[La conca di Bormio, in alta Valtellina. Foto di Andrea Pók da Pixabay.]Quante volte dagli esponenti della politica sentiamo sostenere cheil turismo è fondamentale per “contrastare” lo spopolamento delle montagne, e dunque che questo fatto giustificherebbe gli investimenti pubblici nella “turistificazione” di molte località alpine e appenniniche con impianti sciistici, ciclovie, infrastrutture ludiche, parchi divertimenti, strade, parcheggi e altri annessi e connessi, come se non si potesse e dovesse far altro al riguardo?
E quante volte il tono con il quale vengono proferite tali “motivazioni” è quello della “verità indiscutibile”?
Per quanto riguarda il tema del «supporto e dell’accompagnamento alla restanza e al neo insediamento», i partecipanti hanno indicato quali necessità: l’importanza di lavorare sulla cultura del territorio, sviluppando senso di appartenenza condivisa (radicamento delle imprese sui bisogni locali), l’esigenza di dialogo tra le reti esistenti e translocali, l’opportunità di sviluppare un marketing territoriale mirato verso nicchie di mercato e sviluppo di meccanismi di accoglienza verso i nuovi abitanti, l’accompagnamento alla creazione di impresa, soprattutto nel suo carattere di impresa multifunzionale.
[Sabrina Lucatelli e Daniela Storti, L’ascolto dei giovani delle aree interne: un affondo qualitativo, in Andrea Membretti, Stefania Leone, Sabrina Lucatelli, Daniela Storti, Giulia Urso (a cura di), Voglia di restare. Indagine sui giovani nell’Italia dei paesi, Donzelli Editore, 2023, pag.147
Ecco quanto chiedono di fare i giovani delle aree interne, coloro che hanno in mano il destino dei paesi delle nostre montagne e non solo, rilevata da “Voglia di Restare”, l’indagine curata e condotta al riguardo – probabilmente la più estesa e completa mai realizzata, nel nostro paese – dall’Associazione Riabitare l’Italia i cui risultati sono descritti nel volume citato (del quale vi dirò di più e meglio prossimamente).
Tutto ciò che la classe politica non sta facendo e non fa da decenni, in pratica.
Peraltro si noti come il turismo, che i politici ritendono tanto fondamentale, nemmeno viene citato: forse perché i giovani, più sensibili degli adulti rispetto a certe questioni, si rendono conto di come troppo spesso il turismo oggi imposto alle montagne e alle aree rurali sia meramente predatorio e degradante, attuato solo in funzioni di interessi e tornaconti particolari che fanno comodo alla politica, appunto.
Purtroppo, sotto questi aspetti l’Italia dimostra un’arretratezza cronica e sconcertante la cui risoluzione appare ancora lontana.
[Foto di Jametlene Reskp su Unsplash, elaborata da Luca.]«Le Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina 2026 saranno a costo zero per lo Stato italiano e prevedono una spesa di soli 1,3 miliardi di dollari.»
Be’, ad oggii costi ammontano al triplo di quella cifra – considerando che mancano ancora più di due anni all’evento olimpico – e saranno per la gran parte sostenuti da stanziamenti pubblici. Soldi dello Stato italiano dunque, quello che non doveva sostenere nulla.
«Costo zero». Dicevano proprio così.
Così, mentre mettete (mettiamo) tutti insieme mano al portafogli per sborsare quanto necessario ai Giochi suddetti, intanto che servivi e beni essenziali per i territori di montagna continuano a essere definanziati e tagliati, sappiate che non c’è solo la famigerata (e, si spera, definitivamente accantonata) pista di bob di Cortina da dover pagare – noi tutti, ribadisco. Ecco un altro esempio emblematico, al riguardo (cliccate sull’immagine per ingrandirla):
Di nuovo (ma mai abbastanza) grazie alla redazione de “Il Dolomiti” per aver ripreso le mie considerazioni sulla vicenda della messa in vendita della stazione sciistica di Carona, sulle Alpi Bergamasche. Con l’augurio che il dibattito sul futuro del comune bergamasco, delle sue montagne e della comunità residente, possa svilupparsi in modo franco, obiettivo e sensato senza essere inquinato da allettanti tanto quanto biechi specchietti per le allodole – di quelli che a iosa circolano per i territori montani, generando dei gran danni.
Cliccate sull’immagine per leggere l’articolo su “Il Dolomiti”.
Sarebbe importante partire dall’idea che il territorio, nella sua complessità, non è qualcosa da mettere a reddito, ma è ciò che siamo e che esprimiamo. Secondo questo approccio esso non può essere l’oggetto di un’“offerta turistica”, ma è un insieme di luoghi abitati, amati, di cui sta a cuore anzitutto la vivibilità e di cui si cura ogni parte e ogni aspetto – non solo il centro o le vie principali. […] Posti che rispecchiano un senso di cura così intesa non sono luna park né depositi di un glorioso passato da sfruttare al massimo, ma vitali generatori di cultura, sedi di un patrimonio diffuso, in cui si vive una compresenza di passato e di presente, e anche un’aspettativa di futuro; luoghi da presentare con orgoglio nella convinzione che ogni angolo, “iconico” o meno, abbia dignità e significato, e valga la pena e il tempo di essere conosciuto. Questo è a maggior ragione importante se si pensa che l’Italia è un paese che nei piccoli centri vede la propria caratteristica e nel passato l’archivio di senso da cui trarre la capacità di avanzare confrontandosi con il mondo globale: una specificità da valorizzare.
Credo che guardare al di là dell’idea di turismo e riattivare una tale percezione del territorio potrebbe non solo stimolare un maggiore rispetto da parte di chi arriva, ma anche contribuire a un modello di ospitalità meno fragile, capace di attirare flussi meno concentrati nel tempo, più diffusi sul territorio e più gestibili, diversi – meno avvilenti – sotto il profilo delle aspettative, delle richieste e degli atteggiamenti.
A proposito di quanto ho scritto ieri su Milano Marittima e la sua “neve artificiale” (e di ciò che scriverò prossimamente su un’altra celeberrima località, questa volta montana, pesantemente turistificata), anche il mondo dell’arte contemporanea, che pure è basato per certa parte su un’idea commerciale del patrimonio collettivo di bellezza e di ciò che la rappresenta – arte appunto ma pure monumenti, luoghi, territori, paesaggi – e che qui è rappresentato da una delle sue figure più importanti – Scardi è scrittrice, docente e curatrice di grande esperienza e prestigioso curriculum – si rende ormai conto che il modello del “luna park” così spesso imposto a quelle rilevanze culturali che detengono valenze turistiche – come le nostre montagne ma non solo quelle, appunto – è quanto più di deleterio e distruttivo vi sia. Non solo per i luoghi che ne vengono sottoposti ma per l’intera coscienza culturale collettiva, che viene indotta e abituata alla banalizzazione della cultura e al suo consumo per meri fini ludico-ricreativi, il che trasforma il turismo nel primo e più pericoloso strumento di degrado dei luoghi che frequenta e della loro cultura, come ormai da più parti si denuncia.
[Affollamento sulle Tre Cime di Lavaredo. Foto di WikiImages da Pixabay.]E nonostante tutto questo, ancora buona parte della politica, locale tanto quanto nazionale, non lo capisce, non lo vuole capire, pretende solo di perseguire i propri fini senza capacitarsi dei danni che ne derivano – oppure capacitandosene ma fregandosene bellamente, il che sarebbe eventualità ben peggiore e assai più esecrabile. Perché? Perché così poco buon senso, così scarsa competenza e visione? Perché così tanta prepotenza e ignoranza nei confronti dei territori e del nostro comune patrimonio di bellezza?
Ha fatto scalpore (non solo localmente) la notizia, uscita circa un mese fa, della messa in vendita di un’intera stazione sciistica sulle Alpi Bergamasche, quella di Carona, in alta Valle Brembana. I motivi sono i soliti che si riscontrano in tali circostanze – assai diffuse sulle montagne italiane, come ormai si sa bene: scarsità di precipitazioni nevose, riscaldamento delle temperature, stagioni sciistiche precarie, difficoltà di sostenere economicamente l’attività – tutti elementi che rendono il caso l’ennesimo emblematico della realtà dello sci contemporaneo – con in più, nel caso di Carona, un’esposizione sfavorevole dei pendii sciistici, la vetustà degli impianti e il collegamento con l’attigua stazione sciistica di Foppolo, anch’essa in precarissime condizioni finanziarie. A pochi km c’è pure San Simone, altro comprensorio sciistico un tempo rinomato, ormai chiuso da parecchi anni per le stesse cause prima elencate.
In zona tale situazione sta suscitando notevoli inquietudini: come altrove Carona si è affidata nel secondo Novecento alla monocultura sciistica, la cui crisi presenta ora un conto pressoché inesorabile. Certo fa specie che in zona ci si inquieti di più per la chiusura forzata degli impianti e il loro destino futuro incerto che per l’assenza di un medico di base, come ho scritto qui, ma mi viene da pensare che pure questo atteggiamento sia una conseguenza “psicosociale” derivante dal lungo assoggettamento alla suddetta monocultura.
[Una veduta della conca di Carisole, nella quale si trova il comprensorio sciistico di Carona.]Fatto sta che, temo per i caronèi, le sorti del loro comprensorio sciistico, posto lo stato di fatto, sia sostanzialmente segnato: non ci sono più le condizioni climatiche per la sua attività e tanto meno quelle economiche che possano attrarre investitori privati, che in quanto tali comprerebbero se vedessero la possibilità di ricavarci tornaconti, giustamente, altrimenti nulla. Ecco, sotto questo punto di vista forse si può trovare l’unica speranza razionale per gli impianti e le piste di Carona, ed è una speranza che ha un modello piuttosto significativo nell’esperienza di Prali, località sciistica del Piemonte per diversi aspetti assimilabile a Carona, il cui “caso” è descritto nel libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli Inverno liquido, del quale ho scritto più volte sul blog.
Il piccolo comune della Val Germanasca, per anni meta turistica di sciatori del torinese –come Carona per i milanesi -, si è trovato nei primi anni Duemila a fare i conti con nevicate irregolari, costo della vita in salita e impianti da revisionare. Così, i medesimi impianti che per lungo tempo avevano rappresentato l’indiscusso core business locale, si fermano nel 2004 lasciando la comunità incredula e sconcertata. Spiega Demattis:
Grazie all’intervento del Comune e della Comunità montana, una nuova società a responsabilità limitata (Srl) acquisisce gli impianti usando i fondi delle olimpiadi invernali per operare la ristrutturazione. Ma gli abitanti di Prali capiscono subito che è necessario un intervento che sappia rilanciare l’economia del Paese superando la dipendenza dallo sci alpino, per garantire la permanenza dei servizi locali e mantenere viva la comunità. Ecco perché costituiscono, presso i locali della Pro Loco, una nuova società di gestione per gli impianti in via di ristrutturazione. Una società formata da imprenditori locali, residenti e motivati a mantenere vivo il territorio. L’impegno prevede un’apertura annuale della seggiovia con l’obiettivo di diversificare l’offerta verso gli amanti di escursioni, mountain bike e downhill. A distanza di oltre quindici anni la scommessa si è rivelata vincente con nuove imprese agricole, pastorali ed educative che affiancano e diversificano la proposta univoca dello sci, rendendo il Paese attraente anche per nuovi giovani residenti.
In buona sostanza, a Prali gli impianti sciistici chiusi nel 2004 sono stati acquistati dal pubblico (Comunità Montana e Comune, per la precisione, utilizzando i fondi olimpici di Torino 2006) e gestiti da una società privata con azionariato diffusi, nella quale gli azionisti sono per gran parte gli stessi abitanti di Prali. Una scommessa su loro stessi e sul proprio territorio che, al momento, sta funzionando: la società non genera utili ma viaggia in pareggio nonché, cosa ancora più importante, è servita negli anni da volano per la rinascita di una piccola ma attiva economia locale, con le partite IVA arrivate, prima del Covid a ben 50 su 180 abitanti (Carona ne fa 292). Un risultato indubbiamente notevole.
Potete saperne di più sul “caso Prali” leggendo questo articolo, firmato dallo stesso Maurizio Dematteis.
[Un’altra veduta della zona sciistica di Carona-Carisole.]Bene, lo ribadisco: quella di Prali credo sia l’unica esperienza, ovvero la sola soluzione, che possa essere considerata per il mantenimento in attività del comprensorio sciistico di Carona. Sperare che si faccia vivo un imprenditore con parecchi denari a disposizione, dunque una figura che rilanci veramente l’attività e di contro miri a ricavare utili dall’esercizio ma che ovviamente non si manifesti come l’ennesimo speculatore (evento niente affatto raro, in queste circostanze), mi pare cosa ardua. Altrettanto temo (ahinoi) lo sia la speranza che si rimetta a nevicare come un tempo e abbastanza da far tornare redditizio l’esercizio sciistico. Anzi…
Resterebbe un’altra soluzione, certamente meno gradita all’opinione pubblica locale (stando alle rimostranze manifestate) ma assai più lungimirante in senso generale: dismettere definitivamente il comprensorio, bonificare l’area dalle relative infrastrutture e puntare su una strategia articolata e strutturata nel tempo di turismo dolce che possa valorizzare pienamente e destagionalmente la meravigliosa rete sentieristica di Carona, tra le più belle delle Alpi bergamasche. Il che rappresenterebbe pure una “novità” a livello territoriale, visto che nessun altra località orobica ha elaborato una reale e articolata progettazione turistica in tal senso. Ma certo, per portare avanti questa seconda potenziale “soluzione”, ci sono da cambiare paradigmi, pensiero, visioni, prospettive, sviluppando relative consapevolezze condivise da tutta la comunità locale nonché ricevendo un adeguato (e altrettanto consapevole) supporto dagli enti pubblici locali a sostegno della stessa comunità e della transizione intrapresa.
In entrambi i casi, dovrebbe essere comunque la comunità di Carona a decidere, non altri. Saprà formulare la necessaria forza d’animo condivisa per decidere quale via seguire? Me lo auguro vivamente, per il bene dei caronèi e delle loro montagne.