapevoli di esistere nel mondo. E non è un guasto dei tempi, o la perdita della magia, o il disincantamento della modernità, perché è sempre stato così, fin da quando in una grotta del Paleolitico superiore un essere umano ha dipinto un animale, sperando che fosse qualcos’altro, cominciando a raccontarlo come se avesse un’anima, come se fosse una persona, come una donna o un uomo o un bambino dentro una pelle di bestia. La nostra specie gioca al gioco dello specchio imperfetto da decine di migliaia di anni, e questo gioco ha prodotto racconti complessi come l’animismo, il totemismo, i mostri e gli dei, perché a stare da soli con quello che c’è già non siamo proprio capaci. Dobbiamo immaginare altro, dobbiamo immaginare l’altro, e allora facciamo pensare le foreste per rivivere la meraviglia, per farci compagnia.
Tratto da Matteo Meschiari, Le foreste non pensano, pubblicato su “Doppiozero” il 29 giugno 2021. È sempre interessante leggere Meschiari, sovente è affascinante, spesso è illuminante e quasi mai è una lettura scontata. Nell’articolo da cui traggo la citazione qui sopra disquisisce di libri di etno-antropologia ma, facendolo, offre un breve ma fenomenale identikit etnologico dell’uomo contemporaneo, quello che si crede padrone del mondo e dominatore su ogni cosa ma che in effetti, come ogni padrone e dominatore assoluto, si scopre terribilmente solo e tremendamente desideroso di poter ascoltare qualcuno che gli parla, ciò che unicamente può giustificare la sua pretesa di essere ascoltato quando vuole parlare. E non riesce, in tale intento, mai o quasi mai. Perché le foreste in verità non è che “non pensano”: certamente non lo fanno come i “Sapiens” e probabilmente non con i “Sapiens”, ecco.
Cliccate sull’immagine in testa al post per leggere l’articolo di Meschiari nella sua interezza su “Doppiozero”.
Si può leggere anche al contrario, come “proverbio per i leccapiedi”: se leccate le scarpe a qualcuno, vi metterà il piede addosso prima che possiate fare altro.
[Alfons Mucha, The Four Seasons, 1895.]Mi capita, spesso, di essere – ad esempio – ad inizio autunno, quando le giornate s’accorciano, la temperatura si raffresca ma non troppo e tutt’intorno la natura cambia colore assumendo ogni possibile sfumatura del giallo e del rosso, e già avere già voglia di freddo intenso, di neve, di paesaggi bianchi e silenti, delle sere che cominciano alle 4 del pomeriggio, del piacere di godersi il tepore domestico quando fuori nevica, delle notti limpide nelle quali ogni stella sembra visibile in cielo…
E poi di essere ad inizio inverno, quando le manifestazioni climatiche e ambientali tipiche della stagione hanno cominciato a comparire vigorosamente ma non sono ancora nel loro clou, e già avere voglia di gustarmi il particolare e inconfondibile profumo dell’aria di inizio primavera, il piacere della temperatura ormai mite, giusta, perfetta perché non ti fa più avere freddo e non ti fa affatto sentire caldo, dei colori naturali che si riaccendono…
Poi, quando mi ritrovo ad inizio primavera, con tutto ciò che nell’ambiente caratterizza il periodo, i suoi risvegli, le sue rinascite, sento di avere già voglia di quelle percezioni e quelle sensazioni proprie dell’estate più piena, degli olezzi dei prati, dei boschi e dei sassi di montagna riscaldati intensamente dal Sole, delle sere in cui ti pare di tornare a respirare dopo pomeriggi oltre modo afosi, della luce diurna sfavillante e delle sere luminescenti…
Per non dire di quando l’estate ormai imminente già riscalda la giornata in modo intenso e mi sento sollevare l’animo al pensiero che non manca più molto per le prossime vacanze ma, già, percepisco la voglia di giornate più placide, del Sole che scenda più veloce verso la linea dell’orizzonte, di luminosità meno intense, meno abbacinanti, di più freschi refoli d’aria la sera e la mattina…
Come adesso, ecco, con l’estate ormai alle porte – e quella climatica già iniziata.
Mi ricordo, quando ero (credo) ancora alle elementari, che qualcuno mi chiese quale fosse la mia stagione preferita e di descriverla – forse per un tema, non ricordo. Invece ricordo che finii per descriverle tutte.
In fondo aveva ragione Khalil Gibran, quando scrisse:
Fate allora che ciascuna stagione racchiuda tutte le altre, e il presente abbracci il passato con il ricordo ed il futuro con l’attesa.