Le definizioni contano

Mi viene da pensare che ad esempio quei due tizi là, quello di Roma e quello di Milano (dico loro ma vale anche per altri, nel caso), forse sbagliano a far le cose che fanno perché è sbagliato il modo con il quale si fanno definire. Cioè, voglio dire: se si facessero correttamente chiamare l’uno Presidente del Consiglio dei Ministri e l’altro Presidente della Giunta Regionale, e non invece “premier” e “governatore” come tanti sui media li chiamano sbagliando grossolanamente (nonché ingiustificatamente, per giunta) senza che loro stessi per primi abbiano da obiettare come dovrebbero, magari, chiamandoli nel suddetto modo giusto, direbbero cose altrettanto giuste e farebbero ciò che è giusto fare. Invece, chissà, può essere che dicano cose che poi non fanno e fanno cose che non dovrebbero proprio perché così tanti li denominano come non dovrebbero invece di come sarebbe opportuno facessero. Ecco.

È un po’ – se mi passate l’”allegoria” – come se aveste a che fare con un pittore, dal quale dunque vi aspettate delle tele dipinte, ma vi ostinate a chiamarlo imbianchino. Se quello non obietta nulla su tale pur errata definizione, finirà per assecondarvi e tinteggiarvi muri, forse anche con gran maestria, ma resta il fatto che non è ciò che avrebbe dovuto fare, essendo lui pittore e non imbianchino.

Perché insomma, mi preme rimarcarlo, le parole sono sempre importanti. Anche nelle piccole cose, anche dove sembrerebbero quisquilie, questioni trascurabili e invece no, sono spesso quelle più emblematiche e rivelatrici di come vanno le cose, qui. Già.

Luoghi, non luoghi, neo luoghi

Un “luogo”, in forza di processi di variegato degrado materiale e immateriale, può diventare un non luogo – come da tempo ha ben spiegato Marc Augé – ovvero uno spazio abitato/vissuto ma privo, o privato, della sua identità peculiare. A volte prima diventa iper luogo, sovraccaricandosi di significati via via meno consoni ed emblematici che ne intaccano lo spirito, fino al punto di implodere nella propria negazione. Di contro un non luogo può essere recuperato e tornare a essere luogo, a volte addirittura neo luogo, con una propria rivitalizzata identità.

Ma allo spazio che è “luogo” eppure, per varie motivazioni, non viene più riconosciuto come tale oppure viene frequentato in forme e modi banali e convenzionali, dunque del quale si può dire che non è non luogo ma non ancora neo luogo, che potrebbe succedere? Quali processi di identificazione e definizione lo possono condizionare, dunque definire? E come poterli attivare, con quali strumenti e progettualità che possano rendere virtuosi quei processi e non invece svilenti, come invece non di rado (e pur con tutta l’eventuale buona fede del caso) avviene?

Ne parleremo mercoledì 22 aprile, alle ore 17, nella classroom che avrò l’onore di tenere su Zoom per il ciclo Alpes@Home curata da Alpes, intitolata Ricercare e identificare il Genius Loci. L’importanza dell’identità nei progetti culturali.
Cliccate sull’immagine in testa al post per avere ogni informazione utile al riguardo, oppure qui. Vi aspetto!

Sarebbe ora, finalmente!

Quindi, dite che ora, con il coronavirus in circolazione e tutto il cancan emergenziale che giustamente è stato messo in piedi, finalmente ci si deciderà a comminare l’ergastolo a quelli che per sfogliare qualsiasi cosa cartacea che abbiano tra le mani continuano compulsivamente a leccarsi le dita per inumidirle di saliva, così inumidendo disgustosamente pure ciò che hanno in mano – proprio come già osservavo qualche tempo fa qui?

Be’, ok, sì… se non proprio l’ergastolo, qualche altra punizione esplicitamente educativa, ecco, che faccia capire loro quanto sia cafonesca quella loro abitudine oltre che, vista la cronaca, del tutto inaccettabile in futuro. Se almeno tali persone non si vogliano palesare come potenziali agenti patogeni (di virus e di maleducazione, una “malattia” a sua volta, purtroppo) piuttosto che come persone civili o semplicemente a modo. Che sarebbe già tanto, sia chiaro.

(Nell’immagine: un poster diffuso dal Dipartimento per la Salute Pubblica della Nuova Zelanda, anno 1950 circa.)

Nel KuMu, a Tallinn

[…] Due opere in particolare attraggono la mia attenzione, messe l’una accanto all’altra in un accostamento a dir poco drammatico – anzi, parecchio tragico! – le quali nuovamente finiscono per indagare non solo la storia politica nazionale ma pure il tribolato rapporto tra estoni e russi in chiave psicosociale. A destra, un classico ritratto di Iosif Stalin, colui che riportò l’Estonia sotto il controllo totalitario dell’URSS, dopo la Seconda Guerra Mondiale: in uniforme militare, il piglio fiero, lo sguardo rivolto verso l’infinito, lo sfondo scuro ad esaltarne la figura solenne, perentoria, conturbante nel bene (per i suoi sostenitori) e nel male (per tutti gli altri), con la tela racchiusa in una sottile cornice chiara. A sinistra, accanto pochi centimetri, un’opera di sapore impressionista raffigurante una donna apparentemente giovane, con indosso un abito blu, la capigliatura moderna, impiccata ad una finestra dalla quale si vede una città illuminata, un cielo stellato e, proprio in corrispondenza del capo della donna a mo’ di aureola, una luna giallo-ocra. Gli occhi riversi, la bocca aperta nell’ultimo disperato afflato vitale, le braccia inermi distese lungo i fianchi dell’esile corpo.
Terribile, appunto. Tragico all’ennesima potenza, con un messaggio primario, forse banale ma senza dubbio indotto da un tale accostamento, che pare sancire al visitatore: ecco, guarda, lui e tutto ciò che ha rappresentato ci ha portato a questo. La manifestazione di una disperazione assoluta al punto da dissolvere ogni buon motivo di vita, che ancora oggi, a venticinque anni di distanza dalla ritrovata indipendenza nazionale e a più di mezzo secolo da quel periodo, conserva intatta la sua tragicità […]

Sì, esatto, è un brano tratto dal mio ultimo libro:

Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano
Historica Edizioni, 2020
Collana “Cahier di Viaggio”
Pagine 170 (con un’appendice fotografica dell’autore)
ISBN 978-88-33371-51-1
€ 13,00
In vendita in tutte le librerie e nei bookstores on line.

Potete scaricare la scheda di presentazione del libro qui, in pdf, e qui, in jpg, oppure cliccare sull’immagine del libro per saperne di più. Per la cronaca, il KuMu è questo.

Ufficio stampa, promozione, coordinamento:

L’infinito nella mente e nel cuore

Spero proprio che gli esseri umani non perdano mai la preziosa capacità di restare incantati ad osservare il cielo stellato – in questo periodo particolarmente nitido, peraltro, visto come si è “ripulito” grazie al blocco del traffico e delle attività industriali dovuto all’emergenza coronavirus. Probabilmente alcuni la stanno già smarrendo, quella visione, forse in certi casi non è colpa loro ma di mancanze altrui; questo potrebbe essere il momento giusto per recuperarla. Fatto sta che da sempre la volta celeste dona la più potente visione che l’occhio umano possa cogliere, una visione la cui intensa, soverchiante bellezza sa rimetterci al nostro posto – noi uomini sovente troppo dissennati e arroganti qui, su questo granello di roccia sperso nello spazio – e al contempo sa regalarci un’irresistibile, esaltante, incommensurabile sensazione di immensità, che possiamo percepire e sentire spandersi direttamente nel cuore, nell’animo e nello spirito. Una sensazione che sicuramente non può che farci bene, in questi giorni difficili: null’altro sa darci tutto ciò e, ne sono convinto, niente altro è ugualmente prezioso e, appunto, utile.

Incantatevi, a osservare le stelle, regalatevi questa emozione insuperabile. Sintonizzatevi sull’infinito, e vedrete che accadrà una sorta di prodigio: resterete coi pieni ben saldi a terra ma nella testa e nel cuore avrete la luce delle stelle.