Lo “smart working”? Ancora?!

Ve lo dico da subito: sarò molto franco, in questo post, seppur “indirettamente”.

Con questo secondo lockdown, imposto in modi più o meno rigidi su tutto il territorio nazionale, è tornato in auge presso enti pubblici e privati lo smart working, conseguentemente applicato in modi più o meno ampi.

Bene: posto quanto già affermavo sul tema qui, dopo la fine del primo lockdown e delle esperienze (personali, ma non solo) al riguardo, e considerando le esperienze attuali – in entrambi i casi non tanto sullo smart working in sé, ma su come esso venga “interpretato” da molti di quelli che lo stanno praticando – vorrei ora molto francamente rimarcare ovvero ribadire che lo smart working

Ritardi, rimandi, disservizi, smarrimenti di documentazioni, inefficienze varie e assortite in troppi casi. «Eh, ma sa, stiamo lavorando in smart working!» la risposta sovente abituale, sempre più simile a una bieca scusa che a una motivazione sostenibile.
Ah, ok, così dicono, quelli. Ma non si dice pure che sarebbe il lavoro del futuro, questo?
Per non parlare dell’altra forma di lavoro a distanza attualmente più usata, quella per l’insegnamento scolastico: su come stiano andando le cose basta leggere questo articolo, adattabile certamente anche alla realtà italiana (o forse qui anche più che altrove) per come me la raccontano numerosi amici docenti.

Ecco.

Be’, mi pare che siamo a posto, allora. Proprio a posto. Già.

Lo(ki)down

Questo è un LOCKDOWN:

E questo è un LOKI DOWN:

Per chi non capisse: Loki è il mio segretario personale a forma di cane. Oltre a svolgere le mansioni afferenti tale suo incarico, nel tempo libero coltiva due passioni principali: la distruzione del giardino del domicilio presso cui vive e le camminate in montagna. Questa in particolare è una passione assai fervida, tanto che il quadrupede peloso quando è in ambiente corre ovunque come un matto raddoppiando – se non di più – distanze e dislivelli percorsi, nemmeno dovesse osservare annusare addentare tutte le piante, i cespugli, i rami, le pietre, i fili d’erba presenti nel territorio attraversato. Poi, una volta rientrato al suo domicilio e dopo tutto questo correre forsennato, nel tempo di una manciata di minuti crolla esausto, addormentandosi ovunque gli capiti abbattuto dalla stanchezza – come nella foto lì sopra.
Ecco: “abbattuto”, in inglese down, appunto.

😄

(La foto di Milano è di Francesco Ungaro da Unsplash.)

Sul presentare un libro in tempo di lockdown

Posto questo secondo “lockdown” in corso, che tale per molti non è ma per la cultura sì, in particolare per gli eventi e i luoghi culturali, di fronte al quesito se trasformare alcuni degli incontri pubblici che avevo in programma, soprattutto per presentare il mio ultimo libro Tellin’ Tallinn, in eventi on line, ho deciso di non farlo.

L’ho deciso molto a malincuore ma basando la mia decisione anche sulle numerose esperienze maturate al riguardo durante il primo lockdown (nessuna delle quali è stata negativa, tutt’altro) nonché su come solitamente propongo le presentazioni dei miei libri (spoiler: in modi meno ordinari ovvero – spero – più coinvolgenti possibile!): circostanze che mi avrebbero impedito di proporre agli eventuali spettatori ciò che avrei voluto offrire loro, e che avrei potuto compensare solo con la produzione di contenuti audiovideo di tipologia e qualità tali che abbisognerebbero di molto tempo e mezzi per essere realizzati (e probabilmente li realizzerò, prossimamente); d’altro canto certe “produzioni” on line viste in questi mesi, “grossolane” a essere molto gentili, temo che abbiano portato più danni che vantaggi ai libri (ovvero a qualsiasi altra opera culturale) che intendevano promuovere, ergo personalmente le evito come la peste, quantunque possa apprezzare l’impegno di chi le propone (ma non i risultati, appunto).

Fatto sta che questa mia predisposizione al riguardo l’ho trovata del tutto consonante con quella offerta dalla prestigiosa Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana, nel cui comunicato attraverso il quale ha gioco forza annunciato la sospensione degli eventi letterari in programma, esprime quello che è anche il mio pensiero sulla questione:

Qualcuno ci ha ripetutamente chiesto perché non compensiamo con “incontri virtuali”. Ci abbiamo riflettuto, molto. E la risposta è che la Casa della Letteratura nasce come luogo d’incontro tra l’opera di un autore e dove l’autore si mette in gioco proprio perché di fronte ha un pubblico che lo sollecita grazie all’ascolto oppure con le molte domande alla fine dell’evento. La complicità ma soprattutto l’intimità che si creano, non possono venire sostituite da un collegamento ballerino, un audio fuori sincrono, una immagine appiattita.
Se si dovrà adottare una soluzione mista di incontri “in presenza” e “a distanza”, allora dovremo poterla fare bene. Questo per rispettare il patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico.
Ovviamente non smettiamo di riflettere su cosa fare, quali le ulteriori possibilità e i percorsi per continuare il mandato morale che ci siamo dati: offrire incontri con autori e opere di qualità, assicurando che per ogni incontro avrà forma anche la sorpresa.

Ecco, nel mio piccolissimo è ciò che voglio (vorrei) fare io in ogni evento pubblico che propongo e concerne le mie cose: offrire sempre incontri ben fatti, di qualità, il più possibile originali e coinvolgenti nei quali io non sono affatto il solo protagonista ma lo sono insieme ai presenti, e lo è il libro (o qualsiasi altra cosa) che presento sempre e solo in base ai feedback del pubblico, in uno scambio emotivo e intellettuale che è proprio alla base del “patto unico e straordinario tra l’autore e il suo pubblico” che rileva la Casa della Letteratura per la Svizzera Italiana.

Tutto questo senza affatto disprezzare gli eventi on line, ci mancherebbe, ai quali auguro ogni successo e fortuna; nel frattempo io cerco di rendere proficua l’attesa e accumulo idee, energie, intuizioni e vitalità così da poter tornare live appena possibile. Giudicherete voi se ciò sarà servito oppure no – ma siate magnanimi, eh!

[La foto in testa al post è di Free-Photos da Pixabay, rielaborata da Luca.]

Tallinn, a Milano (presto!)

Solo qualche giorno fa pubblicavo un post nel quale annunciavo, alla mia maniera, alcune prossime sorprese riguardanti il mio ultimo libro Tellin’ Tallinn. Storia di un colpo di fulmine urbano e Milano. Poi è successo quel che è successo e le sorprese sono dovute rimanere tali: lo sono tutt’ora ma mi auguro vivamente di potervele svelare e, soprattutto, concretizzare presto.

D’altro canto, un libro di viaggio – che non è solo un libro di viaggio – come Tellin’ Tallinn in qualche modo acuisce il proprio valore narrativo (e letterario, sperando che ne abbia) proprio quando circostanze malaugurate e infauste ci impediscono di viaggiare materialmente, e diventa uno strumento di “salvaguardia” e sollecitazione dello spirito peculiare che caratterizza ogni autentico viaggiatore. Uno spirito sempre attivo, vivace, dinamico, anche – se non soprattutto, e non è affatto un paradosso – quando non si è in viaggio, perché è così che esso può bilanciare la stasi materiale di quando non si viaggia, tenendo ben “allenati” mente, cuore e animo e pronti ad una prossima partenza.

Come scrivevo già in passato e ora ribadisco di nuovo, si usa spesso citare quel noto adagio che dice “Il viaggio è la meta”, meno invece si cita il pur altrettanto noto Pessoa che in tema, ne Il libro dell’inquietudine, scrisse “I viaggi sono i viaggiatori”. Tuttavia, se il “vero” viaggio si ha non tanto quando è il viaggiatore a visitare un luogo ma viceversa quando è il luogo a “visitare” il viaggiatore – a entrarvi dentro, a penetrare a fondo nel suo animo esattamente come egli s’addentra per le sue vie o nel suo paesaggio – dunque quando la simbiosi tra luogo e viaggiatore è intensa e vibrante (il che a mio modo di vedere significa realmente visitare un luogo, nel modo più completo), allora come Pessoa, più di Pessoa, mi viene da dire che il viaggiatore è il viaggio. Perché non c’è viaggio “vero” la cui meta non sia dentro di chi lo compie, e in tal modo continui oltre l’ambito geografico, senza limiti effettivi e, per giunta, chiudendo idealmente il solco circolare tracciato in principio dal grande poeta portoghese in un moto, anzi, in un viaggio perpetuo d’un viaggiatore che, altrettanto idealmente, tale è sempre.

Ecco: nonostante tutto, un buon “libro di viaggio” è tale, cioè genera un proprio valore letterario peculiare, anche perché consente di viaggiare pur restando fermi – per scelta, necessità o per obbligo. E lo genera perché, proprio in questi momenti, è un ottimo “integratore” per lo spirito del viaggiatore, pronto a (ri)partire quando ogni circostanza infausta si sarà risolta.

Insomma: fate passare tutto e quelle sorprese riguardanti Tellin’ Tallinn e Milano, nonché molte altre cose, vi verranno svelate e le vedrete realizzarsi. Anche grazie a voi, se lo vorrete.

Viva Halloween!

[Foto di David Menidrey da Unsplash.]
Sinceramente, fatemi dire: ebbbasta con questo solito blaterare su Halloween, che “non è una nostra festa”, che è “un’americanata”, che va “abolita” (?) e compagnia cianciante! Uff!

Al di là del fatto che la sua storia la si deve considerare determinata o indeterminata esattamente come quella di tante altre ricorrenze la cui origine si perde e sfuma nei secoli, e che criticarne così sguaiatamente la “celebrazione” dimostra un’alienazione non indifferente e parecchio molesta, io ascolto divertito mia madre ottantenne che ricorda e mi racconta di quando era bambina e il nonno – il mio bisnonno – nella notte di Ognissanti metteva al portone del cortile di casa una zucca con un lumino acceso dentro «per tenere lontani i diavoli che in quella notte vagano liberamente». Una tradizione assai diffusa un po’ ovunque, in Italia, insieme a tante altre di simile e antica natura che si rinnovavano in queste notti e poi forzatamente cristianizzate, ma senza che ciò abbia cancellato le loro arcaiche origini pagane.

In fondo, come ha scritto Stephen King (uno assai titolato a parlare di questi temi, almeno letterariamente!), Halloween

È il giorno in cui ci si ricorda che viviamo in un piccolo angolo di luce circondati dall’oscurità di ciò che non conosciamo. Un piccolo giro al di fuori della percezione abituata a vedere solo un certo percorso, una piccola occhiata verso quell’oscurità.

(L’orrore secondo Stephen King, a cura di Tim Underwood e Chuck Miller, traduzione di Luca Guerneri, Arnoldo Mondadori, Editore, 1999, pag.60.)