Auguri, Signor G!

“Il pensare”… sì, il pensiero in sé, senza farci niente di utile, che godimento. Peccato che non ti paga nessuno per pensare. «Ho pensato otto ore», e chi ti crede?

(Giorgio Gaber, Il Grigio, atto I, quadro IV.)

Gaber oggi compie 83 anni e come nome, figura, personaggio, immagine, icona, resta “sinonimo” potente di pensiero – lo resterà anche quando di anni ne compirà 100 o 200 o 1.000. Sinonimo nel/del senso più alto del vocabolo, il più intenso e sagace, il più importante. Perché il pensiero tanto più è “alto” e sagace quanto più è libero, e Gaber è stato tra i pensatori più liberi in assoluto. Anche per questo uno come lui manca tremendamente, in quest’epoca di pensiero non solo sempre meno libero ma pure sempre più soffocato e soppresso.

Il riposo alpestre del grande Genio

A margine e come affascinante integrazione al mio post di qualche giorno fa sull’Atelier Giacometti a Borgonovo di Stampa, in Val Bregaglia, lungo la trafficata strada che porta i gitanti sciistici italiani verso le piste di Sankt Moritz e dell’Engadina, Dario Sironi dell’interessantissimo sito costruttoridifuturo.com mi segnala e ricorda (con questo suo articolo, dal quale traggo anche le foto che vedete, se non diversamente indicato) che il grande Alberto Giacometti, uno dei più importanti artisti di sempre, riposa proprio nella semplicissima tomba ospitata dal piccolo cimitero di Stampa, a sua volta adiacente alla suddetta superturistica strada poche centinaia di metri oltre la baita in legno e pietra che accoglie l’Atelier familiare.

Leggo peraltro sul sito del Centro Giacometti che le tombe di Alberto e di Diego Giacometti, fratello del primo, nonché dei genitori Giovanni e Annetta Giacometti-Stampa, tutti ospitati nel cimitero di Borgonovo di Stampa, «avevano negli ultimi decenni subito delle alterazioni: le pietre tombali si erano inclinate, e la superficie della stele sulla tomba di Giovanni e Annetta era stata colonizzata da licheni a tal punto da rendere illeggibili i simboli in rilievo, ma anche i rilievi in bronzo sulle tombe di Alberto e Diego avevano subito dei danni. Dopo un’azione da parte di una restauratrice coordinata negli anni 2015-2017, le tombe hanno ora di nuovo un aspetto soddisfacente», rappresentando un ulteriore motivo di pregio per la splendida Val Bregaglia e di sosta per chi transiti di lì e voglia, come ribadisco, “accostarsi” seppur virtualmente e per pochi istanti a uno dei maggiori geni creativi del ventesimo secolo e al suo piccolo/grande mondo primigenio.

[Immagine tratta da centrogiacometti.ch, fonte originaria qui.]
Ringrazio molto Dario Sironi per la sua segnalazione e per il conseguente stimolo che mi ha offerto.

Cose ben fatte, sui monti

[Moiola (Cuneo), Lou Estela, recupero di un secou (essicatoio) risalente al 1871. Architetti Dario Castellino, Valeria Cottino, 2021; progetto presente nella mostra sotto presentata. Immagine tratta da area-arch.it, ©Fabio Oggero; cliccate qui per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Quando quelli come me si prendono la briga (meditata ma troppo schietta, forse più che coraggiosa) di valutare criticamente certe infrastrutture realizzate in montagna, sovente per meri scopi turistico-ricreativi, pur nella loro palese insensatezza culturale e perniciosità ambientale, molte menti leggere sovente ribattono con l’accusa che «ah, fosse per voi non si può e non si deve fare nulla, in montagna!». Un’imputazione quanto mai superficiale perché preconcetta, immotivata, incoerente che di contro denota la carenza di giustificazioni ragionevoli e la scarsa consapevolezza culturale di costoro nei riguardi di ciò che sostengono. Giammai ad essi sorge il dubbio che, se si mettono in evidenza certe insensate brutture che si realizzano sui nostri monti, è perché la cosa è tanto palese e perché d’altro canto le cose sensate, belle e ben fatte sono così in armonia con i luoghi ove vengono realizzate che suscitano molta meno attenzione. In effetti da questo punto di vista è una deprecabile colpa di quelli come me, quella di non mettere in consona evidenza le cose ben fatte, almeno in modo paritetico alla denuncia di quelle malfatte e anche per rendere ancora più opinabili queste seconde. Bisogna rimediare e personalmente mi impegnerò a tale scopo, senza dubbio (ma ci sarebbe molto più da dire, al riguardo: magari lo farò, prossimamente).

A tal proposito, per fortuna in queste settimane ci viene in aiuto una bella mostra allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta: Architetture contemporanee sulle Alpi occidentali italiane, proposta dalla Fondazione Courmayeur Mont Blanc con l’Ordine Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Valle d’Aosta e realizzata dal Centro di Ricerca «Istituto di Architettura montana» del Politecnico di Torino.

L’esposizione, a cura di Antonio De Rossi e Roberto Dini, presenta le tavole progettuali di più di cinquanta edifici realizzati nei territori montani di Valle d’Aosta e Piemonte. Si tratta di opere in cui la qualità dell’organizzazione dello spazio si intreccia ai processi di sviluppo locale e alla diffusione di pratiche abitative innovative. I progetti illustrati mostrano come, innanzi tutto in Valle d’Aosta ma a segnalare una tendenza in atto un po’ ovunque sulle montagne italiane, si stia sviluppando una metamorfosi culturale in cui l’architettura e la pianificazione del paesaggio tornano a giocare un ruolo strategico per una nuova abitabilità del territorio montano. Una trasformazione che vede sia i progettisti uscire dalla dimensione della mera autorialità per farsi traduttori di istanze complesse da costruire collettivamente, sia le comunità e le committenze riscoprire l’importanza del progetto di qualità.

La mostra, la cui visita è da me caldamente consigliata per chiunque sia curioso di capire meglio il presente e soprattutto il futuro delle nostre montagne, è a ingresso gratuito e sarà aperta al pubblico fino al 13 febbraio 2022. Orario di apertura: martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Cliccate sull’immagine della locandina lì sopra per avere maggiori informazioni sulla mostra e su come visitarla.

I 100 anni del “miracoloso” Vittoriale

Lo saprete quasi certamente ovvero lo avrete già letto/visto da più parti, ma voglio pure io rimarcare l’anniversario dell’invenzione di uno dei luoghi più incredibili che abbia mai visitato – e l’ho fatto più volte e ogni volta rinnovando le stesse sensazioni di stupore: nel 2021 si festeggia il centenario del Vittoriale degli Italiani, l’inimitabile dimora di Gabriele D’Annunzio a Gardone Riviera, sulla riva lombarda del Lago di Garda. Una dimora «miracolosa» (clic) sotto ogni punto di vista, nel bene e nel male – dacché so bene che D’Annunzio è personaggio per molti controverso, ma personalmente rivendico orgogliosamente l’importanza fondamentale che la sua figura, certo suo pensiero e le sue opere hanno avuto su di me – e forse è in assoluto il manufatto architettonico (nel senso più completo che può conferire tale aggettivo) più aderente al personaggio che l’ha abitato e vissuto. Quasi a diventare esso stesso una speciale e insuperabile “opera letteraria” dannunziana, una summa dell’arte scrittoria del Vate espressa in forme architettoniche nelle quali ogni elemento costruttivo, artificiale o naturale, è una pagina di quell’opera assoluta.

In fondo fu lo stesso D’Annunzio a dare il senso fondamentale a una dimora del genere e lo fece già a 23 anni, quando in una lettera scrisse di nutrire «una passione profonda e rovinosa per le cose inutili e belle»; d’altro canto la bellezza sovente è ritenuta “inutile”, all’apparenza, eppure a chiunque risulta ineluttabilmente vitale: l’arte, ad esempio, si può dire che non serve a “sopravvivere” (eccetto che per l’artista) ma chi può obiettare che è invece fondamentale per vivere, nel senso più assoluto e umanistico del termine? Di contro quante sono le cose che, oggi più che mai, riteniamo “utili” ovvero “necessarie” e invece non lo sono affatto, anzi, a ben pensarci oltre che superflue alla fine risultano pure brutte?

Ecco, il Vittoriale di D’Annunzio può sembrare una dimora talmente sovrabbondante in tutto da apparire “inutile”, ma la sua bellezza, il suo fascino, l’attrattiva incredibile, la curiosità, il coinvolgimento che suscita ne fanno un luogo di rara e preziosa utilità, in primis per la mente, il cuore, l’animo e lo spirito di chiunque la visiti, che sia un fan del Vate oppure no.

Cliccando sull’immagine in testa al post potrete accedere al sito web della Fondazione del Vittoriale, dal quale potrete conoscerne ogni cosa e avere tutte le informazioni utili per visitarlo. Dal sito del Vittoriale ho tratto anche l’immagine in testa al post e i video qui pubblicati. Qui invece potete leggere un articolo sul centenario di Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione.

Land (&) Art #7

Sopra: Piero Manzoni, Achrome, 1958-1959, Collezione privata. Immagine tratta da qui.

Sotto: Ghiacciaio dell’Adamello, Effluenza del Mandrone, Lombardia/Trentino Alto Adige. Immagine tratta da Google Maps (e rielaborata da Luca).

Per saperne e capirne di più, su queste immagini che vi propongo, cliccate qui.