La visione della montagna diffusa maggiormente oggi è quella legata soprattutto al valore estetico di essa, e a quello ludico-ricreativo (ovvero turistico) relativo. «Ah, che bella che è la montagna!» si può sentir dire ovunque da chiunque, e d’altro canto è facile pensare che ben pochi potrebbero contraddire una tale visione, al di là della banale dicotomia “meglio il mare/meglio la montagna” o di altre facezie simili. Se tuttavia si prova ad andare oltre il mero consenso, e si indaga sui motivi per i quali la maggior parte delle persone apprezzano i monti e la loro dimensione, ne esce una visione degli stessi legata a stereotipi e luoghi comuni forse più che per altri ambiti – i boschi, i prati, la neve, le mucche al pascolo, le baite, l’aria pura, la tranquillità, oltre alle varie e assortite motivazioni più “turistiche”. Va tutto bene, ci mancherebbe, anzi: è inevitabile che l’imponente bellezza di certi paesaggi alpini resti impressa nella mente delle persone; il problema è che sovente tale immagine resta tale, come fosse un poster, una cartolina o una locandina promozionale e non solo lo sguardo si ferma lì ma pure la riflessione su ciò che si sta osservando, su cosa ci sia realmente dentro al di là delle cose più evidenti e piacevoli. Si vive la montagna come fossimo dentro la storia di Heidi, insomma, con lo stesso afflato ideal-bucolico, cioè idealmente circondati dalle “caprette che ti fanno ciao” come se veramente, lassù sui monti, le caprette ci potessero fare “ciao” e non, magari, prenderci a testate se ci avvicinassimo troppo, come è ordinario “mestiere” da capre di montagna…
E se fosse proprio “Heidi”, ovvero quest’immagine assolutamente idealizzata – e profondamente cittadina – della montagna a rappresentare la rovina della montagna stessa, la zavorra immateriale divenuta ormai alquanto materiale che tiene imprigionati i monti e la loro civiltà in un recinto di stereotipi e cliché anacronistici, ormai del tutto falsi, spesso pure ipocriti quando non sostanzialmente degradanti? Se ci fosse da fare una bella tabula rasa di tutto ciò, con buona pace di Heidi, delle sue caprette e di quei monti artificiosamente selvaggi che la città vuole tenere per sé in qualità di periferia “ristoratrice” ma, alla fine, urbanizzandola pesantemente e trasformandola in ennesimo sobborgo degradato e abbandonato a sé stesso e alla sua effettiva miseria?
È quanto in buona sostanza si chiede Sergio Reolon in Kill Heidi. Come uccidere gli stereotipi della montagna e compiere finalmente scelte coraggiose (Edizioni Curcu & Genovese, Trento, 2016), veloce e agilissimo saggio il cui titolo è a dir poco programmatico – e già compendia bene ciò che già ho scritto fino a questo punto. (continua…)
(Leggete la recensione completa di Kill Heidi cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
P.S.: testo uscito anche (in versione ampliata) sulla rivista letteraria L’Ottavo, qui.

Forse oggi, nel nostro mondo contemporaneo del quale ogni pur remoto angolo può essere raggiunto attraverso il web al punto da ritenere ogni impulso all’esplorazione un retaggio d’altri più avventurosi e ingenui tempi, bisognerebbe realmente tornare a pretendere la possibilità di perdersi. Magari non in senso geografico quanto più in senso emozionale, spirituale. Partire dalla conseguita consapevolezza geo-mentale, come l’ho definita poco fa, per lasciarvi in deposito le certezze materiali e vagare verso ignoti ambiti immateriali ove la realtà ordinaria si amplia, si spande in innumerevoli direzioni metafisiche, liberi come se non si avesse nulla da perdere o da rischiare e tutto da guadagnare perché sicuri di ciò che si è già acquisito. Anche in una città come Lucerna, sì, che parrebbe il luogo sul pianeta in cui perdersi è più difficile, per quanti riferimenti orientanti d’ogni sorta offra in ogni parte della propria conurbazione. D’altro canto Lucerna è parimenti così ricca di suggestioni, magnetismi, incanti, miraggi, visioni e quant’altro di conturbante e strabiliante, che realmente in essa può venire facile smarrirsi senza perdersi, volare lontano sulla ali del più istintivo estro rimanendo coi piedi ben saldi per terra oppure lasciando che la città solleciti di continuo e in modo vibrante la curiosità del suo esploratore, spingendolo entro vicoli o passaggi apparentemente insignificanti ma nei quali, invece, spunta d’improvviso qualche dettaglio magari minimo ma a suo modo incredibile.
Oltre a rilevare la quantità di polveri sottili che respiriamo quotidianamente nei nostri paesi e nelle città, sensori analoghi dovrebbero rilevare la quantità di parole stolte e inutili emesse in aria che udiamo ogni giorno, fissando similari limiti da non superare per preservare l’incolumità pubblica. Perché se di frequente le prime ci soffocano saturando i polmoni di sostanze nocive, pure le seconde molto spesso ci soffocano riempiendo la mente di colossali scempiaggini, e la nocività è diversa nella forma ma, per certi aspetti, non meno letale nella sostanza.
Si usa spesso citare quel noto adagio che dice “Il viaggio è la meta”; meno si cita il pur altrettanto noto