[Foto di Peggy Choucair da Pixabay.]Ieri pomeriggio, giusto all’inizio dei cosiddetti giorni della merla, tradizionalmente i più freddi dell’anno (anche se i cambiamenti climatici in corso hanno reso questa “tradizione” assai più aleatoria d’un tempo) e con la fine dell’inverno formalmente ancora ben lontana, be’, io ho percepito un primo segno di primavera. Un qualcosa di tenue ma evidente, una minima vibrazione, un sentore, un presentimento che s’è manifestato a pelle ma pure in animo, che mi ha richiamato – in modi altrettanto tenui ma indubbi – la dimensione primaverile, come se nell’aria, oggi, vi fosse qualcosa di diverso, di non (più) invernale, qualcosa che poi diventa via via più percepibile e sostanziale, a prescindere dall’intiepidirsi delle temperature o dalla sempre maggiore luminosità diurna ovvero da altri tipici elementi da bella stagione incombente.
Non so se a qualcuno di voi capiti una cosa del genere, a me sì, da sempre.
D’altro canto (e forse non casualmente) gli antichi Celti, in possesso di conoscenze ancestrali legate a doppio filo con il mondo naturale, proprio in prossimità di questi giorni celebravano Imbolc, la festa di fine inverno che nella tradizione irlandese segna parimenti l’inizio della primavera e che dalle nostre parti la dottrina cattolica ha trasformato nella Candelora senza tuttavia riuscire a cancellare l’antica genesi pagana, rimasta assai viva nelle regioni alpine: si vedano ad esempio due eventi tradizionali del periodo (cito i primi due che mi vengono in mente), la Scasada del Zenerù nella bergamasca Val Seriana oppure la festa della Giubiana in molte zone del Piemonte e della Lombardia, con i loro suggestivi roghi scaccia-inverno.
[La Scasada del Zenerù ad Ardesio (Val Seriana, Bergamo). Foto di Mattia Fornoni, tratta da viviardesio.it.]
Insomma, forse per quelle mie pretese percezioni primaverili mi posso illudere di trovare qualche giustificazione storico-culturale, oltre che climatica.
Di “casette dei libri” – o per il bookcrossing, altrimenti dette Little Free Library – ve ne sono ormai ovunque e tante sono posizionate in luoghi paesaggisticamente spettacolari, unendo così il piacere della lettura alla bellezza del paesaggio in un connubio di raro fascino.
Tra quelle poste in luoghi particolarmente affascinanti, e a me altrettanto particolarmente cari, vi è quella che vedete nelle immagini: semplicissima, spartana ma dotata d’una bella panca di lettura e, soprattutto, installata (nella bella stagione ovvero fino a che la meteo risulta clemente) nel mezzo di un paesaggio tra i più straordinari delle Alpi, quello di Avers nel Cantone dei Grigioni, in Svizzera.
Non so voi ma io, lì, con un bel libro da leggere, ci starei stabilmente da quando la neve si scioglie e il clima si fa mite fino a che la neve della nuova stagione fredda cominciasse a ricoprirmi le membra!
Di frequente mi capita che io dica a qualcuno che sono andato a visitare un certo luogo e loro mi chiedono che luogo ovvero che città, località turistica, monumento, attrazione eccetera e io ribatto no, niente di tutto ciò, e descrivo un posto come questo qui sotto…
…e i miei interlocutori esclamano sorpresi: «Sei andato lì? Ma non c’è niente, lì!»
Così io, di nuovo, rispondo: proprio per quello ci sono andato, perché lì non c’è “niente” ma in realtà c’è tantissimo, a capire che c’è!
Ma non capiscono del tutto, credo.
(L’immagine è tratta da qui, e il luogo ritratto non è affatto casuale.)
[Panorama della città di Tokyo – cliccateci sopra per ingrandirla. Foto di Yodalica, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte Wikimedia Commons.]Una delle questioni che a volte emergono nelle varie discussioni sulla pandemia in corso, anche al netto delle inesorabili vacuità al riguardo, è come molte persone avrebbero (condizionale d’obbligo) riscoperto la maggior salubrità delle zone meno urbanizzate e antropizzate rispetto alle città e agli ambiti a densità abitativa elevata che, nel contesto di un’epidemia di massa, rappresentano quelli a maggior rischio, di conseguenza riconsiderando i piccoli paesi in campagna e sui monti – quelli dai quali si è fuggiti a lungo, soprattutto dalla seconda metà del Novecento – come luoghi di vita e residenza i quali, a fronte di minori servizi in loco, senza dubbio offrono una generale maggior tranquillità – anche sanitaria, appunto.
Posto che ci sia da capire se effettivamente, dalle nostre parti, quella che ho qui rapidamente riassunto sia un’autentica tendenza demografica e socioculturale oppure se sia un mero fuoco di paglia dettato dalla situazione emergenziale in corso e dalle reazioni emotive che ne conseguono, certamente fa impressione constatare che il più grande agglomerato urbano al mondo, quello di Tokyo, ha ormai quasi raggiunto i 40 milioni di abitanti[1] – in pratica, una città che da sola fa due terzi dell’intera popolazione dell’Italia! – concentrati su una superficie pari a quella del Trentino-Alto Adige (che di abitanti ne fa quaranta volte meno).
Impressionante, appunto, e pure inquietante, per quanto sia evidente che un tale addensamento di individui generi inevitabili e varie problematiche (sociali, economiche, ecologiche, ambientali, sanitarie, eccetera) anche senza pandemie di sorta. D’altro canto, il continuo aumento degli addensamenti urbani un po’ ovunque sul pianeta rimarca come certe tendenze apparentemente contrarie siano in realtà fenomeni solamente ipotetici e del tutto effimeri, aventi qualche influenza negli ambiti locali ove si manifestano ma scompaiono letteralmente su scale maggiori. E nemmeno certe importanti valutazioni riguardanti la necessità della riscoperta delle aree marginali e dei territori meno urbanizzati per una migliore qualità di vita generale oltre che per una necessità dettata dai cambiamenti climatici – penso a Luca Mercalli e a uno dei suoi più recenti libri, per citare un esempio affine alla situazione italiana – temo potranno contrastare quella continua incessante concentrazione demografica nei centri urbani sempre più trasformati in megalopoli tentacolari, inquinate, rumorose, sempre più roventi in forza del riscaldamento globale, ricolme di non luoghi e di conseguente alienazione sociale pur a fronte (forse) di PIL cospicui – si veda qui sotto:
Eppure tutto questo, dal mio punto di vista, esorta vivamente noi che di territori ancora poco antropizzati e urbanizzati ne abbiamo a disposizione (in verità ve ne sono ovunque e altrove più di qui, ma qui abbiamo a disposizione i necessari strumenti culturali per apprezzarne compiutamente la presenza), a salvaguardarli sotto ogni aspetto, a difenderne la fondamentale dimensione vitale, a comprenderne l’inestimabile valenza culturale e antropologica. Se pure tali territori diventassero in qualche modo “città” – ed è inutile rimarcare che è già successo di frequente, questo, e nel caso sia accaduto è proprio dove si è smarrita la comprensione e la cognizione del valore di quei luoghi – perderemmo un’imprescindibile via di salvezza nei confronti di un futuro altrimenti demograficamente degradato e inesorabilmente caotico. E, personalmente, non credo proprio che un buon futuro per il nostro pianeta, in ottica umana, sarà proporzionale ai numeri indicati nella tabella lì sopra. Anzi.
P.S.: le due infografiche qui pubblicate le ho tratte da questo articolo – estremamente interessante in tema di futuro delle città – di “Artribune”.
[1] Il dato riprodotto nella tabella che pubblico, preso da qui, è peraltro inferiore rispetto a quello riportato da Wikipedia, che registra 38.140.000 abitanti; ma secondo quest’altra tabella la Grande Area di Tokyo avrebbe già superato i 40 milioni.
[…] Thomas Stearns Eliot scriveva che esiste un “provincialismo del tempo” che fa credere che tutto sia sempre stato così come noi lo vediamo nell’epoca in cui viviamo. Nello scrivere la guida, per sfuggire a questo tipo di “provincialismo”, cercheremo di fare in modo che appaiano evidenti agli occhi del lettore le più significative trasformazioni che la dorsale ha conseguito nel tempo e non solo: avremo addirittura la presunzione di tracciarne un virtuoso sviluppo futuro che sarà possibile solo se il lettore si lascerà coinvolgere nella riscrittura della storia del territorio. Come? Semplicemente percorrendo il cammino con attenzione e cura nei riguardi di tutto e tutti, acquisendo la consapevolezza del suo valore e di quello dei “tesori” che offre, acquistando cibo o altri prodotti nati sulla montagna o nelle vallate che dalla dorsale fluiscono verso la pianura.
Anche da lontano si possono scorgere, sparsi come manciate di perle sui crinali, contrade e borghi abbandonati negli anni Sessanta del secolo scorso, quando gli abitanti vennero incantati dagli scaltri pifferai magici del boom economico. Quasi sempre le strade tracciate per portare benefici alle montagne sono diventate vie di fuga da una vita troppo dura per reggere il confronto con quello che stava succedendo al piano e con gli agi che la vita laggiù sembrava offrire. Oggi, fortunatamente, alcuni di questi borghi stanno cominciando a rinascere sfruttando al meglio le innovazioni tecnologiche e la rivoluzione informatica che ha mostrato la capacità di sovvertire i fenomeni di degrado economico, culturale e sociale del quale le terre alte hanno sofferto per decenni, anche in forza di un turismo del tutto dissociato dal loro contesto storico. Finalmente le statistiche segnalano un lieve incremento legato in molti casi a giovani che mostrano non soltanto di voler ancora sognare, ma che stanno mostrando di saper tradurre il sogno di una vita più legata alla Natura in una realtà quotidiana sostenibile e consapevole.
È un processo di importanza fondamentale, questo, perché l’identità dei luoghi montani, e di un territorio così profondamente vissuto come quello percorso dalla DOL in particolare, vive della vita delle genti che li abitano e non solo facendone una mera residenza ma sapendo intessere una relazione intensa e armoniosa, il cui valore si riflette poi negli abitanti stessi e nel loro essere testimoni consapevoli e preziosi della bellezza dei monti su cui vivono. […]
(Dall’introduzione della Guida “Dol dei Tre Signori” alla Dorsale Orobica Lecchese, uno dei territori montani più spettacolari delle Alpi lombarde: per saperne di più cliccate sull’immagine oppure qui.)