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Scusate la trivialità ma, posto che a breve si aprirà la COP26 di Glasgow – sì, l’ennesima (è annuale!) benemerita conferenza sul clima – e visto che nella COP21 del 2015 a Parigi si firmò il celebre “accordo sul clima” con il quale quasi tutti i paesi del pianeta accettarono di collaborare per limitare a 1,5 °C, massimo 2 °C, l’aumento della temperatura globale rispetto all’era preindustriale, il cui termine è convenzionalmente fissato alla fine del XIX secolo, date un occhio al grafico qui sotto:

A titolo di riferimento, l’Ufficio Federale di Meteorologia e Climatologia svizzero riporta che «Rispetto alla temperatura media del periodo di riferimento preindustriale la Svizzera si è riscaldata di circa 2° C (stato al 2018)», dunque un dato simile a quello di Milano nonostante le differenze geografiche e climatiche. L’Ufficio elvetico continua segnalando che «Senza provvedimenti di protezione del clima la temperatura annuale media in Svizzera potrebbe aumentare entro la fine del 21° secolo di 6 °C rispetto al periodo di riferimento preindustriale. Con dei coerenti provvedimenti di protezione del clima il riscaldamento potrà essere limitato a circa 2.5 °C». Se rapportiamo tali previsioni svizzere ai dati milanesi e, utilizzando il dato sopra citato di 0.4 °C/decennio di aumento della temperatura, fissiamo come gli elvetici il limite temporale al 2100, possiamo empiricamente stimare per Milano un aumento complessivo di circa 5,5 °C, anche in questo caso assimilabile con il dato svizzero di 6 °C. Sempre che non vada anche peggio, ribadisco.
Morale (tanto angosciante quanto inesorabile): gli 1.5 °C e pure i 2 °C di aumento massimo ce li siamo già giocati anni fa, almeno in questa parte del mondo. E a Glasgow quanto meno ci sono numerosi rinomati pub dove gustare dell’ottimo whisky scozzese: probabilmente qualcosa di ben più utile e piacevole, rispetto al «bla bla bla» (cit.) cui si potrà assistere nella COP26 – benemerita, ribadisco, ma quanto effettivamente utile nella sua forma attuale e nella sostanza che se ne ricava? – e giusto per godersi un po’ di svago prima di doverci necessariamente preparare al peggio climatico, già.


Veramente vedo poche altre figure pubbliche capaci di una tale forza comunicativa, oggi, e non c’entrano elementi come il personaggio in sé o il fatto che parli a una platea a sé affine come quella dei giovani, oppure l’eco fornita dai social o magari, come sostengono alcuni suoi detrattori, le “manovre” che le starebbero dietro. No, quella dote di Greta Thunberg è naturale e va oltre ovvero è a monte di ciò, è alla fonte, ed è qualcosa che, al di là del suo attivismo e dai risultati che potrà ottenere, già sta facendo la storia.
In tema di cambiamenti climatici, realtà del tutto assodata e ormai negata solo da pochi decerebrati, uno dei dubbi che ci si pone spesso è se l’evoluzione del riscaldamento globale sia effettivamente frenabile in qualche modo, presupponendo un’azione in tal senso su scala planetaria assolutamente risoluta, ben più di quanto si stia facendo ora, oppure se non abbia già superato un “punto di non ritorno”, subendo alterazioni causate dalle attività antropiche dei decenni scorsi ormai definitive, almeno per un certo arco di tempo.
Il dibattito è aperto, ma ci sono già oggi evidenze oggettive che rivelano come senza dubbio oltre certe “linee rosse” siamo già andati e tornare dietro di esse non sarà certo facile. La presenza di ghiaccio rilevata dai satelliti al Polo Nord a fine estate, ad esempio (vedi lì sopra), offre un’immagine pressoché priva di dubbi: come scrive “Wired” nell’articolo che potete leggere cliccando sull’immagine stessa, «Negli ultimi 15 anni sono state registrate le 15 minori estensioni di ghiaccio marino e la quantità di ghiaccio pluriennale quest’anno (ovvero quel ghiaccio marino che, resistendo a più stagioni di scioglimento, è presente da più anni) è una delle più basse mai registrate.» Questo non significa “solo” che fa più caldo rispetto al passato, ma che farà sempre più caldo, negli anni a venire: perché le calotte polari fanno anche da raffrescatori e regolatori del clima a livello planetario, il quale in forza delle attività antropiche si sta scaldando sempre più, il che comporta un maggior scioglimento del ghiaccio polare e dunque una minor capacità di esso di raffrescare il pianeta e regolarne il clima. È un circolo vizioso climatico, insomma, che si autoalimenta degradandosi sempre più e il cui “moto circolare” ormai innescato è al momento impossibile da fermare. Un punto di non ritorno superato, appunto.
Siamo ancora in tempo, riguardo altri aspetti della questione climatica, a non superarne altri di questi punti di non ritorno? Possiamo solo sperarlo e agire finalmente in maniera decisa e definitiva per fare di questa speranza una realtà concreta; d’altro canto al momento, purtroppo, quel dubbio in senso generale resta valido, insieme alla sua inquietante, sinistra prospettiva.
Come scrivevo già qui, qualche giorno dopo la notizia della sua scomparsa, Barry Lopez è una figura della quale, e del cui pensiero, il futuro avrà sempre più bisogno, da oggi e per lunghissimo tempo. Il che comporta che nel futuro un pubblico sempre più vasto conoscerà (dovrà conoscere) e apprezzerà la sua opera intellettuale rispetto al presente. Purtroppo è accaduto spesso che le parole di certi pensatori particolarmente profondi e rivoluzionari venissero comprese dal grande pubblico dopo tanto tempo, ad anni dalla loro scomparsa, è un difetto perdurante nelle società umane, questo; ma l’incidenza del loro pensiero sulla realtà in divenire è comunque potente e inesorabile e, nel caso, abbisogna solo che nel corso del tempo venga il momento per la sua cognizione e per la maturazione della relativa consapevolezza culturale. Quanto mai importante, con Barry Lopez, vista l’assoluta attinenza alla realtà contemporanea del nostro mondo e al suo futuro prossimo.
Per tutto ciò, e per il pubblico italiano, risulta altrettanto importante l’opera di Davide Sapienza, colui che s’è fatto “mentore” di Lopez in Italia al cui pensiero ha affiancato il proprio, altrettanto alternativo, stra-ordinario, innovativo: dunque in veste di custode primario del retaggio filosofico e morale di Barry Lopez nonché, appunto, come prosecutore del cammino analitico del grande scrittore americano lungo sentieri che dal solco principale si sono irradiati, e continuano a farlo, ovunque nel paesaggio naturale e nelle geografie umane.
Dunque non poteva che essere Davide a scrivere l’omaggio più legittimo e sentito in ricordo di Barry Lopez, accompagnando con un suo breve ma intenso pezzo un testo inedito (bellissimo e al solito illuminante) dello scrittore americano su “Limina”, corredato dalle illustrazioni di Simona Piccolini (una la vedete in testa a questo post). Nel suo prologo, Davide scrive che
In Lopez, nulla è scontato; proprio come durante un viaggio, nella wilderness piuttosto che in una città, ogni parola è un evento che risuona di vastità e che richiede di essere meditata, prima di essere pronunciata. Me lo hanno insegnato i suoi libri, me lo ha insegnato lui: scrivere è raccontare, richiede dunque spazio e tempo. Leggere Barry Lopez significa ascoltare una voce ben distinta e trovare un ritmo ben preciso. Perché sapeva che il suo importante ruolo culturale poteva e doveva lasciare un segno utile e non a caso di sé diceva «voglio vivere una vita che sia stata utile». La sua opera è con noi e lo sarà per i prossimi secoli. Perché è formidabile, perché è necessaria.
Ecco: nel complesso (dei due testi, intendo dire), l’omaggio di Sapienza a Lopez è altrettanto formidabile e necessario. Leggetelo e meditatelo con mente e cuore aperti e con spirito libero, cliccando sull’immagine in testa al post – e ringrazio di cuore Davide per avermi concesso di linkarlo pure qui e di sottoporlo così alla vostra attenzione.
P.S.: il titolo del presente post è un ovvio richiamo a questo.