Sfaticati e pigri in vetta

Presto o tardi le ere eroiche dell’esplorazione delle montagne avranno fine come quelle dell’esplorazione del pianeta stesso e il ricordo dei celebri scalatori si trasformerà in leggenda. Una dopo l’altra, tutte le montagne delle contrade popolose saranno state scalate; sentieri facili, poi strade carrozzabili verranno costruite dalla base alla vetta per facilitarne l’accesso anche agli sfaticati e ai pigri; si faranno brillare mine tra i crepacci dei ghiacciai per mostrare ai curiosi la struttura del cristallo; ascensori meccanici verranno installati sulle pareti dei monti un tempo inaccessibili e i “turisti” si faranno issare lungo muraglie vertiginose, fumando un sigaro e chiacchierando di pettegolezzi.

(Élisée ReclusStoria di una montagna, Tararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.154; 1a ed.1880.)

Insomma: già quasi un secolo e mezzo fa Reclus – non a caso una delle menti più brillanti della modernità – aveva intuito perfettamente la sorte che avrebbero subìto numerose località alpine: quella di diventare dei luna park montani per orde di “turisti” (si notino le virgolette) sfaccendati e comunque assai poco interessati alle montagne e al loro valore. Eppure, nonostante il tono già beffardo con il quale il grande geografo francese disquisiva del fenomeno, segnalandone così tutta la folle assurdità, in 140 anni nulla si è fatto per contenerne il dilagare, anzi, lo si è reso e imposto come qualcosa di “necessario per il bene della montagna” – approfittando poi della pandemia da Covid-19 per peggiorare ancor più la situazione.

Solo negli ultimi tempi si sta cominciando a comprendere quali danni abbia causato ai monti questo modus operandi, tuttavia c’è ancora chi persevera nell’attuarlo, decantandone “l’opportunità” solo per nascondere dietro di essa i propri bassi tornaconti e assicurarsi sempre nuovi contributi pubblici (basta constatare quello che è stato fatto e che sta accadendo nelle Dolomiti, per i recenti Mondiali di Sci e soprattutto delle Olimpiadi del 2026). Un po’ come scriveva Reclus, questo modo di agire sta facendo diventare anche la montagna un “pettegolezzo”: qualcosa di futile, vuoto di senso, buono per il momento e da consumarsi in tal senso e infine inutile. Forse perché, come sosteneva Walter Bonatti, la montagna insegna a non barare, a essere onesti con se stessi e con quello che si fa: cioè, insegna tutto quello che gli individui che hanno trasformato i monti in orribili e insensati divertimentifici alpini solo per fare soldi non impareranno mai.

Le “Baite Filosofiche” di Lecco

Dal 27 luglio all’1 agosto 2021 la città di Lecco diventa una delle protagoniste italiane ed europee della riflessione teorico/pratica sulle città del futuro, le 100 Smart Cities, un programma lanciato dalla Commissione Europea a dicembre 2020. 100 Smart Cities prevede un percorso sperimentale che attualmente coinvolge quattro aree di altrettante macroregioni europee: i QTP (Quartieri Terzo Paradiso) di Lecco, appunto, il dipartimento della Seine-Saint-Denis a Parigi, il Mendrisiotto in Canton Ticino e lo Smart Dublin, quartiere sperimentale di Dublino.

Nell’ambito dell’area di Lecco, punti nodali (materiali e immateriali) sono le “Baite Filosofiche” un progetto di “rigenerazione urbana” attraverso il pensiero – o, per meglio dire, il ripensamento – di un’area interna alla città di Lecco, che si articola lungo un orizzonte temporale decennale (2021-2030) nel corso del quale il pensiero filosofico contemporaneo innerverà lo specifico obiettivo di sperimentare modelli di coesione sociale e sviluppo economico sostenibile attraverso la cultura, l’arte e il cibo come fattore di aggregazione e di attrattività. Le “Baite Filosofiche” rappresentano un momento per la messa a terra delle riflessioni sul futuro delle città e dei territori, per la loro connessione su tematiche come quelle delle reti del cibo, delle sperimentazioni sul benessere e la cura, sullo sviluppo economico, del lavoro, dell’educazione che porta le comunità a riconoscere e definire nuovi percorsi di sviluppo.

Inoltre, aggiunto io, mi piace molto che un tale progetto di ripensamento urbano possa avvenire in una città “alpina” come Lecco, legata a multiplo filo con le montagne che la circondano e non solo in forza della lunga e celeberrima storia alpinistica locale. Anzi, a fronte di questa, la relazione della città con i propri monti è sempre stata e continua a essere problematica, sfilacciata, a volte (?!) poco consapevole dell’enorme potenziale culturale, sociale e non di meno economico che offre (offrirebbe) all’intero comprensorio cittadino. Chissà che il festival delle Baite Filosofiche, che peraltro si terrà proprio in alcuni luoghi sopra la città e a ridosso dei monti d’intorno, dunque in ambiente, come si dice, non possa rappresentare l’input per un risveglio e una rivitalizzazione di quella relazione urbano-montana così fondamentale e altrettanto necessaria proprio per lo sviluppo futuro di Lecco e del suo territorio.

Cliccate sull’immagine della locandina del festival, lì sopra, per scaricarla in un formato più grande e per ritrovarvi ogni informazione utile, oppure cliccate qui.

Le pietre che si muovono sui monti

Uno degli elementi geografico-geologici più singolari e affascinanti, oltre che premonitori, presenti sulle montagne è sicuramente il rock glacier, o ghiacciaio di pietre, un corpo detritico costituito da pietre a spigoli vivi legate in profondità da permafrost, nell’insieme caratterizzato da forma lobata o a lingua del tutto simile a quella dei ghiacciai, da numerose strutture di flusso sulla superficie nonché da fianchi e fronti molto ripide, e che non di rado conserva al suo fondo (ovvero a profondità di almeno 10 metri) un nucleo di ghiaccio vivo. Una definizione italiana del passato rende bene la particolarità e il fascino di questi corpi, ovvero pietraie semoventi: sì, perché proprio come i ghiacciai queste grandi masse di detriti, se ancora attive, si muovono verso valle a ritmi variabili dal centimetro al metro circa per anno in modi assimilabili a quelli dei ghiacciai.

Nelle montagne italiane si contano circa 1.500 rock glaciers sulle Alpi e una trentina sugli Appennini, dei quali circa un quinto attivo e dunque «semovente». Ed è in effetti parecchio emozionante trovarsi al cospetto di queste allungate lingue di pietra sapendo che, impercettibilmente ma incessantemente, da secoli o millenni si stiano muovendo, come enormi e placide creature litiche che conservino al loro interno un cuore di ghiaccio pulsante la propria geologica vitalità, in grado nel tempo di modificare l’aspetto di un territorio e al contempo di preservarne la memoria glaciale.

Il settore delle Alpi Retiche è particolarmente ricco di rock glaciers – l’alta Valtellina, ad esempio – ma numerosi territori alpini risultano ancora poco esplorati in tal senso. Una zona che personalmente conosco bene, peraltro tra le più interessanti per la sua esposizione a Sud, è quella della Cima di Malvedello, sovrastante la bassa Valtellina e Morbegno. Nella conca chiusa a Nord dall’irregolare costiera del monte ve ne sono diversi di apparati (si veda l’immagine qui sopra), dei quali uno assolutamente significativo: a passarci vicino, sul terreno, non risultano granché evidenti, sembrando più delle ordinarie gande o dei meri corpi franosi (fotografie qui sopra), ma se si sale verso le elevazioni circostanti ovvero ci si fa aiutare dalle immagini satellitari ricavabili sul web, diventano palesi, soprattutto la lunga lingua del rock glacier occidentale che pare proprio un ghiacciaio, nella forma e negli evidenti segni di movimento – i lobi arcuati in successione e le relative fronti, indicati nella mia elaborazione grafica qui sotto – soltanto fatto di pietre, ancorché ormai inattiva (ma forse ancora conservante del ghiaccio al suo interno, chissà).

Raffigurazione 3D (da Google Earth) della conca sottostante la Cima del Malvedello e del ben visibile rock glacier occidentale.
Evidenziazione del flusso di colata del rock glacier occidentale di Malvedello.
Dettaglio di alcuni dei numerosi lobi di colata, che indicano il movimento del rock glacier.

Ecco: i rock glaciers non sono soltanto elementi interessanti e affascinanti dal punto di vista geomorfologico ma, materialmente, ci stanno mostrando oggi come potrebbero diventare le nostre montagne domani, una volta che la maggior parte dei ghiacciai si sarà estinta in forza dei cambiamenti climatici in corso – ecco perché all’inizio di questo testo ho scritto che sono anche elementi “premonitori”. Nonostante la loro origine sia legata alle caratteristiche climatiche degli ambienti periglaciali, dunque freddi, la trasformazione che stanno subendo i territori alpini oltre una certa quota, con le variazioni del clima e la deglaciazione in corso sta probabilmente creando le condizioni per la metamorfosi delle zone ex glaciali in aree ospitanti rock glaciers. Dunque, l’aspetto che presenta oggi un territorio come quello sottostante la citata Cima del Malvedello e il paesaggio che ne possiamo elaborare, facilmente rappresentano il futuro – visivo, estetico, geografico, culturale, eccetera – di numerose altre aree montane in quota con il quale le prossime generazioni dovranno convivere e creare una nuova (ovvero diversa da quella odierna) relazione antropologica.

Per saperne di più, sulle affascinanti ed emblematiche «pietraie semoventi», oltre alle nozioni principali che trovate sulle solite enciclopedie on line potete consultare questi documenti: Pompeo Casati, I ghiacciai di pietre (rock glaciers), e Mauro Guglielmin, Rock glaciers ed altre forme periglaciali. Oltre che, naturalmente, andare a scoprirli e vederli in loco, nel loro così particolare ambiente montano.

P.S.: le immagini fotografiche presenti nell’articolo sono ricavate dal sempre interessante sito web “Paesi di Valtellina”, curato da Massimo Dei Cas. Cliccateci sopra per visitare la fonte originale.

Gli chalet “svizzeri”

[Foto di TeeFarm da Pixabay.]

L’avvento del turismo alpino ha gradualmente modificato la relazione diretta delle comunità con i propri territori. L’immaginario urbano ha colonizzato progressivamente la mentalità degli abitanti, introducendo forme del costruire ispirate a modelli di «tipicità», pensati secondo rappresentazioni della montagna del tutto idealizzate. Tali espressioni «ideal-tipiche» di costruzioni montane, etichettate come «alpine», sono diventate sempre più disfunzionali nei confronti del vivere, dell’abitare e del lavorare in montagna. Esse hanno contribuito ad alimentare lo stereotipo dell’architettura alpina generando tipologie cristallizzate che fanno spesso riferimento al mimetismo, al finto tirolese degli erker (bovindi) o al finto vallesano degli chalet svizzeri.

(Annibale Salsa, I paesaggi delle AlpiUn viaggio nelle terre alte tra filosofia, natura e storia, Donzelli Editore, 2019, pagg.139-140.)

[Foto Di Vouliagmeni, opera propria, CC BY-SA 4.0, da commons.wikimedia.org.]
Foto sopra: chalet “svizzeri” in Svizzera; foto sotto: chalet “svizzero” in… Galles!

Be’, quest’estate, se andrete in vacanza sulle Alpi o sulle montagne un po’ ovunque nel mondo e ciò che vedrete vi verrà presentato come “tipico”, oppure già lo credete tale per nozione convenzionale ormai assodata, sappiate che non sempre, anzi, che raramente è così. Già.

 

Le radici di un’identità

Agli esploratori di paesaggi (“paesaggi”, ribadisco, non solo territori) come me segnalo un’interessante iniziativa, e una relativa serie di eventi, promossa dalla Comunità Montana Valtellina di Sondrio: Riabitare le corti di Polaggia, una mostra itinerante nel nucleo storico del borgo situato presso Berbenno di Valtellina, con visite guidate alle tracce memoriali presenti nel borgo e ad alcune ipotesi di sua trasformazione realizzate dagli studenti del Politecnico di Milano.

Il tutto nell’ambito di “Le radici di un’identità”, un progetto di ricerca applicato al territorio attraverso il quale i Comuni del Mandamento di Sondrio si mettono in rete e assumono un ruolo attivo nel riportare alla luce le radici delle proprie comunità, tra Preistoria e Medioevo. Il che mi pare un’iniziativa assai significativa di rivalorizzazione dell’identità culturale dei territori abitati, elemento immateriale fondamentale dell’essenza del luogo ovvero la carta d’identità del Genius Loci – un tema che, lo sapete bene, mi è molto caro e propongo spesso, qui.

Potete avere tutte le informazioni sull’evento di Polaggia e sul progetto “Le radici di un’identità” cliccando sulle immagini relative, sopra e sotto.