Un collegamento sciistico tra Colere e Lizzola? Idea interessante. Se fossimo nel 1964!

Quello che prevede di unire i comprensori sciistici di Colere e Lizzola, tra Val di Scalve e Valle Seriana (provincia di Bergamo), è un progetto veramente interessante.

Sì, se fossimo nel 1964.

Invece ora, anno 2024, appare sotto tutti i punti di vista come un’idea insensata e deleteria. Non solo per il clima in divenire, non perché le piste si troverebbero per gran parte sotto i 2000 m di quota e in esposizioni sfavorevoli, non soltanto perché andrebbe a intaccare zone montane delicate e per questo già tutelate ambientalmente, ma soprattutto perché nuovamente inganna la comunità locale facendole credere di sostenerne l’economia quando invece la zavorrerà ancor più di ora, di contro senza che si faccia nulla di concreto per avviare un autentico sviluppo socioeconomico locale con un progetto strutturato e di ampie vedute temporali che metta in rete tutte le numerose potenzialità del territorio – anche quelle turistiche, ma finalmente contestuali al luogo e alla realtà attuale – mantenendo al centro le necessità e il futuro della comunità residente. D’altro canto, appunto, non siamo più negli anni Sessanta: oggi non può più esistere un turismo che risulti attrattivo per i visitatori se prima non contempla come interesse primario il bene del territorio, del paesaggio e della sua comunità. Ma, con tutta evidenza, questa è una realtà che chi vuole sfruttare senza limiti le montagne soltanto per fare soldi non vuole che si dica.

Ma ragioniamoci sopra insieme, e mettiamo che abbiate a disposizione un appezzamento di terreno bello ma posto su un versante che ha problemi di stabilità, circa il quale innumerevoli studi geologici dicono che prima o poi franerà. Non subito e non si sa con che volumi di frana ma è pressoché certo che succederà perché in loco ci sono tutti i sintomi che lo prevedono. Ecco; su questo appezzamento di terreno voi ci costruireste sopra una casa, grande e bella non badando a spese, annunciando pure che una volta costruita darete tutti i giorni feste per la gioia e il divertimento dei vostri amici?

Io credo che – per essere chiari e schietti – solo un tizio un po’ folle s’arrischierebbe in un’impresa del genere buttandoci dentro un sacco di soldi. Un tizio un po’ folle e pure mascalzone nel caso che i soldi siano pubblici.

Be’, è nel principio ciò che accade con certi nuovi progetti di infrastrutturazione sciistica (la casa da costruire) in territori montani per la gran parte al di sotto dei 2000 metri di quota come quello con il quale si pensa di unire i comprensori di Colere e Lizzola, a fronte della realtà ambientale corrente (l’appezzamento di terreno) e dei report climatici che elaborano ciò che accadrà negli anni prossimi (gli studi geologici). Non solo: nonostante il loro rischio palese e la possibilità di fallimento quasi certa, quasi sempre tali infrastrutturazioni vengono finanziate parzialmente o totalmente con soldi pubblici, sovente sottratti ad altre opere che sarebbero ben più utili e vantaggiose per il territorio e i suoi abitanti.

[In questa mappa ho evidenziato la posizione dei due comprensori di Lizzola e di Colere, distanti circa 5 km in linea d’aria nel punto di maggior vicinanza, con linea tratteggiata blu i nuovi impianti che si dovranno necessariamente realizzare e, con il simbolo triangolare, la posizione del tunnel dotato di tapis roulant con il quale si vorrebbero “unire” i due comprensori. Si notino le quote interessate, quasi sempre sotto i 2000 metri, e l’esposizione, ampiamente sfavorevole. Cliccate sull’immagine per ingrandirla.]
Forse, invece che andare a intervenire sul terreno in quel modo, sarebbe il caso di metterlo in sicurezza e poi di renderlo fruibile in modi ben più consoni e meno impattanti, così valorizzandolo molto meglio e con molte più possibilità di farne un bene redditizio (non solo economicamente) per tutti, non credete?

Eppure, con tutta evidenza, certi soggetti privati ma soprattutto pubblici i quali malauguratamente hanno tra le mani la sorte delle nostre montagne pensano ancora di essere immuni a qualsiasi “frana”, a qualsiasi cambiamento climatico e ambientale, a qualsiasi evoluzione sociale, culturale, economica e politica dei loro territori montani, e in tale stato di alienazione spaziale e temporale – forse appunto pensano che siamo nel 1964, non nel 2024! – continuano a proporre progetti sciistico-turistici fuori di senno e di qualsiasi logica. Perché a considerarli per quanto prevedono sono progetti indubbiamente belli, intriganti, ben fatti: ma, appunto, non è che se una villa è bella e ben progettata potrà stare in piedi se costruita su un terreno che non regge. Crollerà comunque, prima o poi, vanificando qualsiasi bontà originaria e il relativo investimento sostenuto nonché cagionando danni pure a ciò che avrà intorno. Progetti sciistici che avrebbero avuto senso cinquanta o sessant’anni fa oggi non lo hanno più, con tutta evidenza. Inoltre, tali iniziative non rappresentano soltanto un rischio in sé ma ne determinano uno anche per l’intera comunità del territorio che ne è soggetto: l’esatto opposto di ciò che viene dichiarato a loro sostegno, ovvero che rappresentino «una salvaguardia per la sopravvivenza di intere comunità» (motivazione copia-incolla sempre presentata in tali circostanze, non avendone altre giustificabili da sostenere. Ma come possono salvaguardare una comunità se non considerano per nulla i rischi principali che minacciano quella comunità, anzi li sfruttano a proprio vantaggio senza tener conto delle inevitabili conseguenze che ricadranno sulla stessa comunità? Come possono pensare alla sua sopravvivenza se progetti del genere evitano proprio l’obiettivo fondamentale che dovrebbero perseguire, ovvero l’elaborazione della resilienza necessaria alla realtà corrente e futura (non solo dal punto di vista ambientale, ribadisco) che il territorio necessita non solo per sopravvivere ma per vivere, e nel modo più proficuo possibile?

Ovviamente, qualcuno che invece si dice favorevole c’è, e al solito sostiene il proprio consenso con le solite, pappagallesche rimostranze: «Ah, voi ambientalisti (da salotto, probabilmente) siete solo capaci di dire di no!»: a parte che, per quanto mi riguarda, non posso ambire di essere un “ambientalista” ma sono un mero studioso dei paesaggi montani e delle loro realtà, il problema semmai sono costoro che non sanno dire altri che «sì» perché non in grado di comprendere (o non hanno la voglia di farlo) quanto siano deleteri certi progetti imposti – e sottolineo imposti – alle loro montagne, e parimenti non possono e vogliono impegnarsi per costruire un progetto e un futuro veramente concreti, sostenibili e virtuosi per loro stessi e il territorio cin cui vivono! A proposte così insensate semplicemente non si può che dire no, perché palesemente non stanno in piedi, non hanno senso, non hanno futuro, mentre invece non si può che dire sì a qualsiasi iniziativa che realmente sia in grado di sostenere le loro comunità da subito e ancor più negli anni futuri. E di progetti del genere ce ne sono e se ne possono elaborare a iosa: solo che evidentemente agli speculatori di varia natura che al momento tengono le redini di questi territori non interessano perché non alimentano i loro tornaconti. Progetti che, se poi falliscono come già da tempo accade (vedi le centinaia di comprensori sciistici chiusi negli ultimi anni sulle montagne italiane) e chissà quanto più accadrà negli anni futuri, i loro promotori se ne andranno altrove e ai montanari locali resteranno i rottami, le macerie, l’abbandono e il degrado di un patrimonio meraviglioso ma che è stato drammaticamente sfruttato e consumato. Veramente vogliono dirsi favorevoli a correre un rischio del genere?

Dunque, per essere chiari: se le cose non cambiano, prima o poi le montagne alle quali essi dicono (e credono) di tenere così tanto ma delle quali non vogliono vedere le reali criticità “franeranno” loro in testa. Non si sa quando e con che modalità ma tutto dice che accadrà, se non si interverrà concretamente e rapidamente affinché non avvenga. Poi però, nel caso, non vengano a piangere sul latte da essi stessi versato, scegliendo di non salvaguardare il loro futuro. Non è per fare del facile catastrofismo o gli uccelli del malaugurio: vorrei solo che gli abitanti dei territori in questione capissero che il loro destino non può essere sottoposto a variabili, rischi, pericoli così elevati per il solo tornaconto di qualcuno ma viceversa va sostenuto, curato, garantito per il benessere di tutti – abitanti e lavoratori stanziali, villeggianti stagionali, turisti più o meno occasionali. D’altro canto in concreto la montagna, prima ancora che vette valli prati boschi torrenti eccetera, è la gente che la abita e la vive: in assenza di un’autentica cura e di altrettanta tutela, dei suoi versanti ne può franare qualcuno, della loro comunità crollerà tutto quanto.

La neve artificiale è bella! Oppure no?

In questi giorni circola sulle pagine social di molti comprensori sciistici (vedi sopra, tra i tanti che si possono trovare sul web) un post, che altrove è un vero e proprio “spot”, con il quale si esalta l’innevamento programmato (cioè la neve tecnica, più comunemente definita neve artificiale), ma che a ben vedere appare come un tentativo piuttosto maldestro di giustificare in chiave ecologica una pratica meramente economica dagli impatti ambientali inequivocabili. Una sorta di green washing in salsa sciistica, in buona sostanza. Be’, sarebbe molto più onesto e in fondo ammissibile, da parte dei comprensori sciistici, se piuttosto di spendere tante belle parole nel tentativo di giustificare l’ingiustificabile dicessero chiaramente: cari amici, sciatori e non, se non avessimo la neve artificiale con tutti i suoi impianti saremmo nella m**da e falliremmo in breve tempo. Amen.

Sarebbe più onesto e onorevole, appunto. Poi si potrebbe essere d’accordo o meno, ma almeno verrebbe evitata l’ipocrisia di fondo che invece traspare da certe dichiarazioni pubbliche come quella qui disquisita.

Ma, a tale proposito: analizziamo quel post dei comprensori sciistici con un poco più di attenzione.

Lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale. Un settore che comprende 400 aziende, genera 1,5 miliardi di fatturato, 2,2 miliardi di immobilizzi e impiega 15.000 persone di cui un terzo a tempo indeterminato. Un settore che ha un indotto – ristorazione, attività ricettive, maestri di sci, negozi, noleggi, etc. – che moltiplica questo fatturato per 10 volte e i lavoratori coinvolti per 5.

Be’, questi sono dati che di frequente vengono esaltati dai comprensori sciistici, ma dei quali mai viene comunicata la fonte e/o il sistema di calcolo. Ciò non significa che non siano veritieri, tuttavia comporta che presentati in questo modo non dimostrano nulla, per giunta risultando contraddittori rispetto alla realtà socioeconomica effettiva di molti territori montani sciistici. Inoltre: siamo sicuri che veramente lo sci alpino è il volano dell’intera economia turistica montana invernale? Le analisi sui flussi turistici montani dicono cose molto diverse, in realtà.

Per fare neve:
– si usa solo acqua, aria ed energia elettrica;
– l’acqua viene prelevata tra novembre e dicembre e viene reimmessa poi nell’ambiente a fine stagione, a primavera, quando anche l’agricoltura ne ha più necessità;
– l’innevamento programmato ha vissuto negli ultimi anni uno sviluppo tecnologico costante che ne ha migliorato l’efficienza: oggi, a parità di acqua ed energia utilizzati, si produce quasi 10 volte la quantità di neve che si produceva 10 anni fa. E se ne produce solo la quantità minima necessaria.

Queste affermazioni sono effettive ma non obiettive. È vero che non vi sono più additivi chimici negli impianti come un tempo poteva succedere, ma sostenere che prelevare acqua a novembre e renderla a primavera non sia un danno è falsissimo: innanzi tutto comunque si toglie acqua al bilancio naturale del reticolo idrico locale del quale la popolazione usufruisce, e di norma nelle Alpi i mesi tra novembre e febbraio sono quelli con meno precipitazioni (clic) su base annuale, inoltre i cicli vegetativi naturali certamente rallentano nel periodo freddo ma non è che per questo non abbisogno di acqua per mantenersi stabili (qui trovate un’altra utile fonte al riguardo). D’altro canto l’agricoltura ai piedi delle montagne inizia in molti casi i cicli di irrigazione ben prima della fine stagione sciistica. Non solo: a differenza di quella naturale la neve artificiale induce modifiche chimico-fisiche nei terreni innevati, soprattutto in forza della maggiore densità, modificando di conseguenza anche le peculiarità vegetative di quei terreni: una mutazione che allo sciatore non interessa ma a chi fruisce dei prati/piste da sci per l’attività agricola deve interessare molto. È vero che gli impianti di innevamento più recenti sono più efficienti rispetto al passato, ma ciò non significa che non siano comunque pesantemente energivori, posto poi che la «quantità minima necessaria» di neve da sparare sulle piste con gli anni va sempre aumentando, al pari di quella complessiva nel corso dell’intera stagione, perché con il cambiamento climatico diminuisce sempre più la neve naturale, sia in termini di quantità che di durata al suolo. E con quali costi esorbitanti poi si produce oggi la neve artificiale? La risposta la trovare in buona parte negli aumenti costanti dei prezzi degli skipass!

Gli impianti di risalita:
– sono ecologici, usano trazione elettrica;
– non sono invasivi: se dopo qualche decennio di servizio si decide per qualsiasi ragione di chiuderli, il bosco in pochi anni riconquista naturalmente quello spazio;
– rappresentano un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo, diminuendo drasticamente il traffico automobilistico, anche nella stagione estiva, per raggiungere le alte vie e programmare passeggiate, escursioni, scalate;
– rappresentano per i residenti, turisti e visitatori un concreto miglioramento infrastrutturale per limitare importanti flussi di traffico su gomma.

Anche qui, attraverso affermazioni reali ma rese funzionali a scopi particolari – ovviamente quelli degli impiantisti -, si cerca di giustificare l’attività sciistica con elementi oggettivamente marginali rispetto alla stessa e al suo impatto concreto nei territori, se non fuorvianti. Perché è sostanzialmente vero quello che viene dichiarato, tuttavia l’ecologicità e l’invasività degli impianti di risalita non si misura solo con il tipo di energia utilizzata, ma per come viene prodotta, sull’impatto ambientale nel territorio dell’infrastruttura, su quello visivo e sonoro nel paesaggio, su eventuali forme di inquinamento locale e del suolo derivanti dall’attività dell’impianto, dalle necessità manutentive… insomma, non si può farla troppo semplice. E quante centinaia di rottami di impianti non più attivi sono sparsi sulle montagne italiane che nessuno ha cura di smantellare bonificando di conseguenza il terreno coinvolto? Proseguiamo: che rappresentino un reale e concreto servizio di mobilità intervallivo che diminuisce il traffico automobilistico e limita importanti flussi di traffico su gomma è effettivamente una delle maggiori potenzialità degli impianti di risalita nei periodi non sciistici. Ma in quanti casi ciò avviene veramente? Quanti sono i territori che realmente potrebbero sfruttare tale potenzialità? E quanti di quelli che la potrebbero sfruttare la incentivano come dovrebbero in un’ottica veramente funzionale alla diminuzione del traffico automobilistico? L’unico territorio delle Alpi italiane nel quale la potenzialità degli impianti di risalita alternativi al traffico automobilistico risulta considerabilmente sfruttabile è quello delle Dolomiti: tuttavia, al netto di alcune iniziative certamente virtuose ma occasionali (come la chiusura in alcune giornate dei passi dolomitici) e di molte belle parole, non sembra che ci sia una reale volontà di sostituire le auto con le funivie e le telecabine, anzi.

Insomma, quelli dei comprensori sciistici sono un post e uno spot sostanzialmente poco credibili, oltre che piuttosto ipocriti.

Attenzione: con ciò non si vuole dar contro “dritti per dritti” all’industria dello sci, che è legittimata a fare ciò crede per salvaguardare il proprio business fino a che le sue azioni non vadano oltre la sostenibilità, in senso generale e non solo ambientale, che i territori montani dove operano possono sopportare e ammettere. Ma molta parte del marketing elaborato e messo in circolazione negli ultimi tempi dall’industria dello sci si è rivelato e si rivela così poco onesto, obiettivo e così spesso subdolo da minare la credibilità non solo del comparto turistico invernale ma della stessa realtà montana nel suo complesso. Un comparto che ad oggi resta indiscutibilmente fondamentale – anche per oggettiva mancanza di alternative turistiche e relative progettualità – per molti territori montani, ma che per questo non può e non deve esimersi dal risultare il più sostenibile possibile, e in qualsiasi modo il termine trova un senso (vero, non blaterato come spesso accade), nei riguardi delle montagne dove opera, delle comunità che le abitano, delle molteplici valenze storico-culturali che le caratterizza, dei loro paesaggi e dell’ecosistema generale che dà loro vitalità. Ecco, da questo ineludibile punto di vista, a mio parere, l’innevamento programmato può essere qualcosa di funzionale a certi obiettivi economici locali ma non si può considerare un’attività ecologica – e si noti che il termine indica lo studio e la gestione equilibrata della “casa comune”: dal greco oikos (dal quale viene eco-) che significa casa, appunto, e anche ambiente. Dunque, affermare come sto facendo che l’innevamento programmato non si può considerare un’attività ecologica significa anche che non lo è nemmeno a beneficio di chi abita la “casa comune” e “l’ambiente”, dunque delle comunità che abitano le montagne sciistiche.

A meno di voler far credere e giustificare ciò che non è credibile né giustificabile, già.

L’unica via percorribile verso il futuro, per le località dove si scia(va)

Se da un lato un ente scientifico inappuntabile come MeteoSvizzera certifica che anche quest’anno il trend a temperature stagionali oltre la norma si è confermato di nuovo, portando a quello che sarà uno degli inverni fra i più caldi registrati (e le intense nevicate di questi giorni non sono affatto un fenomeno che smentisce il trend climatico in corso, anzi, paradossalmente lo conferma), dall’altro lato l’Osservatorio Turismo di Confcommercio rileva che, a causa delle condizioni dell’innevamento che rappresentano un’incognita sempre più rilevante e difficile da controllare, in montagna d’inverno si fanno avanti nuove tendenze: per il 62% dei turisti ferie brevi e solo uno su tre farà sport.

Questa situazione ormai incontrovertibile rende sempre più evidente e necessaria, nelle località turistiche invernali fino a oggi vocate allo sci, la transizione verso forme di frequentazione ben più consone alla realtà in divenire e logiche rispetto ai rispettivi contesti territoriali. Ciò non significa che non si debba più sciare ma che, inevitabilmente, lo si possa fare in quei comprensori dotati di una geografia favorevole e capaci di implementare la propria sostenibilità sia in senso ecologico (dunque anche ambientale) che economico (dunque anche sociale), mentre gli altri comprensori devono e dovranno saper elaborare un’offerta turistica non più sciistica e mirata tanto ad attività adeguate alle proprie peculiarità territoriali quanto a ciò che, come rilevato (e non da oggi), risultano le nuove tendenze richieste da quel pubblico che ormai ha capito che non sia più il caso di sciare (con quello che oggi costa, per giunta) e tuttavia vuole continuare a frequentare le montagne.

[Foto di G.C. da Pixabay.]
In tal senso, dunque, non si tratta solo di una questione meramente legata alla sopravvivenza delle attività commerciali attive nelle località turistiche montane ma, a monte, di un tema culturale in ottica turistica: ovvero di mantenere vivo un turismo, non solo invernale, che risulti non più impattante e degradante com’è ancora oggi ma idoneo al contesto montano e parimenti in grado di assicurare ai luoghi un importante sostegno economico, non più univoco, discriminatorio e monoculturale come accadeva prima (e come è stato lo sci alpino fino a oggi) ma inserito in una visione di sviluppo territoriale ben più ampia e articolata, ciò anche per salvaguardarne beneficamente la parte umana che sui monti vive, da autoctono o da neomontanaro, e lavora, tanto nel settore turistico quanto nell’indotto oppure altrove.

Questa io credo sia l’unica via che quelle località la cui natura sciistica risulti viepiù insostenibile hanno da percorrere per “salvarsi” o, se preferite, per elaborare la più adeguata resilienza attuale e futura. Non vedo alternative se non molto più rischiose, irrazionali e deleterie, francamente.

Fare cose belle e buone, in montagna: in Valle Maira e nelle Valli di Lanzo (Piemonte)

(⇒ Articolo originale pubblicato su “L’AltraMontagna“: lo trovate cliccando sull’immagine qui sotto.)

Sono già numerosi i frequentatori delle montagne che conoscono e apprezzano la dimensione turistica della Valle Maira, un luogo che a differenza di altre regioni alpine ha scelto da tempo di puntare sul turismo sostenibile nelle sue varie forme contemporanee. Questo anche perché – come si legge nel sito del Consorzio Turistico locale, la Valle Maira «è riuscita a preservarsi dal cemento e da pratiche che feriscono la montagna, come gli impianti di risalita. Libera, verde e incontaminata, attira un turismo slow, a passo lento, e gli amanti dell’outdoor che desiderano scoprire paradisi nascosti. La maggior parte delle strutture ricettive sono antiche borgate o case, ristrutturate nel rispetto dell’architettura della Valle, in maniera sostenibile. Spesso chi sceglie la Valle Maira lo fa anche perché alla ricerca di una vacanza a basso impatto». Una gestione turistica ammirevole, inutile rimarcarlo.

[La Val d’Ala, nelle valli di Lanzo vista dai pressi del Rifugio Gastaldi. Foto di Toma15996, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Più a nord, anche le Valli di Lanzo hanno intrapreso un simile percorso di gestione turistica sostenibile. In particolare, il Consorzio Operatori Turistici raduna differenti tipologie di operatori (albergatori, ristoratori, agriturismi, aziende agricole, operatori dei servizi turistici e sportivi) con l’obiettivo di sviluppare l’offerta turistica delle Valli di Lanzo, Ceronda e Casternone, di migliorare la qualità dell’accoglienza ed incrementare la possibilità di fruizione del territorio, nel rispetto dell’identità culturale e delle risorse naturalistiche delle Valli, nella convinzione che le proprie iniziative possano portare una rinnovata attenzione verso le valli stesse ed una crescita dei flussi turistici a livello locale.

E sono proprio le due realtà sovracitate, nelle figure del Consorzio Operatori Turistici Valli di Lanzo e il Consorzio Operatori Turistici Val Maira che, al motto di «Territori diversi, obiettivi comuni» si sono unite nella Società Consortile a responsabilità limitata Valli Lanzo & Maira, la prima di questo genere in Piemonte – e, credo di poter dire, più unica che rara nell’intera cerchia delle Alpi italiane.

[L’altopiano della Gardetta in alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
[Veduta invernale del Pian della Mussa in Val d’Ala, Valli di Lanzo. Foto di Davide Tomatis, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Quella che la Valle Maira e le Valli di Lanzo hanno voluto e saputo costruire è un’importante ed esemplare sinergia: un modello di collaborazione e cooperazione significativo per diversi aspetti, primo tra tutti il cambio di paradigma nei riguardi della frequentazione turistica delle montagne nel presente e nei prossimi anni, sotteso dai suoi obiettivi. Si tratta di un’evoluzione che non solo commerciale ma anche politica, amministrativa, economica e, soprattutto, culturale. Inoltre, sottolineiamo che ad allearsi non sono due territori contigui ma, anzi, relativamente distanti e separati da un’ampia parte delle Alpi piemontesi, quella più sfruttata dall’industria turistica “pesante” (la Val Susa, per intenderci) che in questo modo si ritrova a confrontarsi con una alternativa turistica più consona alla realtà montana presente e futuraLa società neo-costituita tra le due valli piemontesi e la sua missione rappresentano un modello pronto per essere imitato in numerosi altri contesti della montagna italiana, soprattutto in quelli ancora legati alla vecchia monocultura dello sci da discesa e della quale, forse, vorrebbero svincolarsi, puntando su un turismo diverso, senza sapere come farlo e con quale modus operandi. Un modello, questo, che per la sua novità e le caratteristiche che presenta si fa da subito esperienza da conoscere, studiare, analizzare e, appunto, per quanto possibile imitare.

[La chiesa di San Peyre di Stroppo e l’alta Valle Maira. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Consorzio Valle Maira.]
Per saperne di più, leggete l’articolo completo (con alcune immagini assai significative delle Valli Maira e di Lanzo) su “L’AltraMontagna“, qui.

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna delle quali ho scritto qui sul blog:

Corsi di (de)formazione turistica

Vagando sul web mi è caduto l’occhio sulla locandina sopra pubblicata (vi ho coperto i riferimenti diretti agli organizzatori per evitare sterili polemiche, in ogni caso non si tratta certo di un caso isolato), e ne sono rimasto parecchio sconcertato. È dello scorso anno, mica del 1982, eppure, nonostante tutto quanto si sta disquisendo da tempo intorno alla necessità ormai ineludibile di cambiare i paradigmi sui quali si basa il turismo di oggi, alla sua sostenibilità ambientale e territoriale, alla qualità delle proposte rispetto alla quantità, all’overtourism eccetera, ancora si tengono “corsi” nei quali viene insegnato a come asservire un territorio e la sua comunità agli indiscutibili desideri del turista e alla sua soddisfazione? Non vi sono cenni, a quanto pare – altrimenti lo avrebbero scritto tra i contenuti, mi viene da pensare – a un’analisi dei desideri e della soddisfazione dei residenti, a come generare un equilibrio tra esigenze degli abitanti e dei turisti, a come rendere la risorsa economica turistica un valore aggiunto per il benessere autentico del territorio e non viceversa. O, quanto meno, a come consapevolizzare i turisti rispetto al territorio così da elaborare desideri consoni ad esso, sostenibili e realmente in grado di apportare soddisfazione per chiunque: turisti, residenti, soggetti economici e culturali… Niente di tutto ciò, all’apparenza: come fossero, quelli che hanno organizzato il corso, fermi agli anni Ottanta del secolo scorso, appunto, quando si sono generate certe fenomenologie la cui dannosità oggi è ormai acclarata.

La domanda da porsi non è «Cosa vuole il turista oggi?» ma «Di quale turista ha bisogno il territorio oggi?» ovvero quale turismo possa essere in tutto e per tutto consono e equilibrato per il luogo e per il bene della sua comunità, e come svilupparlo al meglio e con la partecipazione attiva della stessa comunità residente, non più mera spettatrice ma protagonista attiva di quello sviluppo. Un bene comune che poi diventa un forte e attrattivo valore aggiunto proprio per la qualità dell’offerta turistica e per la soddisfazione autentica – perché reciproca con il luogo e dunque compiuta – del turista.

In questi termini sì quel corso sarebbe stato di autentica “formazione”: spero che sia andata veramente così e che invece non si sia rivelato un corso di deformazione turistica, ecco.