[Sopra: l’interno di un “rifugio” – come da sua denominazione – a 2000 di quota sulle piste da sci di Arabba; immagine tratta da www.dolomiticlass.it. Sotto: la sala da pranzo del rifugio Pradidali, a 2278 m di quota nelle Pale di San Martino; immagine tratta da www.mountbnb.com.]Personalmente trovo che sia quanto mai necessario e urgente sostenere la richiesta che ormai numerose figure del mondo della montagna, e da tempo propone con particolare forza Carlo Alberto Zanella, presidente del CAI Alto Adige (si veda ad esempio l’articolo qui sotto de “Il Dolomiti” del 6 settembre), di normare istituzionalmente – e più nettamente di quanto accade ora – la differenza tra “rifugi” di montagna propriamente detti e tutte le altre strutture di alloggio e ristorazione che hanno nel nome il termine “rifugio” ma nei fatti sono hotel o ristoranti e offrono servizi di conseguenza.
Queste strutture – bellissime, accoglienti, ben gestite, dotate di mille comfort per i clienti – non sono rifugi: potrebbe sembrare una questione di poco conto, una mera faccenda lessicale, invece è ormai appurato che sta generando numerosi problemi innanzi tutto proprio ai veri rifugi e ai loro gestori. Problemi che di rimando, e inevitabilmente, si riversano poi sulla qualità della frequentazione turistica delle montagne che li ospitano distorcendone l’equilibrio quanto mai necessario in territori così pregiati e delicati – anche dal punto di vista culturale.
Credo che occorra da un lato la precisa volontà, da parte di tutti i rifugisti (che sovente già manifestano), di ripristinare quanto più possibile la dimensione montana genuina del rifugio, la quale ovviamente non impone mancanza di comodità o accoglienze eccessivamente spartane ma nemmeno deve imporre ai rifugisti di soddisfare le pretese di certi ospiti che reclamano servizi da hotel a 2000 e più metri di quota, dimostrando di non aver capito dove sono e come si devono comportare. E credo che dall’altro lato serva l’altrettanto ferma volontà di pretendere, da parte di noi tutti frequentatori consapevoli delle montagne, di poter vivere la più autentica esperienza del rifugio “vero”, quella che ti fa pienamente sentire in montagna e non al bar sotto casa o nell’hotel a più stelle nel quale magari si sta trascorrendo la vacanza.
In forza di ciò, per tornare a quanto detto in principio, bisogna chiedere alle istituzioni locali di contrastare e impedire al più presto, nei modi che le normative a vari livelli possono consentire, l’uso del termine “rifugio” da parte degli esercizi di alloggio e ristorazione che non lo sono affatto e che, attraverso ciò, pensando di garantirsi un’aurea di “montanità” francamente ipocrita e ingannevole.
Un’aurea, peraltro, che io credo finisca per danneggiarli invece di favorirli. Di sicuro danneggia i rifugi veri, e per quanto mi riguarda ciò basta per richiedere e sostenere la più chiara e netta differenziazione tra le due tipologie di strutture.
P.S.: Carlo Alberto Zanella l’ho citato di recente riguardo lo stesso tema, qui.
[La ciclovia verso il Passo del Muretto, in alta Valmalenco: a sinistra in fase di realizzazione nell’estate 2023, a destra come è ridotta un anno dopo, tra piogge intense e transiti eccessivi. Vedete altre immagini del percorso lì sotto.]Scopro l’acqua calda nell’affermare che il cicloescursionismo è ormai diventato un problema, per le montagne. D’altro canto era inevitabile che accadesse: alla nascita e al rapido sviluppo del fenomeno turistico, favorito dalla diffusione delle e-mtb che consentono a taluni cicloamatori di giungere dove altrimenti mai sarebbero arrivati, non è seguita alcuna gestione da punto di vista politico e ambientale, come spesso accade in Italia. Non solo: molti, troppi soggetti pubblici e privati hanno invece pensato solo a ricavare tornaconti di varia natura dal fenomeno, spacciandolo come un “grande sostegno” alle economie dei territori montani interessati. Niente di più falso: la gran parte del fenomeno è ascrivibile all’ambito del turismo mordi-e-fuggi che poco o nulla lascia nei territori che frequenta, ma nel frattempo quei territori sono stati sconquassati da ciclovie d’ogni genere e sorta, funzionali a fare affari, spendere soldi pubblici e generare propagande elettorali ma spesso realizzate in maniera maldestra e distruttiva per le montagne: le immagini sopra pubblicate lo dimostrano perfettamente (e di esempi al riguardo ce ne sono a iosa, per le montagne italiane).
Intanto in Norvegia, paese che ha conosciuto la grande diffusione delle e-mtb prima dell’Italia e dunque è più avanti di noi anche nella constatazione delle conseguenze, «una proposta di legge che potrebbe vietare le ebike nei percorsi fuoristrada. Mai più gravel o MTB elettriche nei boschi norvegesi» (fonte qui). Ovviamente tale proposta sta agitando i bikers italiani e non solo, d’altro canto la realtà dei fatti impone al più presto, e definitivamente, una regolamentazione generale dell’attività cicloescursionistica negli ambienti naturali, soprattutto in quelli montani, concordata tra tutti i soggetti pubblici e privati interessati: per tutelare i bikers che praticano l’attività in maniera consapevole, salvaguardare ambientalmente i territori che ospitano i percorsi, impedire l’ormai diffuso conflitto tra bikers e camminatori lungo i sentieri, rendere la pratica ciò che dall’inizio doveva essere cioè una bella opportunità per le montagne, non un grosso problema per giunta in crescente aggravamento.
Si riuscirà a conseguire questo importante obiettivo, oppure tutto quanto resterà confinato al solito pour parler utile solo ad peggiorare la situazione fino a renderla definitivamente irrisolvibile?
P.S.: le immagini qui pubblicate me le ha gentilmente fornite Michele Comi, che ringrazio di cuore.
Ho perso il conto delle e-mail ricevute da escursionisti che si lamentavano di non aver le brioches o il gelato per il figlio in rifugio o ancora del fatto che avevano dovuto mangiare delleomelette un pochino bruciacchiate. Tutte cose che non si possono sentire. Per non parlare dei tantissimi lungo i sentieri con sandali, ciabatte o scarpette: si può rischiare di scivolare con gli scarponi, figuriamoci con indosso delle calzature non adatte.
Bene, in forza di quanto ho affermato qualche giorno fa qui sul blog, chiedo: conviene impegnarsi nell’educazione di questi “escursionisti” alla frequentazione più consona, equilibrata e consapevole delle montagne e alla cultura peculiare delle terre alte? La mia risposta: sì, conviene ma fino a un certo punto. A chi contesta che in rifugio non c’era la brioches si denota: nei rifugi non è normale che ci debba essere la brioches, non sono alberghi né bar. E che sui sentieri non si va in ciabatte o scarpette, non sono vialetti di giardini pubblici. Se dopo ciò costoro hanno ancora da dire e dimostrano di non voler capire, si faccia in modo – garbatamente ma decisamente – di allontanarli dalle montagne e di indirizzarli altrove. Fine.
Il principio di fondo è semplice e chiaro: la montagna è di tutti ma non per tutti, è di chi la rispetta e vive consapevolmente.
[Foto di Pexels da Pixabay.]Nelle città in cui viviamo, posta la realtà di fatto che presentano e ciò che ci aspetta nei prossimi anni, tra nuove strade per velocizzare il traffico veicolare e “Zone 30” per rallentarlo, tra la libertà dell’auto privata e il privilegio dei trasporti pubblici, tra un passato che vuol farsi futuro e un futuro che vuol tornare al passato, tra slogan che dicono cose e altri slogan che dicono cose opposte, io credo che per la salvezza delle città e di chiunque le abiti e le frequenti, stanzialmente o saltuariamente, la soluzione sia una sola:
Cioè niente auto, già.
Solo mobilità dolce e trasporti pubblici capillari e efficienti.
La città costruita attorno alle strade e ai mezzi che le percorrono è un controsenso assoluto, un paradosso derivato da uno sviluppo distorto – più o meno conscio, più o meno dettato da affarismi vari e assortiti – delle aree metropolitane. La città va camminata e va pedalata per poterla dire viva così come altrettanto vivi i suoi abitanti in relazione ad essa. Di contro il traffico motorizzato non solo ne ammorba l’aria ma pure l’anima urbana: pensare ancora, oggi, che possa essere l’auto il mezzo principale per attraversarla è una delle più grandi stupidaggini della nostra epoca ed è inquietante che così tanti amministratori pubblici se ne facciano megafono (per giunta definendola assurdamente una “libertà”).
Le “Zone 30” non sono soluzioni ma solo palliativi, utili al momento e solo se si punta rapidamente allo step successivo: la “Zona 0” appunto. Finché le vie urbane non torneranno a poter essere completamente camminabili e dunque vivibili da chiunque, i cittadini in primis, le nostre città saranno solo delle sceneggiate di urbanesimo e dei simulacri di civicità. Diventeranno preda da un lato della gentrificazione più bieca e dall’altro di una slumizzazione degradante. Un mega nonluogo destinato a decadere presto, inevitabilmente.
[Anno 1985, sulla rivista “Airone” viene presentato il “Rampichino” della Cinelli: inizia l’era delle mountain bikes.]
Spesso, tra chi si occupa di cose di montagna e in particolar modo di valorizzazione e tutela dei territori montani rispetto a certe pratiche contemporanee, ci si chiede quale possa essere lo step successivo di una di esse parecchio in voga oggi, il cicloturismo o mountain biking, oggi ormai quasi del tutto elettrificato. Avviatosi come disciplina innovativa che potesse rendere più accessibile certi percorsi fuoristrada a ciclisti non così performanti, si è rapidamente trasformata in una frenetica moda turistica, con relativo business, per la cui pratica di massa vengono realizzate numerose ciclovie in quota sovente mal progettate, impattanti e intaccanti terreni incontaminati e di grande pregio naturalistico: vere e proprie nuove strade in altura, scavate e spianate a colpi di ruspe anche lungo versanti ostici e non di rado cementate per lunghi tratti al fine di agevolare al massimo il transito ai cicloturisti, nemmeno si trattasse di percorsi urbani che debbano essere i più lisci possibile. Il risultato è drammaticamente deprecabile, inutile dirlo.
Di contro, come ogni fenomeno che viene reso moda di massa e per questo sottoposto al relativo consumismo, anche l’e-biking montano potrebbe presto evidenziare una crisi, le cui avvisaglie forse già si possono intravedere. Parimenti, come avviene in queste circostanze, chi spinge tali fenomeni e ci costruisce sopra un certo business elabora lo step successivo, qualcosa che possa nuovamente entusiasmare il pubblico, generare una nuova moda e naturalmente – vero e unico fine di tutto quanto – rinvigorire gli affari. Purtroppo la cronaca degli ultimi decenni di turismo montano basato su queste pratiche racconta senza ombra di dubbio come tale sviluppo continuo e inesorabile proponga cose sempre più insostenibili e impattanti per le montagne, le quali si trasformano di conseguenza in meri spazi da sfruttare e far fruttare al servizio delle fenomenologie turistiche imposte di volta in volta, senza alcuna attenzione alla salvaguardia ambientale, sociale, culturale e paesaggistica dei territori coinvolti. Una (non)filosofia “no limits” applicata anche al turismo di massa che sembra una vera e propria corsa al massacro – dei territori montani innanzi tutto, e poi per conseguenza inevitabile di tutto il resto.
Dunque, quale potrebbe essere la prossima evoluzione dell’e-biking montano? Be’, al riguardo di recente mi sono capitati sotto gli occhi alcuni articoli (qui e qui ad esempio) nei quali si può leggere così:
È un’e-bike o una moto elettrica? Difficile rispondere a questa domanda dopo uno sguardo superficiale a Xafari, nuovo modello lanciato da Segway-Ninebot per accontentare chi ama avventurarsi nell’offroad con una bici a pedalata assistita. Sì, si tratta infatti di una e-bike che però presenta uno stile e anche prestazioni decisamente vicine a quella di una moto a batteria.
Xafari ha una struttura molto solida, basata su un telaio a passo ridotto che ospita una batteria da ben 913 Wh e un potente motore da 750 watt: le sospensioni anteriori e posteriori, unite ai grossi pneumatici da 3 pollici di larghezza rendono questa e-bike adatta a qualunque tipo di evoluzione, su qualunque tipo di superficie.
Bici per gli amanti dell’avventura e che anche pedalando in fuoristrada non vogliono avere limiti. […] Con caratteristiche regolabili, notevole stabilità e connettività avanzata, queste bici ridefiniscono ciò che è possibile per le avventure fuoristrada.
«Qualsiasi tipo di evoluzione», «Non voler avere limiti», «ridefinire ciò che è possibile in fuoristrada»… questo, dunque, vorrebbe dire andare per montagne con una simile e-bike, questo l’atteggiamento sollecitato verso i territori in quota in sella a tali mezzi. Magari persino creduti “sostenibili” in quanto elettrici!
Ma ve le immaginate, queste mostruose “e-bike” (il modello in questione è ovviamente quello dell’immagine lì sopra) ormai divenute vere e proprie motociclette, sui nostri sentieri? Potete immaginare i danni che vi potrebbero causare e i pericoli per gli escursionisti che se le ritrovassero sul proprio cammino? Ancor più se messe nelle mani di “turisti della domenica” desiderosi di adrenalina in una sorta di pista da luna park montano e assai poco (o per nulla) consapevoli del luogo in cui stanno e dei comportamenti che imporrebbe!
Ecco: non sarebbe finalmente il caso di regolamentare a tutto tondo questo fenomeno, sia per quanto riguarda i mezzi e sia per i tracciati che vengono realizzati in quota a loro favore e a danno assoluto delle montagne che li subiscono? E ugualmente non sarebbe l’ora di finirla con queste mode turistiche così prive di considerazione e di cultura nei confronti dei territori montani e di contro sviluppare una frequentazione equilibrata, sostenibile e ben più remunerativa per le montagne e per le comunità residenti? O vogliamo continuare con la loro devastazione, materiale e immateriale, per poi ritrovarcele distrutte e deserte perché qualche nuovo fenomeno avrà spostato i flussi turistici altrove?