Mi pare sia una solita legge all’italiana: a fronte di alcune cose buone, il testo presenta mancanze, dimenticanze, palesa una scarsa conoscenza della realtà montana nazionale e manifesta verso di essa ben poca sensibilità. Difetti che, nel complesso, rischiano di rendere inefficaci anche i «passi avanti» proposti.
Al riguardo mi trovo molto d’accordo con il comunicato che la Cipra Italia – delegazione italiana della Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi – ha emesso, che riporta le considerazioni sulla legge di Vanda Bonardo, presidente di Cipra Italia; lo vedete lì sopra (cliccatelo per scaricarlo in pdf). Soprattutto concordo su quanto rimarcato circa la sostanziale mancanza di una chiara visione sull’assetto istituzionale dei comuni montani: è la solita e ormai cronica mancanza di rappresentatività politica delle montagne e delle loro comunità, che evidentemente continuano a essere considerate dalle istituzioni come territori e cittadinanze di secondaria importanza, non meritevoli di una strategia di sviluppo strutturata e realmente efficace nonché ritenute incapaci di gestire la governance delle proprie montagne.
Tutto molto significativo, emblematico e d’altro canto per nulla nuovo, ribadisco.
Alla politica italiana, che governa le istituzioni pubbliche, delle montagne non interessa granché, e tanti dei problemi che oggi affliggono le comunità di montagna nascono proprio da questa trascuratezza di ormai lungo corso. Ne siano consapevoli, quelle comunità e, per quanto possibile, agiscano di conseguenza.
[Marzia Verona con alcune delle sue capre. Foto di Anna Ravizza, Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2021.]Così scrive l’amica scrittrice e pastoraMarzia Verona in un post sulla sua pagina Facebook del 3 luglio scorso:
Rileggendo i commenti al post di ieri sulle “aree interne” (lo trovate qui, e si riferisce all’articolo che vedete nell’immagine – n.d.L.), mi sono soffermata su un paio di considerazioni.
«Il problema siamo noi montanari che non siamo uniti…», «il problema è che nemmeno più a chi è di qui interessa la salvaguardia del territorio […] il resto è disinteresse e “piccole guerre” di paese. E qui non c’entra il governo ma la testa delle persone purtroppo».
Così scrivono due persone, abitanti in regioni diverse, in aree che conosco bene. Ma non c’è bisogno di andare a cercare chissà dove, queste situazioni le viviamo quotidianamente sulla nostra pelle. Non c’è da scomodare la politica europea, neanche quella nazionale, ma neppure quella regionale o comunale. Molti dei problemi che ci toccano da vicino vengono da diatribe di vicinato, quando non addirittura famigliari, da guerre dei poveri tra chi pratica lo stesso mestiere. Uno ti porta via l’acqua, l’altro ti soffia l’alpeggio, l’altro ancora si accaparra i tuoi prati, i tuoi pascoli. E a te crolla addosso il mondo, ti tocca buttar via i sacrifici e le fatiche di una vita, ti passa ogni entusiasmo, non basta nemmeno più quella famosa passione per andare avanti…
Marzia Verona descrive una situazione che a mia volta ho constatato un po’ ovunque sulle nostre montagne, comprese quelle dove vivo – e ciò non significa che accada solo in montagna, ma certo che la si debba constatare in territori particolari e delicati come quelli montani nei quali è fondamentale – per cui spesso elogiato, invocato o rimpianto – il senso di comunità e una spiccata mutualità del modus vivendi collettivo, al fine di mantenerli antropologicamente vivi, è un fatto parecchio significativo. Spesso sostengo – provocatoriamente ma non troppo – che in certi casi i primi “nemici” delle montagne sono i montanari che le abitano ben più che i forestieri, chiunque essi siano e qualsiasi cosa facciano, e ciò che intendo è (anche) proprio quello che Marzia ha descritto brevemente ma efficacemente.
[Vallone di Rui a Bellino, Val Varaita (Cuneo), settembre 2015.]Una situazione del genere così comune sulle montagne italiane, che ovviamente potrebbe (e dovrebbe) suscitare considerazioni molto articolate quanto parecchio lunghe da esporre qui, trovo di poterla analizzare più rapidamente attraverso due chiavi di lettura fondamentali, di segno opposto – o forse non così tanto.
La prima: quei comportamenti “anticomunitari”, da homini homini lupus delle terre alte, al netto degli interessi personali e degli egoismi del momento temo siano anche il frutto di quello sfarinamento ormai di lungo corso dell’identità culturale delle genti di montagna e della loro relazione con i luoghi abitati e lavorati. Un fenomeno perfettamente descritto da Annibale Salsa in quel fondamentale libro che è Il tramonto delle identità tradizionali, il cui sottotitolo efficacemente recita Spaesamento e disagio esistenziale nelle Alpi: ecco, proprio questo spaesamento e il conseguente disagio esistenziale credo possano rappresentare una delle cause (forse la causa?) di quei comportamenti, conseguenza dell’applicazione prolungata di modelli economici, sociali e culturali incongruenti con i territori alpini che hanno finito per generare numerosi cortocircuiti nelle comunità di montagna, nelle relazioni sociali interne e in quelle verso i territori, con il risultato di una rottura della citata, pragmatica mutualità vitale quotidiana e dell’assuefazione a modus vivendi di ispirazione metropolitana, malamente imitati anche perché, come detto, per nulla consoni alla dimensione socio-antropologica montana. Una situazione che si potrebbe recuperare rielaborando la necessaria consapevolezza circa il senso di comunità e il corrispondente legame collettivo tra le genti di montagna e i territori abitati, così da ridare forza anche all’identità culturale dei luoghi quale elemento di unità consapevole tra i membri della comunità in primis e subito dopo tra la stessa comunità e le sue montagne.
[Capre al pascolo presso Petit Fenis, Nus (Aosta), maggio 2025.]La seconda chiave di lettura: a fronte di quanto ho appena rimarcato, temo che non di rado vi sia uno specifico, mirato interesse della politica locale a fare in modo che questa situazione di scollamento comunitario e di alienazione venga mantenuto e pure per certi versi alimentato, perché in fondo funzionale a evitare l’invero fondamentale interlocuzione con le comunità nel caso di interventi particolarmente importanti sui territori che vadano a modificare in maniera sensibile le geografie, il paesaggio, le modalità di fruizione delle risorse, i relativi beni ecosistemici. Senza una consapevole visione unitaria della comunità riguardo se stessa e i propri territori viene meno la potenziale massa critica che possiede la forza di interloquire con le istituzioni rivendicando il diritto democratico naturale alla partecipazione nella loro gestione, soprattutto posta la grave carenza di rappresentanza politica dei territori montani ai livelli politico-istituzionali superiori. Ed avendo la politica sostanzialmente abbandonato da tempo i territori di montagna e i montanari a loro stessi, con i loro problemi irrisolti e i bisogni insoddisfatti, è facile (e per certi versi inesorabile) che essi smarriscano il senso di comunità e finiscano per sentirsi in diritto (senza in effetti comprenderlo pienamente) di agire innanzi tutto per il proprio interesse individuale, senza più pensare al portato delle proprie azioni su loro stessi in quanto comunità e sui territori nei quali vivono ma, come detto, senza più un’autentica relazione culturale.
In tal caso, cioè per risolvere questa situazione e dopo aver recuperato un consapevole senso di comunità, come rimarcato poc’anzi, è necessario rivendicare il diritto all’interlocuzione con le istituzioni e alla rinascita di una vera rappresentatività civica e politica della comunità, in modo da invertire il senso del rapporto conseguente tra cittadinanza e amministratori – non più l’ente politico che impone cose e decisioni alla comunità (una cosa molto poco affine alla democrazia, a ben vedere e a dispetto del consenso elettorale) ma la comunità che propone e indirizza il lavoro del primo – facendone di nuovo, finalmente, la manifestazione più compiuta e riconosciuta della vita comunitaria nel territorio abitato, della quale ogni residente è membro attivo e accreditato i cui diritti hanno pieno valore quando contestuali alla dimensione locale.
[Fienagione a Cogne (Aosta), luglio 2016.]In fondo, quando i montanari si palesano come i primi nemici delle loro montagne, è in verità la manifestazione di un’ostilità non compresa tanto quanto dannosa verso se stessi più che verso le montagne – le quali, inutile dirlo, restano del tutto indifferenti alle cose umane (anche in caso di interventi all’apparenza particolarmente devastanti) e le supereranno inesorabilmente. Chi non si cura delle proprie montagne non ha cura di se stesso, di chi ha intorno e della comunità della quale fa parte – e ne fa indissolubilmente parte, seppur non se ne renda conto o lo trascuri. Come scrive Marzia Verona, si tratta di «guerre tra poveri» che li renderanno ancora più poveri fino a che non ci sarà più nulla di materiale o immateriale per cui guerreggiare: le montagne saranno ancora lì, come detto, ma i loro abitanti non sapranno più abitarle e perché farlo. Penso sia una prospettiva che sarebbe bene non provare mai, nemmeno per errore o per qualche stupido atteggiamento egoistico.
(Tutte le immagini qui presenti sono tratte dalla pagina Facebook di Marzia Verona.)
Turismo oggi significa soprattutto consumo, intrattenimento, distruzione, superficialità e velocità; e la sua pratica è diventata talmente disciplinata e concentrata da essere talvolta più fonte di stress che di benessere. Spesso i turisti globali non sono interessati all’anima e alla storia del luogo che visitano, bensì vi si recano solo per fotografare e collezionare esperienze, sgomitando nervosi fra tante altre persone che si trovano nella stessa destinazione per lo stesso motivo, attratte dalle tendenze dei social più che da reali desideri. Mettersi in mostra online e poter affermare di averlo fatto è ormai diventato più importante del viaggio stesso. Invece, la fine del turismo e la nuova ecologia degli spazi del tempo libero possono significare la nascita di nuove forme di vacanza più educate, rispettose, lente, limitate e gestite; nelle quali il viaggio è lungo e fa parte dell’esperienza, e la meta non è un luogo da consumare e immortalare sullo schermo dello smartphone, bensì un territorio da osservare e conoscere nella sua complessità e in cui confrontarsi con l’altro, inteso come una cultura diversa dalla propria. ln questo modo la vacanza può diventare per tutti uno spazio di rigenerazione, benessere e arricchimento del sé, che si tratti di una città storica o di un ambiente naturale. Ciò si può accompagnare a una rivendicazione dell’ozio e del riposo, altrettanto importanti nella prospettiva della maggiore quantità di tempo libero da conquistare.
Già, dice bene Alex Giuzio in questo passaggio del suo ottimo e illuminante libro (che ho avuto la fortuna di presentare lo scorso giugno a Oltre il Colle con l’autore): ma la vacanza per come ci viene venduta e imposta dai modelli turistici contemporanei, è veramente una vacanza? Oppure è solo una messinscena, una finzione che siamo indotti a recitare, una circostanza artificiosa ovvero la riproposizione dei conformismi e dei cliché del nostro modus vivendi quotidiano, soltanto modulati in altre forme per ingannarci al riguardo? E se fosse anche per ciò che molta parte del turismo oggi proposto fosse “insostenibile”? Perché non è sostenibile che si possa realmente considerare “turismo” nel senso buono del termine?
Forse anche questi aspetti del tema in questione andrebbero finalmente analizzati e compresi meglio, se si vorrà elaborare un’evoluzione dei modelli turistici veramente virtuosa e benefica per i territori, le comunità che li abitano e i vacanzieri che li frequentano.
A leggere le ultime novità riguardanti il celebre e famigerato nuovo comprensorio sciistico tra Colere e Lizzola, sulle Prealpi Bergamasche, per come vengono riferite dalla stampa locale (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere l’articolo relativo), si fatica a capire se ci si trovi di fronte a un testo satirico, a una gara a chi la spara più grossa, a una pura e semplice farneticazione indotta da chissà quali sostanze oppure a un ben preciso piano di devastazione dell’intero territorio tra le due località pur di ricavarci più tornaconti possibile.
Nuovi impianti oltre a quelli già previsti, nuove piste, infrastrutturazione di ulteriori aree naturali tutelate, cementificazione alberghiera, con conseguente lievitazione dei costi previsti di 70 milioni di Euro, dei quali 50 pubblici, a cifre ben maggiori (facilmente oltre i 100 milioni) e un generale, spaventoso menefreghismo per i territori montani coinvolti, la loro bellezza, l’ambiente naturale e le comunità residenti. Il tutto, per costruire un comprensorio privo di capacità concorrenziali con quelli ben più grandi e importanti sulle Alpi lombarde, in una zona nella quale tra non più di 15 anni non nevicherà più e nemmeno ci saranno le temperature per sparare e conservare al suolo la neve artificiale (scommettiamo?) e in un territorio che avrebbe bisogno di ben altre pianificazioni politiche e economiche per supportare realmente le comunità che vi risiedono.
È ormai inutile, oltre che ipocrita, ricordare che se non si realizza tale scriteriato progetto c’è il rischio che «il comprensorio di Lizzola chiuda per sempre»! Chiuderebbe comunque nel giro di qualche anno e di contro il rischio veramente grave è che per sempre vengano devastati ampi territori sui monti della zona compromettendone la bellezza, l’ambiente, l’ecosistema oltre che l’attrattività turistica, al contempo distruggendone definitivamente il tessuto economico e sociale.
[Il “masterplan” iniziale del progetto sciistico tra Lizzola e Colere.]I promotori del progetto stanno continuamente dimostrando di fregarsene bellamente del futuro di questi territori, interessandosi solo ai tornaconti del loro progetto, dunque è bene che siano le comunità residenti, gli abitanti, i villeggianti abituali tanto quanto quelli occasionali e chiunque abbia a cuore queste montagne, a chiedersi: è questo che serve ai territori coinvolti? È veramente ciò di cui hanno bisogno le comunità per continuare a vivere tali territori e a costruire in essi il proprio futuro? Nella realtà che stiamo vivendo, con sempre meno neve e temperature sempre più alte, è lo sci l’economia turistica più adatta a montagne come quelle dell’alta Valle Seriana e della Valle di Scalve? E che ne sarà dei territori, della loro bellezza, dei paesi, dei servizi, della loro vivibilità, se un progetto del genere venisse realizzato, con la sua promessa di decuplicare le presenze turistiche nei weekend per poi generare la più triste desertificazione nel resti della settimana? Cosa si pensa, che sia tale forma di turismo massificato a ondate intermittenti quella che permette di ottenere i servizi di base per le popolazioni residenti in loco?
[La situazione della neve sulle piste di Colere a inizio dicembre 2024.]Bisogna sempre farsi domande su ciò che ci accade intorno – o potrebbe accadere nel futuro – cercando di trovare le risposte più valide e sensate possibili. E dalle domande che sorgono nella conoscenza del progetto sciistico tra Colere e Lizzola e dei suoi sviluppi, si genera una risposta che compendia tutte le altre: si tratta di una assurda, devastante follia che, se realizzata, metterà definitivamente in ginocchio quei territori.
Oh, ma ovviamente ci sarà qualcuno che da tutto ciò ci guadagnerà e anche molto, probabilmente, alle spalle di chiunque altro e, soprattutto, delle (ancora per il momento) meravigliose montagne seriane e scalvine. Siamo veramente disposti a lasciare che ciò avvenga? A svendere queste montagne per il tornaconto di pochi? Pensiamoci, è veramente il caso di farlo. E da subito.
N.B.: grazie di cuore a OrobieVive, al Collettivo “Terre Alt(r)e” e in particolar modo ad Angelo Borroni, per il costante lavoro di monitoraggio e analisi che stanno facendo al riguardo.
Lo sci, in questa stagione sta diventando un problema, la neve si scioglie al sole primaverile e praticare questo sport diventa una vera impresa. È un discorso che si sente fare spesso, ma non corrisponde alla verità, almeno in buona parte. Ormai, anche in piena estate, chi vuole praticare gli sport della neve può trovare l’ambiente ideale senza affrontare disagi di sorta.
Sembra di leggere un testo scritto secoli fa, vero? Invece la locandina è della seconda metà degli anni Sessanta (la funivia che da Madesimo raggiunse il Pizzo Groppera venne aperta nel 1964) e in così poco tempo le montagne hanno subìto, e stanno subendo, un cambiamento che non a caso viene definito “epocale”, in forza dell’evoluzione sempre più rapida e problematica della crisi climatica. Addirittura, quella che non era ritenuta una verità plausibile, cioè il fatto che non si potesse sciare anche d’estate, sta diventando l’esatto opposto, cioè che si possa ancora sciare in inverno.[1] Se ci pensate bene, pure al netto delle evidenze legate alla crisi climatica e alla trasformazione dei paesaggi montani, è qualcosa di veramente incredibile, quasi paradossale se non fosse così oggettivo, così reale. È un capovolgimento culturale profondo del quale probabilmente non siamo in grado di cogliere l’esatto portato, anche per la realtà in costante divenire: lo consideriamo ancora alla stregua di una curiosità, un evento bizzarro al quale tutto sommato si può ancora prestare poca attenzione, visto che per il momento la nostra vita quotidiana prosegue più o meno come prima e, al proposito, a sciare ci si può ancora andare. Solo per poche settimane all’anno e a volte grazie alla neve “finta” sparata dai cannoni, certo, mentre un tempo si iniziava ovunque a novembre e si finiva sui ghiacciai in ottobre per ricominciare subito dopo.
D’altro canto, se non stiamo capendo consciamente ancora molto di quello che sta succedendo, ancora meno possiamo capire che allo stesso modo nel quale il paesaggio esteriore si sta modificando – le montagne restano verdi anche in inverno, i ghiacciai scompaiono lasciando il posto a vaste pietraie, i colori che lo sguardo coglie nei panorami hanno molti meno bianchi e più toni opachi – sta cambiando anche il paesaggio interiore, quello che ci portiamo dentro e rappresenta il riflesso del mondo che abbiano intorno con il quale interagiamo anche solo semplicemente standoci. La nostra presenza nei luoghi che abitiamo o frequentiamo, anche solo per poche ore, si esplica in una relazione di tipo culturale che contribuisce a farci percepire il paesaggio (il quale è un costrutto, come diceva Lucius Burckhardt: una cosa che esiste nel momento in cui viene concepita), del quale noi stessi siamo parte. Dunque, il capovolgimento suddetto va ad agire su questa nostra relazione culturale, stravolgendola di conseguenza e pressoché inevitabilmente, finendo per modificare anche la nostra identità referenziale nel momento in cui si attiva tale relazione. Per dirla in breve: se cambia il paesaggio esteriore, cambiando quello interiore, cambiamo anche noi stessi e tutto avviene senza che, probabilmente, ce ne rendiamo conto.
[Gli skilift che fino agli anni Ottanta del Novecento servivano il versante nord del Pizzo Groppera, sulle cui piste fino ad allora si poteva sciare spesso anche in estate. Nelle immagini sopra: alcune vedute dello stesso Pizzo Groppera dal versante di Madesimo e da quello della Val di Lei.]Quella locandina delle funivie di Madesimo, in buona sostanza, è come una fotografia di come eravamo (noi, non il luogo) sessant’anni fa grazie alla quale possiamo – e a mio parere dobbiamo – cercare di capire quanto siamo cambiati da allora, sia per ragioni naturali e sia per motivi indotti, incidentali, artificiosi, meditandoci sopra. In fondo, se allora si poteva sciare anche d’estate sul Groppera e oggi non più è il problema minore: ciò che conta è tutto il resto e noi che ci stiamo dentro, è il paesaggio che è noi e noi che siamo il paesaggio. E se non vediamo, trascuriamo o non capiamo quanto profondamente sta cambiando, e dunque come parimenti stiamo cambiando noi, be’, allora sì abbiamo un bel problema. Bello cioè brutto, certamente.
[1] È curioso notare che fino a qualche tempo fa il Pizzo Groppera era considerata una montagna molto adatta a ospitare un ghiacciaio. Al riguardo in un rapporto glaciologico del 1931 si può leggere che «In questi ultimi tempi è scomparso il Ghiacciaietto del Pizzo Groppera (m. 2948) riportato ancora sulle carte dell’I..G.M. e nella guida del C.A.I. Al suo posto v’è un discreto nevaio. La morena freschissima non alberga ancora un filo di erba. Ora è da osservare che il Groppera, nel versante settentrionale, ch’è quello della Val di Lei, ha condizioni più atte alla conservazione di un ghiacciaio che non il Carden (dorsale poco distante nela zona del Pizzo Ferré e del suo ghiacciaio, un tempo assai vasto e tutt’oggi presente anche se in fortissima riduzione – n.d.L.)».