Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
Giovanni Orelli, meraviglioso cantore della civiltà alpina – della sua Svizzera italiana ma non solo – e il cugino Giorgio Orelli, poeta mirabile e narratore intrigante. Trovate alcune delle loro opere tra le mie “recensioni“. Leggeteli entrambi, se non l’avete mai fatto: sono certo che appassioneranno anche voi.
[Veduta di Savogno, in Val Bregaglia (provincia di Sondrio, Lombardia). Immagine tratta da www.exploralp.com.]Qualche giorno fa ho chiesto a chi legge questo blog e le correlate pagine social di citare una località che, secondo le personali esperienze e impressioni, oggi rappresenta più e meglio di altre il modello e l’idea di “villaggio di montagna”.
Per prima cosa ringrazio di cuore tutti quelli che hanno raccolto il mio stimolo, rispondendo e citando una località in grado di rappresentare in modi significativi – qualsiasi fossero – l’abitare urbano in montagna nel presente. Sono tutte risposte estremamente interessanti e per me istruttive, dunque la gratitudine è molteplice.
Ho raccolto le località citate nell’elenco che vedete qui sotto (cliccateci sopra per aprirlo in versione pdf), ordinato per regione o stato estero così da fornire un dozzinale ma già significativo quadro della posizione geografica. Trovate anche la quota altimetrica e gli abitanti, rilevati da Wikipedia o da alcuni siti demografici. Mi auguro di non aver preso qualche toponimìa, nel caso segnalatemelo. Naturalmente – inutile rimarcarlo – l’elenco non vuole avere alcun valore demoscopico, ma nella sua spontanea semplicità offre comunque un piccolo e interessante quadro dei villaggi montani più apprezzati nel senso che ho sottinteso con la mia domanda.
Posto il valore assoluto di ciascuna risposta fornita in base al personale giudizio, traggo alcune considerazioni elementari interessanti. Innanzi tutto, è bello che un po’ tutto l’arco alpino sia compreso nelle risposte (Svizzera inclusa ma non gli altri paesi alpini) e anche l’Appennino, in maniera inevitabilmente minore ma citato nel suo cuore più alpestre. Inoltre, buona parte delle località non sono toccate dal turismo di massa, invernale o estivo, e quasi nessuna è tra quelle molto infrastrutturate al riguardo: un elemento significativo, questo, che dice molto sul sentore comune relativo all’abitare contemporaneo in montagna.
Altra cosa interessante che rilevo è che, a quanto mi sembra, per la gran parte si tratta di località che presentano architetture e strutture urbane tradizionali rispetto ai territori ove si trovano, rimarcando in ciò un elemento di armonia importante tra il territorio, il nucleo abitato e il benessere residenziale (da abitanti o da villeggianti). Anche per questo, mi viene da pensare, non sono quasi state citate località ordinariamente turistiche, le cui architetture rimandano spesso a forme cittadine poco consone al paesaggio in quota.
Per la cronaca, la quota altimetrica media delle località citate è di poco inferiore ai 1200 metri, mentre la media degli abitanti è di circa 800 persone; a parte due località, tutte quante hanno meno di 1.500 abitanti, la maggioranza addirittura è sotto i mille. Dunque, per cercare di tratte un minimo compendio, sono paesi piccoli, posti a quote già significativamente montane, dall’architettura vernacolare relazionata alla geografia fisica dei rispettivi territori.
Ma, ribadisco di nuovo, queste mie sono considerazioni espresse così su due piedi, a prima vista, senza troppe pretese esplicative e giusto per rilevare qualche evidenza che a me pare interessante e, per certi versi, illuminante. Chiunque altro è libero di ricavarci qualsiasi ulteriore riflessione oppure nessuna, usando l’elenco anche solo come spunto per qualche prossima visita a luoghi montani evidentemente meritevoli di considerazione.
In ogni caso, ancora grazie di cuore a chiunque abbia dato la propria risposta!
P.S.: per la testa di questo articolo ho scelto un’immagine di Savogno perché la località, pur rinomata tra i frequentatori delle montagne, non è stata citata, dunque così non facendo torto a nessuna di quelle nominate.
Domanda: mi citate una località che, secondo voi, oggi rappresenta più e meglio di altre il modello e l’idea di “villaggio di montagna”?
Potrebbe essere un luogo turistico oppure no, piccolo o grande, caratterizzato da architetture tradizionali o moderne e non è detto che debba anche essere il vostro “luogo del cuore”. Magari ne avreste diversi da citare: sceglietene comunque uno meritevole. L’importante è che, secondo voi, sia una località che rappresenti in modi significativi – qualsiasi siano – l’abitare urbano in montagna nel presente.
Grazie di cuore per le risposte che vorrete dare!
[Foto di Adrian Michael, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]P.S.: personalmente, tra le numerose località che potrei citare, ciascuna per vari motivi, scelgo Splügen– la vedete qui sopra.
[L’abitato di Vicosoprano nel fondovalle della Bregaglia e le montagne che delimitano il lato sinistro idrografico della valle, sul confine con l’Italia, viste dal Piz Cam. Foto di Staublex, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]Negli scorsi giorni di vacanza ho finalmente visitato una località alla quale sono passato accanto centinaia di volte, lungo la veloce e trafficata strada cantonale che conduce da Chiavenna all’Engadina, in Svizzera, senza mai fermarmi perché sempre attratto da altre mete montane: Vicosoprano, capoluogo un tempo amministrativo e sempre morale/culturale della Val Bregaglia, una delle zone più speciali di tutte le Alpi.
Un abitato la cui grandezza è inversamente proporzionale al fascino che emana ogni elemento che lo compone, che pare forgiato direttamente dalla peculiare geografia naturale e dalle vicende umane che ne caratterizzano la storia della quale ne rapprende il divenire nel tempo. Vicosoprano infatti, con le sue case più o meno signorili, sovente affrescate, che ombreggiano un labirinto di vicoli selciati, le torri medievali, i fienili e le stalle con la struttura a blockbau (inopinata influenza Walser?), le chiese riformate o no, è un luogo realmente sospeso nel tempo – anche in presenza di pur frequenti edifici recenti appena al di fuori del centro – ma non solo: sospeso pure sull’irrequietezza che scazzotta di continuo il mondo ordinario e la nostra quotidianità la quale si palesa comunque nella velocità dei mezzi che corrono lungo la cantonale verso le allettanti attrattive turistiche engadinesi (come ho fatto anche io infinite volte, appunto, perdendomi inconsapevolmente cotanta bellezza; d’altronde è la stessa strada che letteralmente sfiora l’atelier – e la dimensione domestica – di uno dei più grandi artisti della storia, Alberto Giacometti, senza che tanti se ne rendano conto e vi rivolgano un minimo pensiero).
Sarà poi che Vicosoprano l’ho visitato in un tranquillissimo giorno feriale, caldo ma non afoso, durante il quale ho visto passare tra le sue vie più mezzi agricoli che autovetture ordinarie e contato le persone in giro con entrambe le dita delle mani avanzandone un paio (di dita), con le case che mi hanno protetto – e proteggono di norma, spero – dal rumore veicolare della strada cantonale (comunque già meno intenso di qualche giorno prima, intorno al Ferragosto) garantendomi una deliziosa quiete sonora e sensoriale, e la costante vista delle possenti vette bregagliotte dominanti l’abitato duemila metri e oltre più in alto (ma senza essere opprimenti, anzi, proteggendone la dimensione peculiare), insomma, tutto ciò mi ha fatto sentire bene, a Vicosoprano. Come ci si sente bene in quei luoghi che, fin dai primi istanti nei quali ci giungi ti accolgono con pacata e sincera cordialità, senza troppi fronzoli, senza pretendere che tu ti debba entusiasmare, senza strattonarti per mostrarti questa e quella cosa «da vedere assolutamente». Il Genius Loci del borgo, vecchio e saggio (vanta più di due millenni di storia accertata) nonché altrettanto gentile e bonario, non ti si mette davanti pretendendo che tu lo segua ma si tiene a lato, mezzo passo indietro, lasciando che sia il visitatore a praticare nel borgo una minima ma deliziosa flânerie, per la quale più che mai non contano tanto i passi camminati nel luogo (ne bastano circa 400 per attraversare il centro di Vicosoprano per la lunga!) quanto i dettagli peculiari raccolti, meditati, apprezzati in esso e resi emozioni, altrettanto piccole ma parecchio intense, a volte sorprendenti quando non stupefacenti.
Vicosoprano va visitato così, perdendosi in esso ben sapendo che sia impossibile farlo nella sua minuscola urbanistica ma di contro sia possibilissimo che accada nella sua delicata avvenenza e nel fascino distensivo dei suoi vicoli, peraltro già molto elvetici (siamo a pochi chilometri dall’Italia ma sembrano molti), lasciandosi incuriosire e attrarre da qualsiasi grande o piccolo dettaglio il suo paesaggio urbano offra allo sguardo sensibile. Non serve una guida se non per sapere sommariamente cosa si ha di fronte, in fondo le informazioni storiche e turistiche sul paese si riassumono in poche righe (ma non dimenticate che lungo la Bregaglia è passata molta della storia delle Alpi, antica e moderna); basta essere curiosi e appassionati flâneur o, se preferite, psicogeografi alla deriva, facendosi guidare dai sensi, dalla curiosità, dall’intuito e dall’istinto, dalla voglia di scoprire e dalla consapevolezza che spesso le scoperte più belle non si misurano in quantità ma in qualità e che tale qualità a volte non si vede, non si coglie, resta discosta o nascosta e dunque alla fine scoprirla regala suggestioni ancor più vivide e profonde.
Trovate che sia un consiglio di visita piuttosto eccentrico, questo? Be’, sappiate che, tra le varie iscrizioni che accompagnano gli affreschi di tante case di Vicosoprano se ne legge una che dice: «Non c’è uomo su questa terra che non abbia un briciolo di follia». Evviva i luoghi artistici, architettonici, monumentali, turistici all’ennesima potenza, quelli che bisogna giustamente, logicamente, necessariamente visitare e vedere almeno una volta nella vita – ritrovandosi spesso tra decine di migliaia di altri visitatori e tra rumore, confusione, chiasso, calca… inevitabilmente, appunto. A volte c’è più “follia” nelle cose ordinarie, nonostante ci si aspetti che siano esattamente così (ve la immaginate una visita solitaria al Colosseo o alla Tour Eiffel? Sarebbe del tutto straniante e confondente, a ben vedere!) invece che in certi altri luoghi che sfuggono al tempo presente, sempre così forsennato e pretenzioso verso le nostre vite, e si lasciano governare da dinamiche differenti, non per questo migliori (almeno per chiunque) ma diverse, appunto, inconsuete, speciali e anche per ciò alla fine più sorprendenti di quelle solite, forse.
In effetti anche i flâneurs venivano presi per dei tipi un po’ fuori di testa e la stessa deriva, pratica fondamentale della psicogeografia, per come venne teorizzata da Debord è un metodo di abbandono degli schemi mentali ordinari, quelli che facilmente provocano fenomeni di alienazione nell’uomo contemporaneo ma che dal suo stesso sistema vengono ritenuti (e imposti) come il “pensiero comune”. Un abbandono necessario al fine di cogliere ciò che la realtà offre in abbondanza ma la nostra mente non è più in grado di percepire e apprezzare come dovrebbe, nonostante sappia regalare infinite, preziose fascinazioni.
Ecco, anche Vicosoprano – si può dire – è un luogo sospeso al di sopra degli schemi mentali ordinari nel quale si può invece ritrovare il gusto, il piacere e la bellezza della scoperta minima ma intensa, facendosi influenzare dal fascino del luogo e diventando parte del suo paesaggio geografico e antropico, naturale e umano. Cioè parte di una bellezza solo apparentemente piccola, in realtà delicata tanto quanto penetrante nella mente, nel cuore e nell’animo.
N.B.: salvo quella in testa al post, che infatti è bella, le altre foto le ho fatte io e non sono granché, d’altro canto non sono un fotografo e uso uno smartphone non recentissimo. Accontentatevi, se potete.
[Foto di iris Vallejo da Pixabay.]Sapete quant’è alto il Monte Bianco, l’Etna o l’Everest? Oppure quant’è lunga la catena delle Ande e profonda la Fossa delle Marianne?
Be’, se non lo sapete è facile scoprirlo, bastano pochi secondi di ricerca sul web.
Sapete invece qual è la montagna propriamente detta più alta della Terra? (No, non è l’Everest!)
E che l’altezza di una montagna cambia in base al punto dal quale la si misura? (Magia? No, no…)
E che buona parte delle montagne della Terra è “invisibile”? (Neanche qui si tratta di magia!)
Sapete cosa è un guyot? (Non è un animale e nemmeno un piatto esotico…)
E un pericote? (Non c’entra nulla con il peyote!)
E qual è il paese europeo con più montagne? (La Svizzera? No!)
E lo sapevate che ci sono animali capaci di vivere stabilmente a 6000 metri di quota? (Ovviamente a parte lo Yeti!)
Le montagne sono un mondo speciale nel mondo globale che tutti quanti abitiamo, ricco di cose meravigliose da vedere e conoscere e di tante altre cose che non si vedono e si conoscono poco o per nulla pur essendo assolutamente importanti. La loro scoperta e conoscenza non è un mero esercizio nozionistico ma un modo affascinante e spesso sorprendente per capire meglio il grande mondo delle montagne e comprendere quanto esso sia fondamentale per l’intero pianeta e per chiunque lo viva.
Se volete vivere questa straordinaria ed emozionante esplorazione, Montagne è il libro che fa per voi. Abbiate sette anni oppure centosettantasette, la sua lettura vi catturerà e vi arricchirà: non soltanto di conoscenza ma anche, forse soprattutto, di considerazione nei riguardi della nostra Terra. E vi farà venire una gran voglia di salirci, sulle montagne!
Per saperne di più su Montagne potete anche cliccare sulle immagini che vedete in questo articolo, oppure leggere questa presentazione “speciale” dal blog di Topipittori.