Il solengo o solastro

[Foto di Jr Korpa da Unsplash.]

La vita d’alpeggio, al di là delle idealizzazioni che sempre trasfigurano gli scampoli dei ricordi, era vita dura. La responsabilità per l’integrità degli armenti era assai sentita dai pastori e i lunghi momenti di solitudine trascorsi seguendone gli spostamenti alimentavano talora profonde angosce. I confinati, anime che non meritano neppure l’inferno, erano il timore più vivo degli alpigiani. Dimoravano nelle pietraie deserte a ridosso degli alpeggi, sotto rupi corrucciate, e di notte il sordo rumore del loro dar di mazza maledetto per frantumare senza costrutto quel mare di pietre risuonava nelle orecchie dei pastori che dormivano in quei luoghi per curare gli armenti. Guai a voler essere troppo curiosi, guai a cercare fra le pietre scovando qualche mazza: si rischiava di essere condannati a condividere la loro miserevole sorte. E di giorno il pastore isolato poteva cadere preda di una paura ancora più profonda, il “solengo” o “solastro”, quel sentimento di panico smarrimento che prende chi si trovi da solo di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile.

(Tratto da Massimo Dei Cas, Giugno, il cuore opaco della luce, in “Notiziario della Banca Popolare di Sondrio” n.136, aprile 2018, pag.165.)

Trovo molto interessante questo bel brano di Massimo Dei Cas se messo in relazione a quanto invece ho scritto qui, qualche tempo fa, sul personale godimento della solitudine in montagna (e non solo lì).

D’altro canto «quel sentimento di panico smarrimento di fronte alla natura smisurata e potenzialmente ostile» lo riscontro tutt’oggi in modo molto diffuso, tra i “cittadini” sicuramente ma pure, ancora, tra i montanari: in altre forme rispetto al passato, certamente meno legate a suggestioni sovrannaturali eppure animate dallo stesso principio di ostilità e di soggiogamento verso il monte, che in qualche modo si tramuta in giustificazione per la sottomissione “violenta” della Natura montana e del suo territorio, da “controllare” e imbrigliare a tutti i costi attraverso opere di antropizzazione mal concepite nella teoria ed esasperate nella pratica ma d’altro canto atte a conformare il paesaggio ai relativi immaginari collettivi desiderati e ritenuti “normali” dagli uomini in tema di monti.

Sì, esiste ancora oggi la paura di restare preda del solengo sulle montagne, in ostaggio della loro potente, soverchiante Natura, lontani dalla “civiltà” e dai suoi agi, abbandonati dal progresso, dimenticati da tutti: ecco dunque che, pensando di poter contrastare questa situazione, si fanno e si lasciano fare ai monti cose che sarebbero fuori luogo in città, figuriamoci in ambienti tanto ostici e delicati. Alla fine questo è il modo contemporaneo, simile nel concetto pur inconscio a quello d’un tempo, per scacciare le entità maligne, i demoni e i draghi che popolano i monti il più lontano possibile dalla propria quotidianità, garantendosi il dominio più ampio possibile sul territorio e sulle forze della «Natura smisurata». È un tentare di dar misura e dunque valore, riconoscibilità, acquisire controllo alla/sulla montagna, appunto: un tentativo che, tuttavia, ad uno sguardo attento e sensibile, appare sempre e comunque come pletorico, tanto esagerato nella forma quanto vano nella sostanza.

Forse, come scrivevo in quell’articolo, si otterrebbe di più riuscendo ad accettare la nostra misura nella dimensione della relazione con la montagna e la Natura, armonizzandoci ad essa e semmai su di essa, e non su immaginari sovente artificiosi e falsanti, costruire concretamente lo sviluppo della nostra presenza sui monti, in questo modo non più meramente riferita a noi stessi (dunque assai biecamente autoreferenziale) ma, appunto, ai monti stessi e alla loro autentica realtà geoculturale: un mondo montano da vivere pienamente e consapevolmente, non più da sottomettere prepotentemente e comunque vanamente.

Altrimenti saremo sempre preda del più inconscio eppure pernicioso solengo, lassù sulle montagne, con tutto ciò che di inopportuno ne può conseguire.

 

Saper ridere è sempre una virtù

A volte il mondo è un posto difficile se non ostile, per le persone che sanno (far) ridere. La vera ironia, l’umorismo genuino, sempre più spesso vengono confusi e scambiati con la derisione, col dileggio che invece dietro il riso (solitamente sguaiato) cela solo disprezzo e prepotenza. E di gente che sa essere auto-ironica senza mai prendersi troppo sul serio – una virtù tra le più importanti in assoluto, per un essere umano – ce n’è veramente sempre meno, in giro. Sempre meno.

Basterebbe anche solo questo a segnalare lo stato della nostra civiltà e, inesorabilmente, a riderle in faccia. Tanto non la capirebbe comunque, tale risata. E mi permetto di darvi un consiglio, al riguardo: diffidate sempre di chi non ha ovvero non manifesta ironia. Non è gente a cui poter dar credito, ve lo dico io.

I diritti dei bambini (eccetto quelli americani)

[Foto di Piron Guillaume da Unsplash; mappa di L.tak, opera propria, CC BY-SA 3.0, da Wikimedia Commons. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Credo che in queste ultime settimane sia emersa in maniera ormai palese e indubitabile per chiunque la realtà circa il disturbo bipolare di cui soffrono gli Stati Uniti d’America. Un paese che va per primo sulla Luna dicendo «Questo è un piccolo passo per un uomo, un gigantesco balzo per l’umanità» e poi consente ai suoi cittadini di girare per le pubbliche vie con armi da guerra; che ha inventato il rock’n’roll e il junk food, che pretende di esportare la democrazia altrove ma la minaccia al suo interno, che giura ogni cosa sulla Bibbia e ha la più fiorente industria del porno, che ha eletto come presidente un nero progressista e appena dopo un bianco razzista. Eccetera, eccetera, eccetera.

Ma pure in America niente succede per caso, ovvero tutto è conseguenza e prodotto di un certo sistema culturale – o non culturale. Per cui oggi, Giornata Internazionale per i Diritti dell’Infanzia in quanto il 20 novembre del 1989 venne approvata dall’Assemblea Generale della Nazioni Unite la Convenzione Universale dei Diritti del Fanciullo, è utile ricordare che l’unico paese al mondo a non aver ratificato tale dichiarazione sono proprio gli Stati Uniti d’America.

Già.

E per motivi piuttosto inquietanti, come potete constatare qui.

Questo ovviamente non significa che i bambini americani non godano di diritti e tutele, così come non significa che certi stati che la Convenzione l’hanno ratificata garantiscano equi diritti ai loro bambini. Piuttosto, è l’ennesima dimostrazione dell’ambiguità politico-culturale del sistema di potere americano, sorta di Dottor Jekyll e Mister Hyde che, a leggere la storia del mondo dell’ultimo secolo, in effetti viene sempre più difficile stabilire se la sua presenza vi abbia apportato, nel complesso e con visione diacronica, più vantaggi o più danni.

Ecco.

Ora, forse, capirete un poco di più perché un personaggio come Donald Trump è diventato presidente e si permetta di fare quello che ha fatto e sta facendo, applaudito da molti.

Una domanda spontanea

Per la prima volta nella storia del genere umano due cambiamenti sembrano imminenti. Il primo è l’esaurimento della natura selvaggia nelle aree del pianeta più facilmente abitabili. Il secondo è l’ibridazione globale delle culture dovuta all’industrializzazione e ai mezzi di trasporto moderni. Nessuno dei due fenomeni può essere impedito, e forse non dovrebbe esserlo. Eppure una domanda sorge spontanea: è possibile, grazie a qualche lieve intervento sui mutamenti in corso, preservare certi valori che altrimenti andrebbero perduti?

(Aldo Leopold, Pensare come una montagna. A Sand County Almanac, traduzione di Andrea Roveda, Piano B Edizioni, 2019, pagg.196-197.)

Leopold, dimostrando nuovamente la sua grandissima lucidità, quasi prossima alla preveggenza, poneva quella domanda “spontanea” negli anni Quaranta del secolo scorso, ben ottant’anni fa, quando forse ancora si poteva agire per regolare l’evoluzione umana degli ambiti citati e intuendo la potenziale problematicità della risposta. Una risposta che oggi ci appare del tutto scontata, sì, ma nella sua assenza: era possibile, certo, ma non è stato pressoché fatto alcun intervento, anzi, quei cambiamenti sono stati resi ancora più perniciosi. Al punto che, se a Leopold (e a pochi altri illuminati come lui) la domanda già allora posta sorgeva spontanea, oggi resta ancora aliena a buona parte delle menti umane, in primis a molte di quelle che governano il pianeta. Sempre che di “menti” si possa parlare, già.

Autoreferenzialità

[Opera di Alberto Ruggieri, da Irancartoon.]
Consentitemi un appunto: l’autoreferenzialità va anche bene, per carità, se si è Einstein, Beethoven o Leonardo da Vinci ovvero una figura di simili capacità o quanto meno di riconosciute doti e opere, altrimenti no, non va bene.

Siccome pare proprio che il tasso di autoreferenzialità, nella maggior parte dei casi, sia un dato inversamente proporzionale alla presenza delle capacità e delle doti che lo giustificherebbero, e posto che obiettivamente le capacità, le doti e le opere di molte persone autoreferenziali sono di gran lunga inferiori a quelle, per dire, di una capra camosciata delle Alpi (creatura peraltro che non mi risulta essere così autoreferenziale, come d’altronde il resto degli appartenenti al mondo animale), fatemi dire che, a mio modo di vedere, l’autoreferenzialità è una delle piaghe maggiori della socializzazione contemporanea. E non va bene, ribadisco, per nulla. Ecco.