Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.
Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.
Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.
Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.
[Veduta della Val di Rabbi, in Trentino. Foto di Mauro Mariotti tratta da https://organizzazione.cai.it.]Da lungo tempo ormai si segnala e denuncia la carenza quando non la mancanza pressoché totale di rappresentanza politica dei territori montani (comuni sempre più privati di servizi e meno dotati di risorse, comunità montane sovente ridotte a scatole vuote, disinteresse degli enti di livello superiore, eccetera), una condizione che poi si riflette nell’equivalente carenza, o mancanza, di ascolto delle comunità di montagna. Le quali invece hanno un disperato bisogno non solo di farsi sentire ma, soprattutto, di essere ascoltate. La politica locale – cioè i comuni, sostanzialmente e unicamente – a volte lo fa, con incontri e assemblee pubbliche (seppur spesso legate a discussioni intorno a decisioni comunque già assunte, alle quali si può solo assentire o no), ma poi a ciò non fa seguito nulla di veramente concreto e costruttivo, vuoi per oggettive difficoltà dei comuni al riguardo (vedi sopra), vuoi per mera noncuranza o per convenienze politiche opposte a quanto espresso dal pubblico.
Tuttavia, se da un lato quanto illustrato non è sufficiente, dall’altro nasconde un potenziale rischio: non basta ascoltare pur attentamente le comunità di montagna, ma di contro non è corretto assecondarne qualsiasi richiesta, per ragioni di facile consenso più o meno ampio o per altre ragioni similari. In verità manca un elemento fondamentale, che di frequente la politica non sa offrire e la società civile non sempre possiede: le competenze, atte a far che qualsiasi decisione presa attraverso l’interlocuzione dei due soggetti principali, il pubblico e il privato possa risultare logica e realmente utile. Ci vuole, in pratica, la presenza di un soggetto tecnico o scientifico (indipendente) nel dialogo: il soggetto politico interloquisce con la comunità civile, ne recepisce bisogni e necessità, le passa al soggetto tecnico competente a ricavarne un progetto sensato che così può essere approvato dalla comunità e deliberato dall’ente politico.
Questo processo, di per sé ovvio e “normale”, è invece assai raro da constatare. Se la politica si serve di un soggetto tecnico, è perché lo ha già posto al suo “servizio”; se la comunità è sostenuta da un proprio soggetto tecnico, questo facilmente resterà inascoltato dalla politica e, in ogni caso, quasi mai la presenza di un tale soggetto dotato di competenze specifiche – per intenderci: università, enti di ricerca, soggetti dell’ambito culturali, esperti e specialisti, eccetera – riesce ad avere peso progettuale e decisionale nelle dinamiche di gestione territoriale locale. E questa è una carenza che ritengo molto grave, causa di molte situazioni problematiche e perniciose per le nostre montagne e le loro comunità.
[Un altro scorcio della Val di Rabbi. Foto di Gianni Penasa, tratta da www.facebook.com/valdirabbi.]Faccio un esempio concreto: l’ente politico ha intenzione di realizzare una nuova infrastruttura turistica, che apporterà effetti di vario genere sul territorio locale e dunque sulla comunità. Per questo motivo l’ente politico deve avviare la doverosa interlocuzione con la comunità, ma questa probabilmente non possiede tutte le competenze necessarie a stabilire se l’iniziativa progettata possa essere positiva o negativa per il proprio territorio. Dunque servono le competenze che il soggetto tecnico/scientifico può offrire e che faranno da buona base per la successiva definizione collettiva dell’iniziativa, la quale se approvata lo sarà per motivi non solo validi ma pure rigorosi, e se bocciata lo sarà allo stesso modo. Comunque, in entrambi i casi, la procedura logica che avrà portato alla decisione finale sarà elaborata in modi realmente condivisi e razionali, con il necessario (ma per certi versi anche naturale) bilanciamento delle parti che eviterà pure molti disequilibri che spesso si constatano in tanti progetti (come quando la politica si riserva l’intero potere decisionale evitando l’interlocuzione con la parte pubblica o quando si lascia decidere alla comunità ma senza prima dotarla degli strumenti necessari utili a giustificare la decisione).
Da un processo del genere tutti hanno da guadagnare: la comunità civile perché sa di poter essere veramente ascoltata e di poter incidere nelle decisioni che interessano la propria realtà, la politica perché sa di poter assumere decisioni ben meditate e ampiamente condivise che le danno lustro (anche elettoralmente), il soggetto tecnico perché può mettere a terra le proprie competenze attraverso progettualità adeguatamente supportate sia dalla politica che dalla parte pubblica contribuendo fattivamente allo sviluppo vero del territorio in questione.
Infine, posto tutto ciò, rimarco solo che nel nostro paese di soggetti tecnico/scientifici in grado i offrire elevate competenze alle comunità di montagna e alle amministrazioni pubbliche di riferimento ve ne sono molti. Spesso questi soggetti vengono interpellati, dagli enti pubblici: ma per produrre delle consulenze – corpose, articolate, solitamente pagate da bandi altrettanto pubblici – che poi quegli enti presentano come una propria iniziativa virtuosa ma che, una volta usciti gli articoli al riguardo sulla stampa, vengono messe rapidamente da parte e dimenticate su qualche scaffale polveroso.
Sarebbe un’ottima cosa se invece quelle loro ottime competenze venissero pienamente riconosciute – dalla politica, innanzi tutto – e integrate quale supporto concreto e fattivo nelle iniziative progettuali e nei processi decisionali riguardanti i nostri territori montani. Ribadisco: ne avrebbero – ne avremmo – tutti da guadagnare, la montagna innanzi tutto.
Tre operai sono seduti attorno al fuoco, mangiano pane e cacio e mi guardano tranquillamente. Dicono, e ridono, che sono arrivati prima loro di noi, che pure siamo di qui. Uno, siciliano, dice che poi faranno enormi ripari contro le valanghe e larghe strade, cambieremo faccia a questa valle.
«Come facevate a viverci, sì dico prima?»
Non è mica facile rispondere, potrei dirgli solo: che non potrei più viverci ora. E i contadini? I contadini è più facile, basta fargli vedere una cappellata di soldi, dopo fanno festa anche ai cagnoni e agli onorevoli che vengon su a mangiarci terra e acqua. Giura: non scrivere mai patetiche elegie sul tuo paese che sarà deturpato. Giura: o un feroce silenzio (male) o la razionale opposizione politica: scegli, ma non l’elegia della memoria, che finisce col fare i comodi di chi comanda male, cioè mangia addosso al paese e fa in modo che il paese imputtanisca.
Giovanni Orelli, meraviglioso cantore della civiltà alpina – della sua Svizzera italiana ma non solo – e il cugino Giorgio Orelli, poeta mirabile e narratore intrigante. Trovate alcune delle loro opere tra le mie “recensioni“. Leggeteli entrambi, se non l’avete mai fatto: sono certo che appassioneranno anche voi.
Separando con la sua enorme massa le nazioni che ne assediano i versanti dall’uno e dall’altro lato, la montagna protegge gli abitanti, solitamente poco numerosi, che sono venuti a cercare asilo nelle sue valli. Li ospita, li fa suoi, dà loro costumi speciali, un certo genere di vita, un carattere particolare. Indipendentemente dell’etnia d’origine, il montanaro è divenuto quello che è sotto l’influenza dell’ambiente che lo circonda; la fatica delle scalate e delle penose discese, la semplicità del vitto, il rigore dei freddi invernali, la lotta contro le intemperie ne hanno fatto un uomo a parte, gli hanno dato un atteggiamento, un’andatura, un gioco di movimenti molto diversi da quelli dei suoi vicini di pianura. Gli hanno dato inoltre una maniera di pensare e di sentire che lo distingue; hanno riflesso nella sua mente, come in quella del marinaio, qualcosa della serenità dei grandi orizzonti; in molti luoghi, inoltre, gli hanno assicurato il tesoro senza prezzo della libertà.
Mi è tornata in mente questa citazione dell’imprescindibile Reclus nel sentire le “rimostranze” di un conoscente (peraltro era da un po’ che non ne ricevevo, pensavo quasi che la loro “epoca” fosse passata!) il quale, per la prima volta e per un impegno di lavoro, è salito nel comune montano dove abito. «Ah, ma dove vivi? Che strada, tutte curve, e c’era nebbia, non si vedeva nulla, poi arrivo su, non c’è in giro nessuno… ma siete sperduti nel nulla, lì!»
Fate conto che il luogo di mia residenza in questione è a meno di 10 km di strada (asfaltata, eh!) dalla iperantropizzata Brianza e a 40 minuti d’auto da Milano, mica in un vallone sperduto delle Svalbard. Ecco.
Be’, a sentire quelle sue parole, mi è tornato in mente Reclus e mi sono sentito un privilegiato, a poter vivere così “sperduto nel nulla”. Già.
[Foto di Erich Wirz da Pixabay.]Qualche giorno ho proposto agli amici che leggono le mie cose sul web di citarmi il nome di un personaggio al quale per primo si pensa in mente a sentire la parola «montagna». Una figura che per ciò che è stato o è, ha fatto, ha detto, ha rappresentato, vi si possa identificare un’idea compiuta di montagna. Una sorta di “primo ambasciatore” delle terre altre, per così dire, o colui che meglio di altri potrebbe aver dato o dare forma, mente e anima al loro Genius Loci.
Innanzi tutto grazie di cuore a chi è stato al gioco – perché di ciò si trattava, non certo di un sondaggio con pretese demoscopiche ma più una “chiacchierata” tra amici: anche se le risposte, ben 150 (spero di non averne persa qualcuna!), formano un quadro sì giocoso ma comunque parecchio significativo. Le ho raccolte nell’istogramma che vedete qui sotto (cliccateci sopra per ingrandirlo) ordinandole alfabeticamente (nome-cognome) e non per quantità di citazioni, proprie perché non c’era alcuno scopo di comporre graduatorie di preferenza. Anche se la proposta iniziale era di indicare un solo nome di personaggi reali, ho inserito tutti quelli citati, anche quelli più “bizzarri”: perché ogni vostra risposta ha valore e in effetti risulta variamente interessante e significativa. Grazie ancora per averle espresse!
Posto ciò, potete liberamente ricavare dalle risposte ottenute le vostre considerazioni, mentre io qui ne rimarco alcune personali: se per molti versi la quantità di citazioni per Walter Bonatti poteva essere prevedibile, trovo significativo che il secondo personaggio più citato sia stato Mario Rigoni Stern (ribadisco, non importano il numero di voti o lo scarto): il primo una figura che incarna soprattutto la dimensione alpinistica e esplorativa della montagna, il secondo invece principalmente quella culturale e umana, i due ambiti fondamentali attraversi i quali l’uomo ha vissuto le montagne dai secoli scorsi fino al presente, seppur sia Bonatti che Rigoni Stern hanno poi elaborato il proprio legame con i monti anche in altri modi – così come hanno fatto ulteriori personaggi citati, conosciuti soprattutto come alpinisti ma la cui relazione con le montagne non si è manifestata solo attraverso la conquista delle vette e la sfida alle loro verticalità (Reinhold Messner, per dirne un altro tra i più citati).
Ugualmente interessanti sono le numerose citazioni a personaggi che invece poco o nulla si legano all’alpinismo così come quelle a figure familiari, mentre inesorabilmente poche sono le donne citate: se l’alpinismo si è spesso contraddistinto per la propria dimensione patriarcale, nella quale la frequentazione femminile delle vette spesso era ritenuta sconveniente, non solo la sua storia è ricca fin dall’inizio di grandi alpiniste ma in fondo è la montagna nei suoi tanti aspetti quotidiani a essere stata spesso “governata” dalle donne senza che ciò venisse loro adeguatamente riconosciuto. Così come oggi non esiste più un alpinismo “maschile” e uno “femminile” ma l’alpinismo e basta, credo che il Genius Loci montano non abbia genere. Che poi, a ben vedere, «montagna» è un sostantivo femminile che deriva dal latino mons mōntis, «monte», il quale è un sostantivo maschile, dunque: pari e patta!