«Un punto di accoglienza strategico per i “migranti verticali” in fuga dalle città» (a un’ora da Milano)

(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 30 settembre 2024.)

I Piani Resinelli sono senza dubbio una delle località montane più emblematiche delle Alpi lombarde. Posti sopra Lecco a 1300 m di quota, a un’ora d’auto da Milano e ai piedi delle celeberrime Grigne, sono stati culla dello sci (nel 1913 vi si disputò il primo campionato italiano assoluto) e poi dell’arrampicata su roccia, ma col tempo sono scivolati nelle dinamiche del turismo mordi-e-fuggi più massificato e degradante, a volte imposto da una politica locale poco attenta alle grandi potenzialità del luogo. Oggi cercano di invertire una sorte altrimenti segnata anche grazie a Resinelli Tourism Lab, una realtà di recente costituzione che propone e sperimenta nuovi modelli di sviluppo turistico partendo da presupposti culturali differenti. Ne ho parlato con Sofia Bolognini, co-fondatrice di RTL (e “neo-montanara” che ha scelto di vivere con la propria famiglia ai Piani) per “L’Altra Montagna”:

Come è nato Resinelli Tourism Lab e soprattutto perché avete sentito il bisogno di creare un “laboratorio turistico” per una località così significativa e nota come i Piani Resinelli?

L’idea ci è venuta subito dopo la fine del primo lockdown da Covid-19. Complice l’inaugurazione di un’attrazione turistica di massa (una passerella panoramica a strapiombo nel vuoto, che è subito diventata oggetto di reel da migliaia di views), nel momento delle riaperture l’intensità dei flussi ha rapidamente superato la capacità di carico della località. Colonne di automobili, grandi quantità di spazzatura abbandonata sui sentieri: i segni più evidenti lasciati dall’overtourism, che ormai abbiamo imparato a riconoscere. Ma ci sono anche segni meno evidenti: la progressiva perdita dell’identità e della memoria storica locale, i disagi vissuti dalla comunità residente. I Piani Resinelli sono sempre stati una località attrattiva: il turismo, però, ha tanti volti. Da un lato può contribuire a generare ricchezza per chi vive e lavora sull’altopiano; dall’altro, può cannibalizzare le risorse, distruggendo i servizi per i residenti e favorendo lo spopolamento. Dopo gli anni d’oro dell’alpinismo, questo luogo è stato la culla dello sci alpino lombardo. Sono ancora visibili i resti degli impianti dismessi, i grandi alberghi abbandonati tra cui il grattacielo, icona di un modello turistico che ha fatto grandi danni prima di collassare e fallire. Fin da subito, quindi, siamo nati con l’idea di sperimentare nuovi modelli di sviluppo turistico, partendo da presupposti culturali differenti.

[Veduta dei Piani Resinelli con lo sfondo della Grigna Meridionale, o Grignetta, e in primo piano il “famigerato” grattacielo, simbolo nel bene e soprattutto nel male della località.]
Di recente vi siete costituiti APS, Associazione di Promozione Sociale. Un obiettivo che finalizza la prima parte di vita della vostra realtà e al contempo rappresenta l’inizio di un nuovo percorso, conseguente al primo ma certamente pure diverso. Perché avete intrapreso questa decisione e qual è il piano d’azione che avete immaginato per il “nuovo” Resinelli Tourism Lab?

I Piani Resinelli non sono un piccolo Comune di montagna, ma un territorio diviso in 4 comuni e due comunità montane diverse. Per un motivo o per l’altro, è sempre mancata una comunità locale vera e propria. Quando siamo nati speravamo di poter attrarre attorno al progetto questa comunità ancora invisibile, aiutandola ad emergere. E così è accaduto: nel tempo, le persone sono arrivate. Oggi l’associazione nasce per essere un punto di riferimento sul territorio: tra i soci ci sono residenti, proprietari di seconde case, esercenti e operatori, ma anche appassionati, persone che amano il territorio e desiderano prendersene cura mettendo a servizio le proprie competenze. Il “nuovo” Resinelli Tourism Lab è un corpo collettivo, che si muove sul territorio interpretando i bisogni di una comunità sfaccettata: persone con background ed esperienze diverse, competenze professionali, aspirazioni, desideri e aspettative.

[Panorama dei Piani Resinelli e in lontananza della pianura lombarda dai contrafforti della Grigna Meridionale. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it.]
Cosa sono i Piani Resinelli, dal vostro punto di vista? Quali le potenzialità e quali le criticità che presenta un luogo così particolare e per certi versi raro (è l’alta montagna più vicina in assoluto a Milano) e come si possono e devono (dovrebbero) gestire, secondo voi?

Senza dubbio, i Piani Resinelli sono la Grignetta. La Grigna è l’orizzonte di questo luogo, il suo carattere, la sua anima. È una montagna iconica, il simbolo cult per la vicina Milano, la riproduzione in scala del suo Duomo. Le fragilità riguardano l’affastellamento istituzionale e la facilità con cui a fasi alterne nel tempo si è scivolati verso un modello turistico estrattivo, diverso nei modi ma identico nella sostanza. Dai tempi dello sci a quelli della passerella panoramica. In un’ora e mezza è possibile partire da Milano e arrivare in Grigna. Una prossimità che può potenzialmente trasformare i Piani Resinelli in un vero laboratorio di innovazione metromontano. Il termine “Lab” per noi è molto importante. Fin da subito, siamo nati con l’idea di fare dei Resinelli laboratorio per un’Altra montagna. In questi anni abbiamo collaborato con università e centri di ricerca, abbiamo ospitato studenti e studentesse, nomadi digitali e smart workers. La possibilità di sperimentare processi di innovazione civica e costruire un ponte tra le terre alte e la metropoli urbana qui ha una dimensione di concretezza anche geografica. Con l’orizzonte del cambiamento climatico e l’aumento delle temperature, i Piani Resinelli possono essere un punto di accoglienza strategico per i migranti verticali in fuga dalle città sempre più torride: vorremmo che il territorio fosse gestito con questa prospettiva, ovvero quella di rafforzare i servizi per rendere possibili diverse forme di abitanza. […]

[Il bello e il brutto dei Piani Resinelli: sopra, la spettacolare Grignetta con le sue innumerevoli guglie (e il Grignone che spunta dietro di esse); sotto, il parcheggio principale della località, nei weekend caoticamente pieno di auto, di rumore, di gas di scarico.]
(Potete leggere l’intervista in versione completa su “L’AltraMontagna”, qui. Invece i numerosi articoli che nel tempo ho dedicato ai Piani Resinelli li trovate qui.)

Psicogeografia silvestre

[Foto di Mario da Pixabay.]
Qualche giorno fa l’artista Giada Bianchi, per il suo progetto del Vocabolario Collettivo Della Realtà (VCDR), ha chiesto ai suoi followers di rispondere alla domanda «Cos’è per te il bosco?». Personalmente ho risposto che «il bosco è il luogo di ritrovo di alcuni dei miei amici più cari, che vado spesso a incontrare per farci belle e illuminanti chiacchierate».

Ma al di là di tale risposta (e della sua intonazione faceta, solo apparente), la sua domanda mi ha fatto pensare a ciò cui effettivamente rimanda il mio rapporto con i boschi e a come quelli domestici, in particolar modo le faggete, siano veramente un luogo con il quale mi sembra di intrattenere una relazione basata sul dialogo, sulla conversazione sintonica ovviamente priva di parole e invece ricca di percezioni. Il tutto proprio come se per, per ritemprarsi dalla routine quotidiana, si andasse a ritrovare dei buoni amici coi quali scambiare qualche chiacchiera in simpatia.

Di conseguenza, ho pensato che ogni comunità arborea determinata, cioè un bosco formato da un certo tipo di albero, per molti versi può ben rimandare, non solo visivamente, all’idea di un popolo: con le sue caratteristiche, le sue peculiarità, la sua natura, tutti elementi che lo contraddistinguono dagli altri. So bene che questa è un’ovvietà biologica e botanica, ma forse non lo è dal punto di vista culturale, risulta più sfuggente o meno considerata. Voglio dire: le sensazioni che viviamo nel mentre siamo dentro una faggeta, un’abetaia o un lariceto sono sempre le stesse, o sono differenti per ciascuna popolazione arborea che ci sta ospitando? Io credo che sia questa seconda la realtà delle cose: sono esperienze di psicogeografia silvestre, in buona sostanza, che inevitabilmente quanto forse inconsapevolmente ci portano a intessere una relazione con un certo bosco, e il popolo che lo forma, diversa dagli altri e dai rispettivi esponenti arborei.

Il termine «popolo» ha un’etimologia incerta. Sicuramente la parola che usiamo deriva dal latino populus che a sua volta proviene dal greco πλῆθος, «folla», «moltitudine», ma l’etimo originaria è indeterminata: potrebbe derivare da una radice indoeuropea (par– o pal-) usata per individuare l’insieme di una comunità ed esprimere il concetto di riunire, mettere insieme. Anche il greco antico ha assorbito questa radice che ritroviamo, ad esempio nella parola πλῆθος (plethos) = folla. Se il termine è da noi inteso nell’ovvia accezione antropica, regge bene anche se declinato in chiave botanica, e ciò senza temere accuse di eccessiva umanizzazione del bosco e degli alberi (a pensarci bene non ne ho mai abbracciato uno, come fanno alcuni – e fanno bene a farlo, se li fa stare bene). In effetti il bosco è una comunità di individui arborei, e tra di loro quelli di pari specie sono membri della stessa popolazione, cosa che diventa evidente nei boschi puri, formati da una sola specie. Un popolo unico riunito in un certo spazio, appunto. In esso, come dicevo, la relazione che vi intessiamo assume caratteristiche particolari: il nostro dialogo e ciò che ne possiamo ricavare lo è altrettanto, dunque differente dal dialogo con gli altri popoli arborei.

Quando vago nelle faggete dei monti sopra casa oppure altrove, insomma, sento di elaborare una presenza e una relazione diversa di quando cammino nelle abetaie, nelle selve castanili o nei lariceti. E se per generare questa mia relazione nel qui-e-ora alcuni elementi materiali influiscono senza dubbio – profumi, luci, ombre, colori, consistenze e altri elementi materiali o immateriali del paesaggio locale determinati dalla presenza degli alberi – per altri versi quella relazione viene elaborata interiormente in forza del bosco che mi sta ospitando in quel momento, degli alberi cioè del popolo arboreo che lo forma e di tutto ciò che scaturisce in me al riguardo, intellettivamente, emotivamente e spiritualmente.

Peraltro dal mio punto di vista tutto questo diventa anche un modo per dissolvere, o quanto meno mitigare, il distacco che noi umani generiamo sempre nel nostro rapporto con la natura, anche solo indicando con tale termine un ambito “altro” e diverso rispetto a quello antropizzato e ordinario – un’accezione secolare e sostanzialmente antropocentrica, al solito. Invece anche io, essere umano in fondo non diverso da qualsiasi altro vivente del pianeta, sono natura: per andare nel bosco non “vado nella natura”, ma io e gli alberi siamo natura, la stessa cosa nello stesso luogo allo stesso tempo. Differenti in tutto, chiaramente, ma in questo contesto uguali. Di conseguenza, io sono il rappresentante di un popolo in visita nel bosco ai componenti di un altro popolo verso i quali, come succede con qualsiasi altra comunità umana, adeguo la mia presenza e la conseguente reciproca relazione in modo da intessere il dialogo più aperto, franco e cordiale possibile – il quale serve anche per sentirmi bene nel bosco e non intimorito, come accade a qualcuno.

È un dialogo senza parole, come detto, ma grazie al quale vi assicuro che si possono fare bellissime, profonde e vivaci chiacchierate. Nonché arricchenti, garantito.

P.S.: del bosco come “popolo di alberi” avevo scritto anche qui, con un’altra chiave di lettura.

Piani Resinelli, la solita storia: turisti privilegiati, residenti trascurati. Così il luogo muore (ma tanto c’è il bel panorama, no?)

[Panorama dei Piani Resinelli dai contrafforti della Grigna Meridionale o Grignetta. Immagine di Valeria Viglienghi tratta da montagnelagodicomo.it, fonte originale qui.]

Un bel giorno, consultando gli orari degli autobus dall’app mobile della tua città, scopri che la fermata dietro casa è stata soppressa. Non per un giorno, non per qualche settimana. Per sempre. Stordita, cerchi informazioni sulle fermate della zona. Tutte soppresse. Ti domandi come farai a cucinare qualcosa per pranzo, dato che il frigo è quasi vuoto e il primo supermercato dista da te più di 25 km. Non ci sono alimentari nelle vicinanze, tutte le attività sono state chiuse e sostituite da alberghi, ristoranti e attrazioni per turisti.
In effetti ti chiedi come farai a lavorare, visto che anche la connessione internet è debole e la fibra non funziona. Sei completamente isolata, senza mezzi pubblici e senza connessione web. Ti accorgi che anche l’acqua ha smesso di uscire dal rubinetto della cucina: la tua casa non è più allacciata all’acquedotto comunale. Dovrai arrangiarti.
Ora, tutto questo, è la quotidianità di chi vive in montagna. Non in qualche valle sperduta ma qui, ai Piani Resinelli, a un’ora da Milano. Cerchiamo di ripeterlo, alle istituzioni, che su queste montagne ci sono persone che ci vivono. Famiglie. Cittadini e cittadine che pagano regolarmente i contributi, proprio come tutti gli altri a quote inferiori o sul lago. A differenza degli altri, però, queste cittadine e cittadini sono soli. E scoprire così, un mattino, che i mezzi pubblici sono stati cancellati, senza un avviso, senza uno scrupolo, perché bisogna fare dei tagli, perché quella tratta non raccoglie grandi numeri e quindi non è importante, lasciamoli lassù a brontolare, i montanari. Lasciamoli lassù, che c’è l’aria buona. L’aria che piace tanto ai turisti, quella che profuma di soldi e fatturato.
Noi siamo i cittadini sacrificabili. Quelli che tanto è una scelta loro. Quelli che vabè, tanto hanno il panorama. Quelli che tanto vivere in montagna è come stare sempre in vacanza. Un giorno questo luogo sarà finalmente come lo vogliono: deserto. Un circo per i turisti della domenica. Disabitato e spettrale per tutto il resto del tempo. Ci siamo già vicini. Notizie come questa sono passi sempre più decisi che muoviamo in questa direzione. Dobbiamo esserne consapevoli.

Riproduco tale e quale e rilancio la testimonianza/denuncia che ha pubblicato sulla propria pagina Instagram Resinelli Tourism Lab riguardo la situazione della località montana ai piedi delle Grigne, dacché sono pienamente d’accordo con quanto vi è espresso (la potete leggere in originale cliccando sull’immagine qui sotto.). La situazione dei Piani Resinelli, località meravigliosa e ricolma di infinite possibilità di frequentazione turistica sostenibili e virtuose a beneficio di tutti, turisti, residenti e villeggianti, ma che da alcuni degli amministratori pubblici locali viene considerata solo come una meta da turismo giornaliero di massa, un divertimentificio dove conta solo la quantità di persone che ci possono stare, non la qualità della fruizione del luogo, e per ciò viene offesa e degradata – una situazione sulla quale ho scritto spesso, peraltro – sta diventando sempre più paradossale oltre che pericolosa per la sopravvivenza sociale e culturale della località stessa. Il menefreghismo nei suoi confronti è ormai palese, il disinteresse nel suo futuro anche, il fastidio verso chi comprende le grandi valenze dei Piani e vorrebbe che i turisti vi ci si trovassero bene innanzi tutto perché bene ci si sentono i residenti altrettanto.

A proposito di trasporto pubblico poi – uno dei servizi di base del quale un luogo di montagna e la sua comunità hanno bisogno, per giunta – notate il paradosso (appunto): si chiama “trasporto pubblico” perché è della collettività, è di tutti, ma la politica, che dovrebbe rappresentare la collettività, si comporta come se il trasporto fosse privato, roba sua e dunque della quale disporre a piacimento e in base a qualsiasi motivazione, peraltro usurpando il valore funzionale delle tasse pagate della collettività. Se dunque il trasporto è pubblico e le tasse le paga il pubblico, se non ci sono i soldi e per ciò il trasporto viene tagliato non è un problema del pubblico ma della politica che, evidentemente, i soldi delle tasse non li sa gestire al meglio così come non sa gestire al meglio i servizi di base che vanno (andrebbero) garantiti alla collettività. Garantiti, ripeto, senza se e senza ma così come senza giustificazioni d’alcun genere. Garantiti e basta.

[Evidentemente a certi amministratori pubblici locali i Piani Resinelli piacciono solo così, ingolfati di auto e sovraffollati di turisti-mordi-e-fuggi.]
Dunque, la suddetta politica che dice? Che fa? Come intende agire? Ovviamente con i fatti, non solo con le belle parole che sa sempre ben spendere e altrettanto bene sa non concretizzare. Quella politica che in gran parte, per dire, da anni diffonde promesse, intenzioni, impegni a favore dei Piani Resinelli (così come in innumerevoli altre località delle montagne italiane), e poi lascia che i servizi essenziali alla comunità vengano tagliati. Quindi, che ha da dire ora al riguardo?

L’abbassamento dei livelli di falda, un problema tanto grave quanto troppo poco considerato

[Un torrente nei boschi vicino casa, qualche giorno fa.]
In questo periodo, dalle mie parti, c’è un motivo di gioia in più per vagabondare sui monti: quello generato dal vedere i ruscelli e i torrenti belli pieni d’acqua, in forza delle frequenti e abbondanti piogge delle ultime settimane. Quasi ogni corso d’acqua, da quelli maggiori ai rigagnoletti nascosti nel sottobosco, si è riattivato rianimando di conseguenza l’intero circondario che così appare più vivo, vibrante di energia, fremente come l’acqua che scroscia e fluisce e dona a chi passeggia uno dei più piacevoli sottofondi sonori che la natura sappia elargire.

Scrivo che ogni ruscello o torrente si è ri-attivato perché è proprio grazie a questa vitale rinascita idrica che nella mia mente tornano i ricordi di come solo un paio d’anni fa quegli stessi corsi d’acqua fossero invece inattivi, vuoti, secchi, sterili, tremendamente desolanti nel loro aspetto di lunghe colate di massi grigi e polverosi, completamente prive di acqua, che tagliavano i territori ferendone la bellezza e devitalizzandone l’ambiente, dopo la prolungata mancanza di piogge e di nevicate sui monti che quasi tutte le Alpi avevano dovuto registrare. Quest’anno per fortuna è andata bene (anche troppo!) ma l’estremizzazione delle conseguenze del cambiamento climatico in corso fa purtroppo temere che altre siccità, con relative emergenze idriche, potranno manifestarsi di nuovo nelle stagioni future e chissà in quale entità. Per questo trovo così bello il poter godere di tutta quest’acqua nei “miei” torrenti montani: sto acquisendo una memoria che manterrò sempre vivida, sperando che nel frattempo torni a essere l’immagine di una normalità e non il ricordo di un periodo eccezionale.

[Il segretario Loki è sempre estremamente contento di trovare acqua abbondante nei torrenti.]
D’altro canto la carenza o la mancanza di acqua nei torrenti della mia zona e di altre non è che una delle manifestazioni di un problema parecchio critico anche perché ormai pressoché cronico: il generale abbassamento dei livelli delle acque di falda e dunque delle sorgenti, che alimentano la gran parte di quei torrenti. Ricordo, quand’ero ragazzino, che con mamma e papà si veniva a camminare la domenica lungo i sentieri dei monti sui quali oggi vivo e, salendo in quota, incontravo numerose sorgenti con fiotti d’acqua copiosi e sempre presenti i quali, oltre alla mia borraccia, alimentavano i ruscelletti che a valle s’allargavano diventando veri e propri torrenti. Poi, col passare del tempo, ho visto quei getti d’acqua diminuire costantemente d’intensità e in modo crescente negli ultimi anni, anche in forza della visione più frequente, e alcuni di essi, magari nei periodi estivi più afosi e meno piovosi, perdere del tutto l’acqua fino alle piogge autunnali. Oggi, molte di quelle sorgenti appaiono attive per brevi periodi legati esclusivamente alle precipitazioni stagionali; di neve in inverno ne cade pochissima e il suo apporto alle falde, una volta fusa, è minimo; i nubifragi, anch’essi in palese aumento, sono talmente violenti da non dare il tempo al terreno di assorbire la pioggia e trasferirla alle falde sotterranee; inoltre, come detto, stanno comparendo fenomeno meteo-climatici come le prolungate siccità che fino a qualche anno fa si ritenevano impossibili nelle zone alpine e prealpine, naturalmente ricche di risorse idriche.

Tuttavia, non è soltanto un problema meteoclimatico legato alla quantità di precipitazioni o alle temperature in aumento. C’è anche una causa prettamente antropica che l’immagine qui sotto, trovata in giro sul web, spiega perfettamente:

Sulle montagne di casa (ma, ripeto, il problema è generale e diffuso ovunque sulle montagne), dove una volta c’erano così tanti ruscelli, torrenti e sorgenti ricche di acqua mentre oggi molto meno, si è scavato e costruito molto e di frequente – come mi hanno confermato pure alcuni conoscenti che di territori e di acqua si occupano per professione – con gli scavi si è andati a intercettare i livelli di falda, posti non di rado a scarsa profondità rispetto alla superficie del terreno. Un po’ come aver bucato un contenitore pieno d’acqua, la quale lentamente ma inesorabilmente è fluita fuori lasciandolo così vuoto e ugualmente privi di alimentazione i ruscelli a valle la cui vitalità idrica da quel “contenitore” per buona parte dipendeva. Il “contenitore” magari lo si può anche riparare, ma l’acqua che conteneva è ormai andata persa e per recuperarla bisogna immetterne altrettanta: ovvero, per rianimare la falda che ha perso la propria acqua servono periodi prolungati di pioggia abbondante, proprio come quello in corso nel nord Italia ma che, nella realtà meteoclimatica attuale, rappresenta un’eccezione. Se piove tanto il livello di acqua nella falda risale, se piove poco o nulla ovviamente no, al netto che eventuali escavazioni del terreno realizzate in corrispondenza dell’acquifero sotterraneo non ne abbiano compromesso la capacità di tenuta della propria riserva idrica.

[Il torrente Terrò, tra Orsenigo e Cantù in Brianza (Como), completamente in secca a fine inverno 2023. Immagine tratta da www.quicomo.it.]
Ecco, io non sono un tecnico del settore idrico o una figura assimilabile, dunque non entro nel merito degli aspetti geologici e idrologici della questione: mi occupo di territori, paesaggi e relazioni antropiche con essi. Quindi, il rilievo primario che in queste circostanze cerco di cogliere e analizzare nello studio di essi è proprio l’effetto della carenza ormai ordinaria di acqua nei torrenti sulla percezione materiale e immateriale del rispettivo paesaggio, la quale assume anche valenze psicogeografiche dacché va a influire direttamente sull’elaborazione culturale di quel paesaggio nella persona che vi ci si trova e vi interagisce. Basti pensare, molto banalmente, a come un bosco attraversato da un torrente in secca appaia meno vitale e animato nonché più malinconico di un altro che goda del transito d’un torrente vispo d’acqua abbondante. La sola visione della colata di massi e pietrisco inaridita “devia” i sensi e la percezione d’animo verso suggestioni piuttosto meste (anche se inconsce, forse) e d’altro canto l’acqua è l’elemento per eccellenza che rappresenta e manifesta primariamente la vita in natura e la vitalità dei suoi ambienti: è inevitabile che la sua assenza susciti sensazioni opposte in chiunque.

[Così si presentava il torrente Pioverna, corso d’acqua principale della Valsassina (Lecco), a giugno 2022. Immagine tratta da www.leccoonline.com.]
Dunque, se qualcuno in questi giorni si lamenta delle piogge così frequenti e abbondanti (anche al netto di malaugurati danni che purtroppo l’intensità di certi nubifragi attuali purtroppo provoca), beh… non ha tutti i torti. Però sappia che, almeno, tutta questa pioggia ha ridato vita a molti corsi d’acqua che l’avevano persa e dunque “rifocillato” molte falde sotterranee rialzandone i livelli, speriamo per lungo tempo, con benefici per quelli come me che abitano e vagabondano sui monti in prossimità di quei torrenti ma anche, e soprattutto, per le pianure e le loro città verso le quali dalle montagne i torrenti fluiscono facendosi fiumi che portano l’acqua in innumerevoli case, industrie e campi agricoli. Mi auguro che anche laggiù questa temporanea abbondanza di acqua possa rimarcarne l’importanza fondamentale e contribuire a tenere viva la memoria esperienziale dei recenti anni di inopinata e inquietante emergenza idrica: quest’anno, come detto, le cose al riguardo ci stanno andando bene, in futuro chissà.