[Il gruppo del Gran Paradiso da Pian Borgnoz, Valsavarenche. Foto di Fulvio Spada, CC BY-SA 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]Spesso sul web o sui magazine di costume si vedono immagini di influencer e personaggi pubblici più o meno famosi in località di montagna, e facilmente qualche tempo dopo si legge del “boom” di turisti-follower in quelle località generato dalle immagini diffuse. Il marketing turistico nell’era dei social media funziona anche così, nel bene e nel male.
Ma l’idea di portare qualcuno di particolare – e particolarmente “attraente” – in vetta alle montagne per lanciarne la frequentazione turistica non è affatto nuova. Quasi un secolo fa vi fu un “influencer” montano ante litteram la cui presenza ad alta quota ebbe un gran successo. Solo che non si trattava di una/un influencer come quelle/i di oggi: inevitabilmente, visto che non era nemmeno umano.
Nel luglio del 1931 infatti, Joseph-Marie Henry, più noto come l’abbé Henry, eclettico – e anche un po’ eccentrico – prete-alpinista valdostano, gran cultore delle montagne della sua valle (al punto che oggi la piazza centrale di Courmayeur gli è intitolata e sfoggia una statua bronzea che lo celebra), per dimostrare ai villeggianti i quali già ai tempi affollavano la Valsavaranche che l’ascesa al Gran Paradiso – tanto agognata quanto temuta da molti di quelli – non era affatto proibitiva, decise di affrontarla portandosi appresso un asino chiamato Cagliostro, proprio come il conte-avventuriero settecentesco.
[Quello a sinistra è il vero abbé Henry, quello a destra invece non è il vero Cagliostro, ovviamente!]I due, insieme a tale Signor Dayné, partirono alle 3 della notte dal Rifugio Vittorio Emanuele e, dopo aver adeguatamente ramponato Cagliostro per permettergli di percorrere il ghiacciaio, giunsero in vetta a mezzogiorno. Così l’abbé Henry registrò le reazioni di Cagliostro al riguardo:
Dopo qualche minuto, Cagliostro alzando la testa guardò, da sopra la cresta, lo spaventoso abisso che si apre sull’altro versante, quello di Cogne. Poi pieno di gioia e di legittimo orgoglio, lanciò un formidabile jodel che fece tremare dalle fondamenta, i massi sconnessi ed ammonticchiati della cima.
È lecito chiedersi se, con quello «jodel» ragliato, Cagliostro volle veramente rimarcare la propria felicità per la notevole impresa compiuta oppure lamentarsi della faticaccia sopportata suo malgrado per arrivare a oltre 4000 metri di quota. Fatto sta che il successo della bizzarra cordata effettivamente diede un grande impulso al turismo nella zona di Valsavarenche e attirò sul Gran Paradiso l’attenzione di molti appassionati di alpinismo i quali decisero di cimentarsi con una salita certificata ormai come “facile”: se persino un asino era riuscito a raggiungere la vetta, come avrebbe potuto non riuscirvi un umano ben equipaggiato?
In buona sostanza, all’asino Cagliostro quasi un secolo fa riuscì esattamente quello che suscitano molti influencer contemporanei che si fanno fotografare qui e là sulle montagne e poi postano le immagini sulle proprie pagine social a beneficio dei followers. Già.
Questo, ovviamente, non significa che si debbano intessere paragoni e analogie tra Cagliostro e quegli influencer. Be’… non sempre, almeno.
(Articolo pubblicato in origine su “L’AltraMontagna” il 04 luglio 2024.)
È ormai una realtà palese a chiunque che la carenza di neve sempre più marcata, nei mesi invernali (quest’anno ha nevicato parecchio ma ormai in primavera, quando la stagione turistica era quasi del tutto “andata”) e l’aumento incessante delle temperature medie, che limita molto anche la possibilità di produzione di neve artificiale, sta letteralmente togliendo la terra da sotto i piedi dell’industria dello sci, rendendo il suo equilibrio di stagione in stagione sempre più precario.
Ma c’è un altro fattore che rischia di influire non poco sul futuro dello sci, almeno per come lo si è inteso fino a oggi cioè la principale attività ludico-ricreativa di massa praticata sulle montagne, e addirittura potrebbe determinare effetti deleteri ancora più rapidi di quelli causati dalla crisi climatica: è il fattore economico-sociale. La possibilità del cittadino medio di spendere soldi per praticare lo sci e alimentarne il comparto turistico, in parole povere.
Da tempo ormai si osserva che nel nostro paese il potere d’acquisto delle persone va sempre più scemando: al proposito, nei giorni scorsi, in relazione alla stagione turistica estiva ormai avviata, sulla stampa si leggevache 6,5 milioni gli italiani quest’anno non andranno in vacanza e, fra loro, ben 3,7 milioni hanno dichiarato che il motivo della rinuncia è di natura economica; altrove si quantifica in 1000 Euro in cinque anni la diminuzione media del potere di acquisto degli stipendi italiani. Di contro, lo sappiamo tutti bene (purtroppo!), i prezzi di qualsiasi cosa continuano a salire: per certi versi inevitabilmente, visti i costi di produzione in pari aumento, per altri versi deprecabilmente, in forza di una diffusa spinta speculativa che da dopo il Covid ha spostato parecchio i prezzi verso l’alto.
Dunque, nel caso specifico del turismo invernale – da analizzare più di altri in quanto assolutamente significativo nell’ambito della montagna, sia per il peso economico generale e sia per quanto il suo andamento rifletta emblematicamente quello del mercato, non solo turistico – sciare costa sempre di più ma le stazioni sciistiche non possono fare altrimenti per sostenere le proprie spese crescenti necessarie alla gestione dei comprensori.
Per fare un esempio concreto, già lo scorso marzo, a stagione sciistica ancora in corso, il Dolomiti SuperSki, tra i principali comprensori sciistici italiani, ha annunciato per il prossimo inverno 2024/2025 un “adeguamento” dei prezzi degli skipass tra il 3,7 e il 5,2%. Questo dopo alcuni anni di aumento costante, che nella scorsa stagione hanno raggiunto punte del 25% rispetto a quella precedente. Sommando tali aumenti, si va oltre il 30% nei soli quattro anni post-Covid, ai quali vanno aggiunti quelli delle strutture ricettive, delle scuole di sci, dell’attrezzatura, dell’abbigliamento… Insomma, se all’inizio della stagione scorsa la spesa media per una settimana bianca era quantificata tra i 1.500 e i 1.750 Euro a testa – e quella di una sola giornata sugli sci per una famiglia ben oltre i 300 Euro, anche fino a 500 Euro – e se consideriamo il dato media prima citato dei 1000 Euro in meno di potere d’acquisto degli stipendi italiani, è facilmente intuibile che lo sci sia in preda pure a una grave questione economica e sociale, appunto, almeno se osservato nella dimensione che l’ha caratterizzato fino a oggi, un’attività di massa, che è poi quella che ha fatto la sua fortuna (almeno fino a che la variabile climatica non ha cominciato a sortire i propri effetti).
Posta tale situazione, è ormai cosa risaputa, anche perché pacificamente sostenuta dai gestori delle grandi aree sciistiche, le quali si stanno rapidamente adeguando al riguardo, che lo sci diventerà sempre più un’attività da benestanti se non, riguardo certe località particolarmente lussuose, da ricchi – o tornerà a esserlo come alle sue origini, quando le villeggiature invernali sui monti se le poteva permettere una minima fetta della popolazione. Di contro il mondo di oggi, e la società che lo vive, non è certamente paragonabile a quella di decenni fa e tanto meno del periodo del boom economico; i gestori dei grandi comprensori sciistici non fanno mistero di voler mirare le proprie offerte e i relativi servizi soprattutto a chi possa permettersi di sostenerne i costi sempre maggiori, come per voler bilanciare il calo di sciatori e relativi introiti con l’aumento dei prezzi e la modifica del target commerciale. Percorrendo questa strada, con tutta evidenza si metterà definitivamente la parola fine al periodo dello sci come attività “di massa”: cosa che in Italia lo sci è stato in senso relativo rispetto alla propria storia novecentesca (ringraziando un certo Alberto Tomba e le sue vittorie trasmesse in diretta TV), non certo in modi paragonabili agli sport realmente nazional-popolari come il calcio. D’altro canto molto del business turistico attuale dell’industria dello sci si è sviluppato in quegli anni di boom e ancora oggi per certi aspetti si poggia su quei modelli e sui volumi economici, di presenze e di incassi che garantivano, soprattutto rispetto al tanto celebrato (o famigerato) indotto. Un turismo sciistico mirato a un pubblico con potere di spesa superiore rispetto al passato ma quantitativamente meno cospicuo inevitabilmente costringerà buona parte dell’indotto a adattarsi alle nuove condizioni ovvero, gioco forza, a togliersi dai giochi. È un processo di adattamento verso il quale alcune grandi stazioni sono già portate mentre numerose altre più piccole no, peraltro non essendo in grado di attrarre il citato nuovo pubblico benestante. Certamente potranno diventare le mete predilette – o per meglio dire obbligate – di chi voglia sciare ma non si possa permettere una Cortina o una Zermatt: tuttavia fino a che punto – e fino a quando – sapranno reggersi e risultare economicamente sostenibili, non potendo comunque evitare certi costi di gestione dei comprensori proporzionalmente simili a quelli dei grandi ski resort (come ad esempio i costi dell’innevamento artificiale) e di contro non potendo di certo aumentare eccessivamente, dunque ingiustificatamente, i prezzi dei propri skipass?
[Foto di Hans da Pixabay.]D’altro canto: se pure i grandi comprensori sciistici, che come detto stanno decisamente puntando sul turismo del lusso il quale tuttavia non garantisce un pubblico infinito, peraltro conteso da diverse località al vertice del mercato turistico iper-concorrenziale odierno, si illudessero d’aver trovato la via per resistere anche in futuro nonostante la crisi climatica e le variabili economiche o geopolitiche mentre in realtà stessero per infilarsi (forzatamente, appunto) in un letale cul-de-sac?
Consci di tale realtà, gli impiantisti hanno già rilevato che dal loro punto di vista «non c’è una possibile criticità legata ai costi e non c’è il rischio che la pratica ritorni gradualmente a essere elitaria» ma senza dubbio gli effetti degli aumenti dei prezzi imposti negli ultimi tre/quattro anni potranno essere materialmente accertati solo tra qualche stagione, anche in relazione al divenire della situazione economica generale diffusa. Insomma: che non sia la neve quella che le stazioni sciistiche da qui ai prossimi anni dovranno accertarsi che cada ma i dati e gli utili di bilancio, e non controllare tanto l’ascesa delle temperature quanto quella dei debiti è una possibilità che non sembra affatto campata per aria.
[Foto di Antonio Furingo, opera propria, CC BY-SA 3.0, fonte commons.wikimedia.org.]Il Dente del Gigante, 4014 m, è certamente una delle vette più iconiche del Monte Bianco e tra le più fotografate, essendo proprio di fronte a Punta Helbronner ove giunge la funivia “Skyway” da Courmayeur (e quella francese dall’Aiguille du Midi).
Ma vi siete mai chiesti di quale gigante sarebbe il “dente”?
Il gigante in questione è Gargantua, la figura mitologica inventata nel Cinquecento dallo scrittore francese François Rabelais, protagonista della serie di romanzi La vie de Gargantua et de Pantagruel. La leggenda racconta che il gigante, dopo la sua morte, volle che varie parti del suo corpo fossero disperse in giro per il mondo e, di queste, un suo dente finì tra Valle d’Aosta e Savoia, conficcandosi tra i ghiacci del Monte Bianco e così conferendo il nome alla vetta.
Bisogna tuttavia denotare che il toponimo in uso è relativamente recente: fino al tardo settecento la sommità veniva chiamata Mont Malet o Mallet oppure semplicemente Le Géant, come per segnalare che lassù non si trovasse solo un dente di Gargantua ma l’intero gigante. Oggi invece il nome Mont Mallet identifica una sommità vicina, posta ai margini della Cresta di Rochefort.
Curiosamente, non sarebbe l’unica parte del corpo di Gargantua finita in Valle d’Aosta: infatti, la morena laterale del ghiacciaio della conca di Pila (comune di Gressan) nasconderebbe anche il dito mignolo del piede del gigante. Per questo la zona oggi è tutelata da una riserva natura denominata proprio Côte de Gargantua.
Come spiego con maggior dovizia di particolari qui, in questa serie voglio proporre delle immagini comparative di ghiacciai sui quali fino a qualche tempo fa si praticava lo sci estivo (o si pratica tutt’ora ma in un ambiente totalmente diverso e deteriorato rispetto a prima) che per molti versi ritengo ancor più emblematiche di altre “glaciali” riguardo ciò che sta accadendo sulle nostre montagne in forza del cambiamento climatico in corso. Perché c’è stato un tempo e un clima grazie al quale lassù c’erano piste, impianti, alloggi, migliaia di sciatori, divertimento, godimento – che ciò fosse plausibile o no: ora non c’è più nulla, anzi, c’è proprio un altro luogo rispetto ad allora.
Il Ghiacciaio del Gigante, ad esempio, raggiunto dalle funivie che da Courmayeur salivano al Rifugio Torino e a Punta Helbronner, ove sul Colle omonimo (già in territorio francese ma con impianti italiani) si è sciato fino agli anni Novanta. Ecco com’era tra gli anni Sessanta e Settanta:
Tornando alla montagna vista dal cittadino, la città ha segnato indelebilmente il paesaggio alpino nella memoria collettiva, che ha captato l’idillio dell’alpe e se lo è portato in città mediante una sovrapposizione al tessuto urbano di improbabili castelletti neogotici montani o peggio ancora di finti chalet o portinerie realizzate come cabine elettriche alpestri che replicano la miniatura della montagna; viceversa la stazione alpina moderna è essa stessa un modellino in scala del corso cittadino.
Ma qualsiasi riduzione, in architettura come nella socialità dell’abitante, che in città difficilmente indossa i calzoni alla zuava, porta all’anonimato oltre che al ridicolo: il rischio è la perdita dell’identità a favore dell’impersonalità urbana, cosi pericolosa.