Una cartolina dal Grand Golliat

Quando da ragazzino, passando i pomeriggi a sfogliare mappe geografiche e libri di montagna e così ritrovandomi davanti il Grand Golliat, oronimo accompagnato da fotografie assai suggestive della sua notevole mole rocciosa, subito la fantasia mi generava nella mente l’immagine di una mitologica creatura ciclopica che qualche incantesimo avesse trasformato in monte, così celandone le enormi membra ma al contempo mantenendone il nome che a chiunque, per facile assonanza, verrebbe da associare al più famoso gigante della storia, Golia. D’altro canto, un toponimo all’apparenza così particolare, “Grand Golliat”, non stonerebbe nemmeno sul fianco di una potente nave da battaglia oppure, per restare in ambiti più o meno adolescenziali, come nome di una paurosa creatura spaziale battagliante contro qualche robottone da manga nipponico – tipo Goldrake, per dire. Di certo farebbe pensare a una montagna enorme, impressionante, tra le più alte in assoluto.

In verità la montagna è imponente ma non così elevata, raggiungendo “solo” i 3238 m, e trovandosi in fondo alla Val Ferret (italiana, ma anche di quella omonima svizzera sul versante opposto) al cospetto del Monte Bianco e dei suoi satelliti nordorientali, il Grand Golliat appare inesorabilmente subalterno a quelle ben più elevate e importanti vette. Forse è anche per questo, viene da ironizzare, che un pur tanto affascinante toponimo non rimanda affatto al Golia biblico (Goliath, sia in francese che in inglese) bensì, molto meno suggestivamente, alle parole goille in patois valdostano o gouille in francese valdostano, che indicano una pozza d’acqua o un piccolo laghetto – in effetti presente alla base della parete est, alimentato soprattutto dalla fusione nivale estiva, sul fondo di una conca un tempo occupata da un ghiacciaio (il Glacier des Bosses) ormai ridotto a piccoli brandelli nevosi.

Nessun gigante mitologico trasformato in montagna, dunque: ma il Grand Golliat resta comunque una vetta tra le più belle di quel settore delle Alpi, ben più rinomata se non avesse vicino i numerosi quattromila del Monte Bianco; un elemento fondamentale di un paesaggio montano alquanto selvaggio e altrettanto affascinante, almeno quanto il suo singolare toponimo.

Cose ben fatte, sui monti

[Moiola (Cuneo), Lou Estela, recupero di un secou (essicatoio) risalente al 1871. Architetti Dario Castellino, Valeria Cottino, 2021; progetto presente nella mostra sotto presentata. Immagine tratta da area-arch.it, ©Fabio Oggero; cliccate qui per leggere l’articolo dal quale è tratta.]
Quando quelli come me si prendono la briga (meditata ma troppo schietta, forse più che coraggiosa) di valutare criticamente certe infrastrutture realizzate in montagna, sovente per meri scopi turistico-ricreativi, pur nella loro palese insensatezza culturale e perniciosità ambientale, molte menti leggere sovente ribattono con l’accusa che «ah, fosse per voi non si può e non si deve fare nulla, in montagna!». Un’imputazione quanto mai superficiale perché preconcetta, immotivata, incoerente che di contro denota la carenza di giustificazioni ragionevoli e la scarsa consapevolezza culturale di costoro nei riguardi di ciò che sostengono. Giammai ad essi sorge il dubbio che, se si mettono in evidenza certe insensate brutture che si realizzano sui nostri monti, è perché la cosa è tanto palese e perché d’altro canto le cose sensate, belle e ben fatte sono così in armonia con i luoghi ove vengono realizzate che suscitano molta meno attenzione. In effetti da questo punto di vista è una deprecabile colpa di quelli come me, quella di non mettere in consona evidenza le cose ben fatte, almeno in modo paritetico alla denuncia di quelle malfatte e anche per rendere ancora più opinabili queste seconde. Bisogna rimediare e personalmente mi impegnerò a tale scopo, senza dubbio (ma ci sarebbe molto più da dire, al riguardo: magari lo farò, prossimamente).

A tal proposito, per fortuna in queste settimane ci viene in aiuto una bella mostra allestita al Centro Saint-Bénin di Aosta: Architetture contemporanee sulle Alpi occidentali italiane, proposta dalla Fondazione Courmayeur Mont Blanc con l’Ordine Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Valle d’Aosta e realizzata dal Centro di Ricerca «Istituto di Architettura montana» del Politecnico di Torino.

L’esposizione, a cura di Antonio De Rossi e Roberto Dini, presenta le tavole progettuali di più di cinquanta edifici realizzati nei territori montani di Valle d’Aosta e Piemonte. Si tratta di opere in cui la qualità dell’organizzazione dello spazio si intreccia ai processi di sviluppo locale e alla diffusione di pratiche abitative innovative. I progetti illustrati mostrano come, innanzi tutto in Valle d’Aosta ma a segnalare una tendenza in atto un po’ ovunque sulle montagne italiane, si stia sviluppando una metamorfosi culturale in cui l’architettura e la pianificazione del paesaggio tornano a giocare un ruolo strategico per una nuova abitabilità del territorio montano. Una trasformazione che vede sia i progettisti uscire dalla dimensione della mera autorialità per farsi traduttori di istanze complesse da costruire collettivamente, sia le comunità e le committenze riscoprire l’importanza del progetto di qualità.

La mostra, la cui visita è da me caldamente consigliata per chiunque sia curioso di capire meglio il presente e soprattutto il futuro delle nostre montagne, è a ingresso gratuito e sarà aperta al pubblico fino al 13 febbraio 2022. Orario di apertura: martedì-domenica, dalle 10 alle 13 e dalle 14 alle 18. Cliccate sull’immagine della locandina lì sopra per avere maggiori informazioni sulla mostra e su come visitarla.

La montagna che “crolla”

Il disfacimento dei ghiacciai montani, sulle Alpi come su qualsiasi altra catena montuosa del mondo, ogni tanto sale agli onori della cronaca nelle disquisizioni sui cambiamenti climatici oppure, più raramente, in circostanze eclatanti come quella del Ghiacciaio di Planpincieux (cliccate sull’immagine per leggere l’articolo al riguardo de “La Stampa”). Tuttavia, nonostante il tema “caldo” (è il caso di dirlo!) del riscaldamento globale, è una notizia che viene sempre letta dai più come qualcosa di “suggestivo”, di pittoresco mi viene da dire: una massa di ghiaccio che sta per franare da una montagna e finire a valle e «wow!» – chissà che “spettacolo” sarà quando verrà giù, chissà quanti video, nel caso, gireranno sul web… Ecco, e poi finisce tutto lì.

In verità, quello che ancora si capisce molto poco, anche perché gli organi di informazione non approfondiscono mai le notizie come a volte dovrebbero e potrebbero, è che il disfacimento dei ghiacciai alpini (dacché il fenomeno è a livello globale, come già osservato, ma per molti aspetti è sulle Alpi che assume maggiore evidenza, in primis per la maggior presenza e pressione antropica sul territorio alpino) non comporta solo un guasto alla bellezza del paesaggio d’alta quota e dei relativi panorami, a breve pressoché privati di una delle loro componenti fondamentale e più “montane”, le nevi eterne, ancora così presenti nell’immaginario collettivo alpino di matrice più o meno turistica, ma ancor più comporta un profondo mutamento della percezione del territorio abitato e della relativa concezione del paesaggio, con conseguente alterazione della relazione tra l’uomo e i luoghi abitati. In parole povere: un territorio e un paesaggio che sono rimasti più o meno immutati per secoli, e che su tale loro essenza geomorfologica hanno generato la propria identità di luogo, di dimensione culturale e influenzato la relazione delle genti che li hanno abitati e li abitano, in breve tempo subiscono una modificazione così profonda e alterante da cambiare la percezione di essi negli occhi di chi li osserva, così cambiando inevitabilmente il rapporto antropologico di chi vi interagisca, sia come abitante sul lungo periodo che come visitatore nel breve.

Immaginatevi un luogo con cui avete un legame particolare, ad esempio un albergo nel quale avete passato per tanti anni vacanze bellissime e per questo vi siete affezionati: un bel giorno vi ritornate e lo trovate sempre lì dove è ubicato da sempre e più o meno uguale ma il terrazzone dove prendevate il Sole non c’è più, la sala da pranzo è totalmente diversa, le camere hanno un arredamento differente… L’albergo è sempre quello, il nome è lo stesso ma vi verrà difficile riconoscerlo come lo riconoscevate prima, per come vi identificavate in esso e per come ogni suo angolo vi suscitava piacevoli ricordi, memorie, aneddoti che vorreste nuovamente rivivere ma ora no, è impossibile: troppi cambiamenti da come era prima.

Ecco: senza voler troppo superficializzare o banalizzare la questione, il succo è più o meno questo.

E senza tener conto di tutte le altre innumerevoli conseguenze, spesso più materiali, derivanti dalla sparizione dei ghiacciai alpini: dalla diminuzione delle risorse idriche, ad uso domestico o per la produzione idroelettrica, ai danni all’industria turistica, dal dissesto idrogeologico all’aggravamento ancor più intenso del riscaldamento climatico, senza più i “freezer” d’alta quota sulle vette, eccetera. Non è solo un ghiacciaio che precipita a valle, dunque; non solo dei giganteschi seracchi che crollano (ma se va bene senza fare troppi danni a cose e persone), ma in realtà un paesaggio intero che crolla nelle sue “certezze” geografiche, geomorfologiche, naturalistiche, ambientali, antropologiche fino ad oggi “acclarate” e accettate. Un danno che va ben oltre quello idrogeologico e diviene pienamente storico-culturale, anche perché non più recuperabile se non entro qualche secolo e solo con un (ora utopistico) raffreddamento del clima.

Quella abitata dall’uomo ma senza più ghiacciai sarà una montagna inesorabilmente diversa, certamente peggiore dal punto di vista paesaggistico e ambientale, verso la quale i modus vivendi resilienti – e in necessaria costante mutazione – diverranno la norma, rendendo superata ovvero fuori luogo ogni stanzialità antropica per come si è manifestata fino a oggi, sia essa meramente residenziale e sussistenziale, sia funzionale alla fruizione turistico-commerciale (o comunque utilitaristica) dei monti. La montagna d’una volta, insieme ai ghiacciai, per molti aspetti sparirà; e chissà come noi e le future generazione reagiremo nel concreto, materialmente e immaterialmente, a questa drammatica perdita.

Carlo Mollino sul Monte Bianco, o quasi

Carlo Mollino, uno dei personaggi italiani più eclettici ed affascinanti del Novecento, fu fotografo designer, scrittore, pilota di auto da corsa, alpinista, sciatore… e grande architetto, come rivela in modo approfondito e coinvolgente l’ultimo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale vi ho già parlato più volte (e che sto leggendo proprio in questi giorni). Ma Mollino fu anche un bravo e temerario aviatore: e dove dunque poter presentare un libro ad egli dedicato se non per aria, unendo magari a ciò il volare sopra le montagne ma il tutto senza utilizzare un aereo? Semplice: salendo a bordo di una funivia!

Così sabato prossimo 31 agosto, a bordo della funivia SkyWay di Courmayeur, Luciano Bolzoni in dialogo con Roberto Mantovani presenterà Carlo Mollino. Architetto: un evento inserito nel calendario de “Le letture a 3466 metri” promosso da SkyWay Monte Bianco e Librerie Feltrinelli ma che porta la preziosa e fondamentale firma di ALPES.
Con tutto ciò, potrebbe essere una presentazione letteraria più spettacolare e imperdibile di così?
(Spoiler: no!)

N.B.: cliccate sulle varie immagini per visionarle in un formato più grande e leggibile.

Quando le Alpi da cerniera tra i popoli diventano barriera

Le Alpi si trasformano nel ventesimo secolo in modo definitivo; il mutamento porterà una rapida quanto indelebile alterazione sociale e quindi formale dell’assetto dei villaggi, divenuti i protagonisti di un tempo insolitamente breve; le Alpi e i suoi villaggi in quota da elemento cerniera tra i popoli si trasformano in una barriera posta fisicamente tra la città e la montagna, una sorta di realtà di frontiera che ha dato vita a due mondi assolutamente contrapposti di vivere in quota e dove il cittadino dell’altra sfera entra a forza in questo mondo separato, sul quale viene gettato uno sguardo ammirato e al tempo stesso compassionevole.

(Luciano Bolzoni, Abitare molto in alto. Le Alpi e l’architettura, Priuli & Verlucca, 2009, pag.22.)

N.B.: approfitto di questa citazione tratta da Abitare molto in alto, del quale ho dissertato qui, per dirvi che, in occasione dell’uscita del nuovo libro di Luciano Bolzoni, Carlo Mollino. Architetto, del quale invece vi ho detto qui, ALPES (di cui Bolzoni è direttore culturale) propone un illuminante percorso di lettura e di esplorazione della realtà antropica e architettonica delle Alpi moderne e contemporanee che include anche Destinazione Paradiso. Lo Sporthotel della Val Martello di Gio Ponti, pubblicato nel 2015, altro notevole testo al riguardo: il tutto al prezzo dedicato di 35,00 euro + spese di spedizione. Un’occasione da non perdere – in primis perché realmente illuminante, lo ribadisco, e per questo assolutamente importante.
Per informazioni e acquisti potete scrivere a info@alpesorg.com.

(Nell’immagine in testa al post: “batteria” di ecomostri al Passo del Tonale, a oltre 1800 m di quota.)