Il paesaggio alpino non è rinnovabile!

[Foto di Bastian Pudill da Unsplash.]
Il paesaggio è sempre più una chiave per la negoziazione di questioni sociali e politiche, sia nella sua concretezza materiale e sia nel concetto immateriale. La CIPRA – Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi, organizzazione non governativa transalpina che rappresenta, elabora e manifesta, a mio modo di vedere, la visione più avanzata e spesso innovativa sui temi riguardanti il paesaggio (alpino e non solo) e le relazioni umane con esso, da sempre e in modo crescente negli ultimi anni ha approfondito le tematiche sopra citate dedicandosi al tema prioritario del “paesaggio” quale risultato di una stretta interazione tra le attività umane e le dinamiche naturali.

In effetti quello che chiamiamo paesaggio è il risultato di una varietà di interrelazioni tra fattori ecologici, sociali e culturali. La CIPRA concepisce il paesaggio non solo in senso geografico, ma anche come una percezione sociale e culturale, personale e comunitaria del territorio. Il paesaggio è inteso come il risultato dell’azione e della percezione sociale, in rapporto di interazione reciproca con coloro che agiscono e lo percepiscono. Esso fa quindi riferimento a quanto stabilito dalla Convenzione Europea del Paesaggio; d’altro canto il paesaggio funge anche da tramite dell’esperienza fisica, un’esperienza che non è esclusiva ma aperta a tutti. Le/i fruitori del paesaggio non sono necessariamente i suoi proprietari: il paesaggio è anche un patrimonio culturale, una manifestazione della storia collettiva. Allo stesso modo, il paesaggio serve a garantire lo spazio vitale e fornisce risorse vitali, i cosiddetti servizi ecosistemici. È inoltre indispensabile per promuovere e proteggere la biodiversità.

Tutti questi indirizzi fondamentali sono alla base del Documento di Posizione sul Paesaggio, elaborato nell’ambito di un ampio processo partecipativo che ha coinvolto i rappresentanti della CIPRA, giovani abitanti della regione alpina ed esperti di tutti i Paesi alpini, e che è stato reso noto e pubblicato lo scorso 10 dicembre.

Nella sua struttura il Documento di Posizione rispecchia l’eterogeneo mosaico di paesaggi (alpini) ed evidenzia i requisiti necessari per comprendere e conservare gli elementi caratteristici di questo mosaico paesaggistico. L’approccio della CIPRA al paesaggio si basa sull’individuazione due principi fondamentali: “Paesaggio come Commons” e “Negoziare il paesaggio” (Capitolo 2). Le cinque richieste in seguito formulate (Capitolo 3) fanno riferimento a specifiche forme di utilizzo del paesaggio che determinano una marcata influenza sul medesimo. Nel dettaglio queste sono: (3.1) Paesaggi non sfruttati, (3.2) Agricoltura, (3.3) Energia, (3.4) Tempo libero e (3.5) Urbanizzazione. Le società alpine hanno una grande responsabilità nella gestione dei paesaggi non sfruttati, ormai poco comuni in Europa. Per ognuna delle cinque posizioni vengono descritte le tendenze e le sfide dal punto di vista della CIPRA. Le richieste che ne derivano indicano la strada per uno sviluppo sostenibile nelle Alpi.

Il Documento di Posizione è in buona sostanza uno strumento emblematico e di grande valore che, pure nella sua necessaria stringatezza, rappresenta un compendio degli indirizzi fondamentali sui quali deve (dovrebbe), o quanto meno può (potrebbe) strutturarsi la gestione corretta e virtuosa del paesaggio da parte di tutti i soggetti, pubblici e privati, che in un modo o nell’altro sostengono tale compito. È una pietra angolare sopra la quale si può progettare un buon futuro per un patrimonio collettivo così importante e necessario, ancora oggi troppo incompreso e trascurato ma che, appunto, rappresenta un elemento fondamentale con il quale sviluppare il mondo che abitiamo al meglio e a beneficio di tutti.

Cliccate sull’immagine in testa al post per scaricare il Documento di Posizione sul Paesaggio della CIPRA, dal titolo Il paesaggio alpino non è rinnovabile!, in formato pdf. È senza dubbio una lettura – rapida, ribadisco – interessante e illuminante.

 

Gente da denunciare. Punto.

E nel mentre che sempre più persone di buona volontà e di ammirevole senso civico, attraverso le associazioni delle quali sono membri o per iniziativa personale, cercano di diffondere una cultura ambientale sempre più virtuosa e l’impegno condiviso, materiale e immateriale per la salvaguardia dei nostri territori naturali, beni comuni o meglio commons (culturali, economici, sociali e molto altro) di tutti e verso i quali tutti abbiamo diritti e doveri, individui con senso civico nullo e cattiva volontà si permettono di produrre e mandare sui canali TV programmi come questo:

Programmi che meritano soltanto una cosa: un bell’esposto alla Procura della Repubblica di competenza della zona nella quale sono stati realizzati, a carico di chi li abbia realizzati ovvero a chi nell’amministrazione pubblica li abbia autorizzati. Punto.

E ricordatevi: se durante un’escursione in ambiente naturale incontrare o avvistate dei motociclisti che scorrazzano per divertimento su sentieri e strade rurali chiuse al transito dei mezzi motorizzati e dunque senza autorizzazione al passaggio, denunciatelo subito ai Carabinieri Forestali della zona in questione oppure contattate sul posto il 112!

BASTA moto sui sentieri (una volta per tutte!)

Un’ennesima circostanza alquanto irritante, accaduta la scorsa domenica, della quale sono stato diretto testimone, mi ha riconfermato come la questione del passaggio non autorizzato e a scopo ludico di motociclette lungo strade e sentieri di montagna con divieto di transito sia una piaga tra le peggiori che il territorio naturale debba subire. Una piaga che resta invariabilmente impunita, vuoi per la difficoltà dei controlli (che tuttavia spesso sono ben più semplici da eseguire di quanto si creda, come nel caso delle mie zone: è la volontà degli amministratori pubblici e delle forze dell’ordine che manca!), vuoi per la prepotente e incivile spavalderia di molti motociclisti (non tutti, sia chiaro, ma comunque troppi!) che a bordo delle loro stramaledette moto si sentono i padroni invincibili e intoccabili della montagna.

Ribadisco con ancor maggior forza quanto ho già sostenuto e scritto altre volte, sia qui sul blog (vedi qui, qui e anche qui: negli articoli trovate anche i riferimenti legislativi in tema) che in altre sedi pubbliche e mediatiche: BASTA con le moto sui sentieri, questo fenomeno scellerato deve essere cancellato al più presto! Le leggi al riguardo ci sono, vanno semplicemente fatte rispettare – una cosa sempre troppo ostica, in Italia. E ci sono anche i soggetti istituzionali preposti a conseguire questo obiettivo di civiltà, peccato siano sempre così svagati: a partire dal Club Alpino Italiano, che sul tema dice spesso cose giuste le quali tuttavia restano solo belle parole sulla carta, mentre gli enti pubblici territoriali, al solito, si fanno notare per la loro assenza (vedi sopra in merito alla volontà di far rispettare le leggi in vigore). Resta solo la mirabile attività di molte piccole associazioni volontaristiche locali di tutela dell’ambiente e di manutenzione dei sentieri, i cui appelli accorati e ben circostanziati echeggiano chiarissimi e inequivocabili tra i monti (e sui media) ma restano inascoltati dai sordi amministratori suddetti.

A questo punto, non resta che concludere con un pensiero chiaro e inequivocabile: il fatto che divieti, normative e regolamenti giuridici siano palesemente inosservati e trascurati dagli stessi amministratori pubblici, non può consentire in nessun caso l’impunità di quei maledetti motociclisti. Non può. Ovvero: devono capire, costoro, che quello che si arrogano il diritto di fare con le loro motociclette non può essere fatto – e lo devono capire attraverso ogni modo possibile.

Chi ha orecchie e soprattutto cervello e ancor più senso civico per comprendere ciò, lo capisca. Altrimenti, «a mali estremi, estremi rimedi» si dice, no? Ecco.

I diritti dei bambini (eccetto quelli americani)

[Foto di Piron Guillaume da Unsplash; mappa di L.tak, opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Credo che in queste ultime settimane sia emersa in maniera ormai palese e indubitabile per chiunque la realtà circa il disturbo bipolare di cui soffrono gli Stati Uniti d’America. Un paese che va per primo sulla Luna dicendo «Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» e poi consente ai suoi cittadini di girare per le pubbliche vie con armi da guerra; che ha inventato il rock’n’roll e il junk food, che pretende di esportare la democrazia altrove ma la minaccia al suo interno, che giura ogni cosa sulla Bibbia e ha la più fiorente industria del porno, che ha eletto come presidente un nero progressista e appena dopo un bianco razzista. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma pure in America niente succede per caso, ovvero tutto è conseguenza e prodotto di un certo sistema culturale – o non culturale. Per cui oggi, Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia in quanto il 20 novembre del 1989 venne approvata dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite la Convenzione Universale dei Diritti del Fanciullo, è utile ricordare che l’unico paese al mondo a non aver ratificato tale dichiarazione sono proprio gli Stati Uniti d’America.

Già.

E per motivi piuttosto inquietanti, come potete constatare qui.

Questo ovviamente non significa che i bambini americani non godano di diritti e tutele, così come non significa che certi stati che la Convenzione l’hanno ratificata garantiscano equi diritti ai loro bambini. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione dell’ambiguità politico-culturale del sistema di potere americano, sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde che, a leggere la storia del mondo dell’ultimo secolo, in effetti viene sempre più difficile stabilire se la sua presenza vi abbia apportato, nel complesso e con visione diacronica, più vantaggi o più danni.

Ecco.

Ora, forse, capirete un poco di più perché un personaggio come Donald Trump è diventato presidente e si permetta di fare quello che ha fatto e sta facendo, applaudito da molti.

Una domanda spontanea

Per la prima volta nella storia del genere umano due cambiamenti sembrano imminenti. Il primo è l’esaurimento della natura selvaggia nelle aree del pianeta più facilmente abitabili. Il secondo è l’ibridazione globale delle culture dovuta all’industrializzazione e ai mezzi di trasporto moderni. Nessuno dei due fenomeni può essere impedito, e forse non dovrebbe esserlo. Eppure una domanda sorge spontanea: è possibile, grazie a qualche lieve intervento sui mutamenti in corso, preservare certi valori che altrimenti andrebbero perduti?

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.196-197.)

Leopold, dimostrando nuovamente la sua grandissima lucidità, quasi prossima alla preveggenza, poneva quella domanda “spontanea” negli anni Quaranta del secolo scorso, ben ottant’anni fa, quando forse ancora si poteva agire per regolare l’evoluzione umana degli ambiti citati e intuendo la potenziale problematicità della risposta. Una risposta che oggi ci appare del tutto scontata, sì, ma nella sua assenza: era possibile, certo, ma non è stato pressoché fatto alcun intervento, anzi, quei cambiamenti sono stati resi ancora più perniciosi. Al punto che, se a Leopold (e a pochi altri illuminati come lui) la domanda già allora posta sorgeva spontanea, oggi resta ancora aliena a buona parte delle menti umane, in primis a molte di quelle che governano il pianeta. Sempre che di “menti” si possa parlare, già.