Andri Snær Magnason, “Il tempo e l’acqua”

Il 2022 che stiamo vivendo è un anno che dal punto di vista climatico, pur non essendo ancora concluso, è già stato definito  drammaticamente eccezionale. Siccità diffusa un po’ ovunque, dalle nostre parti e nel resto del continente europeo, caldo anomalo sia in inverno – nel quale ha nevicato pochissimo – che in estate, fenomeni meteorologici estremi. In particolare, la scarsità di neve invernale unità alle altissime temperature estive sta dando una mazzata tremenda ai ghiacciai, sia sulle Alpi che altrove, in una situazione di generale riduzione e ritiro, se non già di scomparsa, delle masse glaciali che sta proseguendo da decenni. Ma il riscaldamento globale, con tutto ciò che si porta dietro, non sta solo cambiando il clima e il paesaggio: inesorabilmente cambierà anche la nostra vita e probabilmente in peggio. Ad esempio quei ghiacciai che si stanno sciogliendo, in modo così rapido nell’anno in corso, sono tra i nostri principali e fondamentali serbatoi diffusi di acqua potabile che beviamo, con la quale ci laviamo e con cui irrighiamo i campi coltivati oltre a utilizzarla per innumerevoli altri scopi consueti, nel nostro modus vivendi contemporaneo. E se i ghiacciai si sciolgono e svaniscono, tutta quella risorsa idrica fluisce via e a sua volta svanisce, per entrare in un ciclo dell’acqua totalmente diverso da prima del quale con tutta probabilità non potremo più godere. Come faremo, dunque?

Posto quanto sopra, leggere Il tempo e l’acqua, il libro dello scrittore, divulgatore scientifico e attivista ambientale islandese Andri Snær Magnason (Iperborea, 2020, traduzione di Silvia Cosimini; orig. Um timann og vatnið, 2019) proprio durante quest’anno così problematico, in forza dei suoi contenuti è stata per me un’esperienza assolutamente significativa. Un po’ come per le nostre Alpi, se non di più, l’Islanda è una terra i cui ghiacciai rappresentano un elemento fondamentale della sua identità culturale, e verso i quali gli islandesi hanno costruito una relazione che dura da secoli le cui tracce già si possono rintracciare nelle più antiche saghe tradizionali. I cambiamenti climatici e il riscaldamento globale stanno causando notevoli perdite anche al patrimonio glaciale islandese, con apparati che solo vent’anni fa apparivano ancora floridi e oggi sono ridotti a piccole placche di ghiaccio grigio, con conseguente perdita del valore culturale del paesaggio e della risorsa idrica che un tempo assicuravano. Tuttavia ormai tutti sappiamo che tale situazione presenta effetti su scala globale, dai monti europei alle catene himalayane e andine fino ai ghiacci polari, e le conseguenze di questo disastro glaciale sono ancora ben difficili da stimare nonostante già ora si presentino in tutta la loro drammaticità. Eppure, una situazione del genere, così evidente e così grave nonché pericolosa per chiunque, sembra che non scuota più di tanto l’attenzione e la sensibilità dei terrestri – per non parlare di quella dei leader politici. Perché? []

[Foto di Hreinn Gudlaugsson, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte commons.wikimedia.org.]
(Potete leggere la recensione completa de Il tempo e l’acqua cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)

Cambiamenti climatici e staticità mentali

[Foto di lesserland da Pixabay.]
Giovanni Baccolo, che di mestiere si occupa di ghiacciai all’Università Milano-Bicocca dove al Dipartimento di Scienze Ambientali e della Terra studia i campioni di ghiaccio provenienti da tutto il mondo (cura inoltre il bellissimo blog storieminerali.it nel quale scrive di tali argomenti) e, dunque, di clima se ne intende come pochi altri, scrive un post sul proprio profilo Facebook che avrei altrimenti scritto io in modi paragonabili, oggi:

Penso sia la prima volta che provo una sincera ansia da clima. Se maggio 2022 è così, come sarà luglio 2040? Quali colture sopravvivranno a estati sempre più secche e calde? Quale energia alimenterà metropoli refrigerate altrimenti invivibili? Abbandoneremo davvero i luoghi non più adatti alla vita? Il fatto di non sentire mai davvero parlare di questi temi è a suo modo una risposta e non mi piace per niente.

Parole che condivido in toto, considerando pure la situazione ambientale in essere: caldo torrido come fosse luglio a maggio, pochissime piogge da mesi, neve invernale scarsissima, ghiacciai che si prenderanno una gran batosta, fiumi con portare risibili, campi agricoli inariditi, siccità generale… Che abbiano ragione quei climatologi considerati “catastrofisti” i quali ritengono che il punto di non ritorno climatico l’abbiamo già ampiamente superato, alla faccia dei 2° di aumento da non superare, e il collasso ambientale sia ormai imminente?

Be’, c’è da augurarsi che sul serio siano fin troppo allarmisti, quelli. D’altro canto siamo dotati di abbondante acqua corrente nelle nostre case – per il momento – e di aria condizionata ben accesa per sopportare la situazione climatica in corso, no? Già, peccato che, in questo caso, sopportare è sinonimo di trascurare, di dimenticare. Il clima forse non è ancora collassato, la nostra attenzione e la sensibilità sul tema invece temo di sì.

Cartoline #4

N.B.: vi siete mai chiesti quale sia la montagna – o quanto di affine – più antica della Terra? Ecco, probabilmente la più antica catena montuosa visibile e che si possa ancora geologicamente identificare come tale la vedete lì sopra: sono le colline di gneiss di Acasta, situate nei Territori del Nord-Ovest in Canada e oggi alte solo 3-400 metri (dunque non esattamente “montagne”, semmai ciò che ne resta). Con l’ausilio di metodi radiometrici, i geologi hanno scoperto che questi rilievi possiedono la veneranda età di 4,03 miliardi di anni. Considerando che la Terra e gli altri pianeti del Sistema Solare si ritiene che si siano formati 4,5 miliardi di anni fa, capite bene come la definizione di «più antica» ad Acasta trovi un senso compiuto come in nessun altro luogo del mondo: dunque, salire sulla sommità di queste colline equivale a compiere la più grande ascensione nel tempo che si possa compiere sulla Terra.

Un altro dei luoghi al mondo più fuori dal mondo

[Foto di Matti&Keti, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]
Qualche tempo fa, qui sul blog, vi ho raccontato di quello che per molti aspetti appare come uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo»: l’isola di Jan Mayen, un posto tanto remoto quanto spettacolare e bizzarro, per molti aspetti. Non è ovviamente l’unico a fornire tali sensazioni in unione a una considerevole lontananza da ogni altra terra e relativa presenza umana – ciò fatto salva l’Antartide, regione remota “per eccellenza” ma geograficamente più conosciuta, anche in forza dei tanti articoli o documentari che si possono ritrovare un po’ ovunque, nonché, per così dire, più frequentata.

Barry Lopez, il grande scrittore americano, nel suo libro Sogni Artici scrive ad esempio di una terra certamente assai meno conosciuta dell’Antartide e di tante altre, o forse si potrebbe tranquillamente definire sconosciuta ai più: Axel Heiberg, che a pagina 386 definisce «la cosa più remota che potessi immaginare» e riguardo la quale, raggiungendola, «sentii che stavo varcando il confine dell’estremo Nord» – detto ciò da uno come Lopez che l’Artide l’aveva esplorata pressoché totalmente raccontando di queste sue esplorazioni nell’opera citata, dunque con massima cognizione di causa.

In effetti Axel Heiberg è una terra tra le più remote del pianeta, e non tanto per lontananza da altre terre quanto dal resto della civiltà umana, dunque per posizione geografica, particolarità geologiche, paesaggio, inospitalità, clima estremo. Non a caso fu una delle ultime terre emerse scoperte: venne rilevata solo nel 1900 dall’esploratore norvegese Otto Sverdrup – che la denominò “Axel Heiberg” in onore del console, suo connazionale, che finanziò la spedizione esplorativa – nonostante la sua notevole estensione, maggiore di quella di Lombardia e Veneto messe insieme. Risulta disabitata salvo che per una piccola base scientifica occupata solo periodicamente, ma vi sono state trovate tracce di antichi insediamenti Inuit oltre che gli straordinari resti di una foresta “mummificata” (proprio così, mummificata, non pietrificata come ordinariamente accade: ciò grazie al clima gelido e estremamente secco e ai sedimenti del terreno nel quale i resti legnosi si sono conservati) risalente a circa 40 milioni di anni fa, quando il clima ai poli era caldo e sull’isola cresceva una foresta di alberi ad alto fusto, con altezze fino a 30 metri e dalla vita vegetativa compresa tra i 500 e i 1.000 anni.

D’altro canto Axel Heiberg si dimostra uno dei «luoghi al mondo più fuori dal mondo» non solo paesaggisticamente ma pure per alcune sue caratteristiche estremamente particolari: ad esempio le sorgenti perenni di acqua ipersalina, che sgorgano continuamente pur con temperature sotto lo zero emettendo al contempo anche gas, il che indica la presenza nel sottosuolo di fonti termogeniche di metano. Sulla base di queste proprietà, tali sorgenti sono considerate siti di grande interesse per le ricerche di astrobiologia, apparendo simili a certi habitat potenzialmente presenti sul pianeta Marte o sulle lune Europa e Encelado, rispettivamente orbitanti attorno a Giove e a Saturno.

Un luogo parecchio remoto, spettacolare e a suo modo “alieno”, insomma. C’è da sperare che tale resti, ovvero estraneo alla più impattante presenza umana e a qualsiasi mira industriale, commerciale o turistica. Tutto sommato, il fatto che buona parte delle persone nemmeno conosca l’esistenza di questi luoghi così straordinari o sappia dire dove si trovino su un mappamondo (e io certo qui, ora, con questo articoletto, non credo che cambierò questa situazione) è un bene. Di luoghi un tempo apparentemente remoti nei quali alla fine la “civiltà umana” è arrivata e ha combinato notevoli guai ce ne sono già troppi, su questo nostro pianeta.

P.S.: alcune delle notizie qui riportate le ho tratte dalla pagina di Wikipedia in inglese dedicata all’isola; ne trovate altre nella pagina della Canadian Encyclopedia, qui (in inglese e in francese). Cliccate sulle immagini per ingrandirle.

I Don Chisciotte del clima

Il vero problema, della razza umana rispetto ai cambiamenti climatici in corso o quanto meno di chi la rappresenta politicamente, non è che è il tempo per agire sta scadendo oppure che sia già scaduto o che altro. Queste sono osservazioni obiettive e evidenti, per molti aspetti, tuttavia io temo che per altri siano improprie, e ciò perché mi pare che vi sia un drammatico sfalsamento temporale alla base della questione.

Mi spiego: hanno ragione quelli che ritengono l’accordo raggiunto nella COP26 di Glasgow un “buon” o “accettabile” compromesso. Lo è – lo sarebbe, sì, se fossimo nel 1991. Di contro, stiamo disquisendo intorno a dati climatici molto probabilmente già superati, a partire dalla fatidica soglia dei 1.5° o 2° di aumento delle temperature rispetto all’era preindustriale da non superare e che invece è stata superata da tempo, almeno per certe zone del pianeta (tra le quali l’Europa), come ho cercato di spiegare già qui. Non solo: come ritengono molti esperti, noi oggi subiamo l’effetto di cambiamenti climatici la cui causa è da ricercare decenni fa, e questo perché il clima, pur nell’anormale rapidità del cambiamento attuale, varia sensibilmente nell’arco di qualche decennio, non certo da un anno con l’altro – infatti un ciclo di 30 anni è il periodo classico per calcolare la media delle variazioni climatiche, secondo la definizione dell’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Questo significa che se pure da subito riuscissimo a mettere in atto delle azioni effettivamente in grado di contenere l’aumento della temperatura negli obiettivi sanciti dalla COP21 di Parigi del 2015 in poi, per ancora molti anni subiremmo un peggioramento del riscaldamento del pianeta e delle conseguenti condizioni climatiche.

Insomma, come dicevo poc’anzi: sulla questione climatica, nel concreto, stiamo ragionando su piani temporali sfalsati e disequilibrati da tempo, che per come stanno le cose ben difficilmente si potranno riallineare per fare in modo che alle nostre azioni possano corrispondere reazioni rapidamente virtuose. Finché tale riallineamento non si verificherà, temo che nessun compromesso, accordo, intesa, strategia o quant’altro di (apparentemente) condiviso tra gli stati, anche il migliore possibile, genererà veramente buoni risultati.

Sia chiaro, non è una mera manifestazione di pessimismo, questa mia, ma l’invocazione di una visione rinnovata e più consapevole di una così fondamentale questione: bisogna probabilmente cambiare il paradigma di fondo delle “nostre” azioni politiche, riagganciandolo alla realtà scientifica di fatto e non a obiettivi che ormai appaiono solo funzionali a conseguire accordi di bella forma e scarsa o nulla sostanza. Ragionare sui 1.5° o 2° gradi, allo stato attuale delle cose e degli atti, è per molti versi pura retorica funzionale solo a poter dire ai media di aver conseguito qualche tipo di accordo in realtà privo di efficacia. Per agire sulla questione climatica dovremmo avere sulle nostre scrivanie il calendario del 2040 o 2050 e quello guardare. Invece abbiamo il calendario del 2021 ma lo interpretiamo come fossimo ancora nel 1991, appunto. Dovremmo avere la reale e concreta concezione del futuro, non una costante e anacronistica percezione del passato. Dovremmo avere qualcosa, insomma, che la politica contemporanea dimostra di non avere, ecco.

P.S.: nell’immagine in testa al post c’è la copertina del nuovo numero del “The New Yorker”, assolutamente sublime, come spesso accade, nel descrivere chiaramente e con artistica nonché immaginifica rapidità come stanno le cose.