Camminare è un atto di progresso civile

[Foto di Tim Foster da Unsplash.]

La società che tutti insieme abbiamo creato manda un messaggio chiaro: se non ti sottoponi alla produzione di massa, sei fuori. L’unica via di uscita è tornare a vivere secondo il diritto selvatico, recuperare le gambe, riconoscere che i nostri piedi sono più intelligenti di tanti cervelli riuniti in un Parlamento o a un vertice mondiale della sostenibilità: in quei luoghi, nessuno sa cosa sia il Cammino di una civiltà.

(Davide SapienzaCamminando (Lubrina Editore, Bergamo, 2014, pag.94; in ebook su Feltrinelli.)

Ha ragione Davide: se si vuole trovare un aspetto positivo nella società contemporanea, è quello – paradossale – di aiutarci a (ri)mettere in luce ciò che può realmente salvarci dalla sua (all’apparenza) irrefrenabile decadenza – culturale, soprattutto, ma non solo. E quasi sempre si tratta di azioni semplici, primarie, primordiali eppure fondamentali, virtuosamente olistiche, profondissime nella loro essenza e profondissimamente umane. Come il camminare, appunto, pratica che – chi legge il blog lo saprà da tempo – trovo personalmente (come trovano molti altri) necessaria al fine di potersi ancora dire creature intelligenti, per quanto sia – in tutta la sua semplicità, appunto – un’azione ricolma di innumerevoli sensi, significati, accezioni, sostanze, concetti, nozioni, culture, saggezze. Tutte cose che possono renderci migliori ergo rendere migliore il mondo in cui viviamo, ben più di Parlamenti politici e vertici mondiali di esperti di chissà cosa – proprio come afferma Davide Sapienza.

P.S.: cliccate qui per leggere la personale “recensione” di Camminando.

Il paradossale rapporto odierno tra l’uomo e la Natura

[Quando a fine Ottocento si pensava di poter arrivare in treno fino in vetta al Cervino… Immagine tratta dal sito web del Club Alpino Svizzero.]
Si può identificare una sorta di particolare paradosso – se così lo si può definire – nella relazione tra l’uomo e l’ambiente naturale per come si è sviluppata in maniera crescente nell’era moderna, ovvero dall’industrializzazione in poi e fino ai giorni nostri.

Il paradosso è il seguente: fino a un certo punto l’uomo ha pensato che, con la tecnologia sviluppata grazie al galoppante progresso industriale, avrebbe potuto dominare in maniera concreta e (quasi) assoluta la Natura, soggiogandola ai propri bisogni come mai prima aveva potuto. Lo ha fatto, per certi versi, realizzando spesso opere notevoli e impressionanti ma, tutto sommato, in un modo francamente risibile rispetto alla presenza e alla potenza naturale con le quali si è rapportato. Anzi, a pensarci bene la sua sfida si è rivelata una bella illusione e un frequente sostanziale fallimento, con eccezioni assai rare che col senno di poi non possono certo giustificare qualsivoglia pretesa di “dominazione di successo” sulla Natura come l’uomo credeva e pretendeva in origine, quando pensava di poter giungere ovunque coi propri mezzi di trasporto (vedi l’immagine lì sopra), di colonizzare e costruire città in qualsiasi territorio, anche il più ostico, di controllare i fenomeni meteorologici e i cicli biologici adattandoli alle proprie esigenze, di poter sfruttare e industrializzare le risorse naturali a proprio piacimento e senza limite alcuno, né materiale e nemmeno morale… Be’, invece ecco che la Natura domina ancora e praticamente come secoli fa sulla civiltà umana e la sua tecnologia: basta un nubifragio in un territorio antropizzato/urbanizzato con modalità molto tecnologiche ma poco ecologiche, cioè tramite una forma mentis spadroneggiante e non conciliante, e la suddetta evidenza diventa palese, inutile rimarcarlo. Senza contare che se l’umanità s’è messa da sola nelle grane, climaticamente e non solo, in forza della propria impronta antropica sul pianeta e delle relative conseguenze, la Natura sa e saprà rinnovarsi sempre e come mai l’uomo riuscirà a fare, anche in condizioni che per il cosiddetto Sapiens risulterebbero consone a una potenziale estinzione del suo genere.

Oggi l’uomo contemporaneo, dotato d’una tecnologia ovviamente ben più avanzata che nel passato che parimenti lo potrebbe rendere più dominante d’un tempo, ha piuttosto l’opportunità di rimettersi in equilibrio con la comunque insuperabile dominanza dell’ambiente naturale, di (ri)armonizzarsi meglio che una volta con le sue potenti manifestazioni fenomeniche. Il vero successo odierno del progresso umano sarebbe proprio quello di adattarsi alla Natura senza più pensare di poterla soggiogare, tanto più che l’ambiente naturale di oggi presenta varie criticità ecologiche e climatiche che un tempo non c’erano, o non erano così evidenti, e verso le quali è evidente l’impreparazione umana sia tecnologica che culturale, almeno al momento. Invece, paradossalmente (appunto), l’uomo contemporaneo crede ancora di poter dominare la Natura, di poter vincere sui suoi fenomeni climatici, di poterne ignorare le manifestazioni e gli effetti come se nulla potessero, essi, contro la tecnologia umana, quando invece è del tutto palese che accade il contrario – e sarà ancor più palese, tale realtà, nei prossimi anni.

Se è progredito tecnologicamente, l’uomo, non altrettanto ha saputo fare culturalmente e intellettualmente, almeno in questo ambito. O forse sì, lo avrebbe saputo fare, lo ha fatto, ma non se ne rende conto e, nonostante il suddetto progresso, nei confronti del mondo naturale continua sostanzialmente a ragionare come faceva due o più secoli fa – paradossalmente, ribadisco – convinto di saper sfidare e poter vincere sulla Natura piuttosto di trovare con essa il più proficuo (per l’umanità in primis) e vitale equilibrio. E le conseguenze di questo regresso che l’uomo riesce assurdamente a coltivare nel suo “progresso” le stiamo già vedendo e le vedremo sempre più, nel futuro.

Si stava meglio quando si stava… in treno!

In questo nostro tempo presente fatto di inquinamento cronico, strade intasate, prezzi dei combustibili alle stelle e al contempo di bisogno ormai impellente d’una riconversione ben più ecosostenibile dei nostri trasporti, sia compiuti per dovere o per diporto, e in generale del comune modus vivendi quotidiano, non si può che restare vieppiù sgomenti di come l’Italia, tra il dopoguerra e gli anni Settanta del Novecento, abbia dilapidato un meraviglioso patrimonio di ferrovie locali facendone tabula rasa per far bellamente trionfare i trasporti su gomma – e, ovviamente, chi se ne faceva propugnatore. L’elenco delle reti ferroviarie dismesse, molte delle quali peraltro oggi avrebbero un potenziale turistico semplicemente enorme, è lungo tanto quanto desolante, o irritante: qui ne trovate uno, di tali elenchi, che tuttavia mi viene da ritenere incompleto. Nel frattempo, c’era un paese confinante con l’Italia che procedeva in senso totalmente opposto, la Svizzera, oggi dotata di una delle reti ferroviarie più efficienti e turisticamente apprezzate del mondo. Un altro pianeta, insomma.

Dalle mie parti ve ne una, duplice, di dismissione maledettamente esemplare di reti ferroviarie che oggi risulterebbero oltre modo preziose: le Ferrovie delle Valli Bergamasche – Val Brembana e Val Seriana – le quali vennero chiuse tra il 1966 e il 1967 generando così, oltre a numerosi altri danni, due delle zone montane più intasate di traffico stradale del Nord Italia. Di una di queste ferrovie orobiche, quella brembana (peraltro, coi loro ponti, i viadotti, le gallerie, le stazioni, dei notevoli capolavori di ingegneria), io e gli altri due autori – Sara Invernizzi e Ruggero Meles – ne abbiamo scritto, pur succintamente, nella guida DOL dei Tre Signori, dal momento che il trekking che da Bergamo giunge fino alla Valtellina cavalcando la meravigliosa dorsale montuosa tra la bergamasca e il lecchese, nella sua prima tappa che termina a Roncola San Bernardo, incrocia la linea ex ferroviaria e la percorre per un buon tratto, essendo stata trasformata nella Ciclovia della Val Brembana. Una riconversione certamente lodevole, per un’opera rimasta a lungo chiusa e cadente (lo è ancora, per quanto riguarda certi stabili di servizio alla linea – stazioni, depositi, cabine elettriche, eccetera – tutt’oggi abbandonati), che tuttavia non riesce a dissolvere l’amarezza nel constatare quanto virtuosa poteva essere la realtà presente e invece non fu. Tanto più che oggi la linea della Valle Seriana è stata in parte ricreata – ovviamente con materiale contemporaneo – mentre quella della Val Brembana lo sarà a sua volta nei prossimi anni, seppur entrambe con funzione principale di trasporto suburbano più che miratamente turistico, e pressoché senza scopi di trasporto industriale. Ovvero, si sono dovuti spendere parecchi soldi pubblici per ricreare, e solo parzialmente, ciò che già c’era. Al netto dell’apprezzabile utilità attuale, una gran genialata, vero?

Tornerò comunque a breve sull’argomento, con alcune testimonianze di diverso segno che se da un lato rimarcano la desolazione suddetta su quanto accaduto in passato, dall’altro indicano alcune interessanti e preziose possibilità di recuperare, almeno in certi luoghi, il tempo perso e le occasioni smarrite di viaggiare in territori pregio e goderne i paesaggi in modo comodo, sostenibile e affascinante, presentandosi come modelli emblematici da studiare e, per quanto possibile, imitare.

Insomma: vi inviterò nuovamente in carrozza presto!

Ciò che ci insegna la civiltà africana

[Un pastore Masai. Foto di Bertrand Lacote, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]

All’equilibrio ecologico corrispondeva un equilibrio nel campo delle relazioni umane, un equilibrio ideale di diritti e di doveri di parentela, talvolta molto semplice, spesso molto complicato e quasi sempre costruito in funzione di pressioni bilanciare tra le diverse sezioni della società: in maggioranza fra discendenze e gruppi di discendenza. Questo equilibrio ideale di relazioni di parentela, considerato essenziale per quell’altrettanto ideale equilibrio con la natura che era di per se stesso garanzia materiale di sopravvivenza, richiedeva specifici modelli di condotta. Gli individui potevano avere dei diritti, ma li avevano in virtù solo dei doveri che assolvevano verso la comunità.

In questo passaggio del suo celebre volume La civiltà africana, Basil Davidson (che di storia dell’Africa è stato considerato tra i massimi esperti in assoluto) rimarca indirettamente – ma non troppo – una colpa che noi civiltà avanzate occidentali manifestiamo rispetto a quelle altre comunità umane che, dall’alto del nostro progresso, abbiamo sempre considerato (più o meno marcatamente) arretrate: l’incapacità, ovvero la capacità perduta, di concepirci in relazione con la Natura proprio come civiltà, come rete strutturata di individui che abitano un territorio e il suo ambiente naturale con i quali dover necessariamente instaurare un equilibrio biologico proficuo per entrambi, umani e Natura, al fine di viverci al meglio e contemporaneamente garantire tale condizione a lungo nel tempo attraverso la salvaguardia del territorio stesso – a prescindere dalle forme attraverso le quali istituire e manifestare tale equilibrio nonché dal grado di progresso tecnologico e culturale raggiunto, ovviamente: non è questo il fulcro attorno a cui ruota la questione. Invece gli occidentali da tempo hanno rotto quell’equilibrio e ne hanno dimenticato l’importanza: avremmo la tecnologia per restare in armonia con il mondo che viviamo e con la sua Natura e invece la utilizziamo da decenni per distruggerlo. Anche in Africa, dove abitano quelli “arretrati” che vivono ancora nelle capanne di fango ai quali, anche sul tema suddetto, vorremmo insegnare il nostro “progresso”, già.

No, oggi non è l’8 marzo!

L’Europa del Nord, altrimenti definita con termine tecnico-geografico, regione biogeografica boreale, è notoriamente la parte più progredita e avanzata del continente (e non solo) sui piani sociale, civile e culturale: comprende la Norvegia, la Svezia, la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia, la Lituania, paesi ai quali va certamente aggiunta l’Islanda, affine ad essi sotto ogni punto di vista.

Bene: detto ciò, m’è venuta la curiosità di verificare quali siano i primi ministri in carica dei paesi citati.
Di seguito trovate quanto ho appurato:

Nota a margine: età media dei summenzionati primi ministri in carica, poco più di 46 anni.

Ecco.

Ah, per correttezza d’informazione, fanno parte della regione biogeografica boreale anche la Bielorussia settentrionale e la Federazione Russa: ma oggi questi due paesi non sono per nulla Europa, anzi, ne risultano parecchio antitetici e infatti non serve citare chi li comandi e come stiano messi, a livello di qualità generale della vita civica.

D’altro canto quaggiù, nell’Europa del Sud, probabilmente ciò che avete letto appare soltanto come una serie di simpatiche e superflue spigolature, tutt’al più buone per il “solito” 8 marzo. Già.

(Fonti delle immagini, da sinistra a destra:  Renee Altrov – Riigikantselei, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=102605963; U.S. Department of State from United States – Secretary Blinken Meets With Swedish Prime Minister Andersson, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=113399112; NordForsk from Norway – Katrín Jakobsdóttir, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=93951203;  Rokasdarulis – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=78962163;  Laura Kotila, valtioneuvoston kanslia – https://kuvapankki.valtioneuvosto.fi/l/2n7pG8ZmbRvDCC-BY-4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0/deed.fi), CC BY 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=84794594.)