Sabato pomeriggio

Sabato pomeriggio, ore 17. Laggiù in città è l’ora di punta dello shopping settimanale, mi posso immaginare l’affollamento delle vie sulle quali s’affacciano i negozi e vedo l’intenso traffico in entrata e in uscita dal centro, con le auto in coda sulle strade principali. Il rumore giunge fin quassù dove stiamo io e Loki e ammetto che un poco mi disturba, mi dà fastidio che questo luogo così bello, placidamente quieto e capace di regalare vedute tanto spettacolari, veda intaccata la propria amenità da quel rumore di fondo, inevitabile, anche comprensibile ma non per questo meno spiacevole. D’altro canto, tale sensazione viene ben bilanciata dal sottile piacere di restarmene qui, ai margini del silenzio e dell’ombra accogliente del vecchio castagneto che ammanta questo versante del monte, sotto un cielo che sa già di primavera nonostante la brezza quasi fredda che fluisce da Settentrione, vicino nella distanza ma lontanissimo nella mente dal caos cittadino, a godermi questi attimi di preziosa tranquillità che, a ben vedere, sono tra le poche cose che mi rendono sopportabile il gran rumore laggiù. Da quassù di più, però.

Ritornare a Vallombrosa

[Immagine tratta da toscana.info, l’originale è qui. Cliccateci sopra per ingrandirla.]

Alfin la spiaggia di quel mar di foco
L’Arcangelo afferrata, i suoi sconvolti
Battaglioni appellò; deformi e guaste
Angeliche sostanze. E qual d’autunno
Galleggiano affollate in Vallombrosa
Sul cristallo dei rivoli le foglie,
Ove in arco salenti ameni intrecci
Fan l’etrusche boscaglie.

[John Milton, Il Paradiso Perduto, 1a ed. 1667, Libro I, 299-304.]

Ma la Vallombrosa remota
è tutta di violette
divina, apparita in un valco
che tra due colli s’insena
ah sì dolce alla vista
che tepido pare e segreto
come l’inguine della Donna
terrestra qui forse dormente,
onde quest’anelito esala.

[Gabriele D’AnnunzioLaudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi, 1a ed. 1667, Libro primo: Maya – Laus Vitae.]

[Foto di Filippo Masoni, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Vallombrosa è uno dei più bei luoghi di tutto l’Appennino ed è tra quelli che, avendolo visitato tanti anni fa e dunque del quale conservo un ricordo non troppo definito, mi ha piantato in testa e nell’animo visioni e impressioni assolutamente fascinose, di luogo sospeso, incantato, quasi avvolto da una dimensione onirica e leggendaria – soprattutto in forza delle sue meravigliose foreste, suppongo, ma per l’aura mistica esalata dalla celebre abbazia. Ero troppo giovane, ai tempi, per  godere della sensibilità di percepire nel profondo l’anima del luogo e tutta la forza del suo paesaggio, ma nonostante ciò ricordo di aver afferrato, per come potevo, l’incanto del luogo, la sua energia attrattiva, la magia virente che lo contraddistingue e lo rende così particolare, al punto da aver affascinato nei secoli numerosi letterati (lì sopra cito due tra i più celeberrimi), artisti, musicisti e, naturalmente, innumerevoli viandanti.

Mi piacerebbe molto ritornarci, ora, magari in un momento di quiete, senza la presenza di turisti e di altri eccessivi “disturbi”, per riconnettermi con il luogo e ascoltare le narrazioni, chissà quante, che il suo Genius Loci mi saprà raccontare. Spero di poterlo fare presto, ecco.

Molte delle testimonianze di personaggi famosi che hanno visitato Vallombrosa le potete trovare nel volume Vallombrosa 1638-1866: tracce di viaggiatori del Grand Tour, di Ilvo Santoni e Nicola Wittum, pubblicato da Edizioni Polistampa di Firenze nel 2014: lo trovate qui.

 

Contro il malvivere della nostra società

Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà…Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

[Mario Rigoni SternUomini, boschi e api, Einaudi, Torino, 1999, nota dell’autore all’edizione tascabile, pag.VI; 1a ediz. 1980.]

Lo so, questo è una dei brani più citati in assoluto del grande scrittore di Asiago: ma perché lo è? E perché non è affatto ridondante riproporlo? Be’, dal mio punto di vista, perché le parole di Rigoni Stern sono di quelle che non solo col passare del tempo non perdono nulla del loro valore, ma anzi ne guadagnano continuamente, sembrando sempre più consone al presente che viviamo. Anche se sono di più di quarant’anni fa, già: e ciò dovrebbe farci ancor più riflettere su di esse.

N.B.: cliccando sull’immagine lì sopra potete leggere la personale “recensione” di Uomini, boschi e api.

 

Quando si abbattono i grandi alberi

[Il Ficus macrophylla dei Giardini Garibaldi nel centro di Palermo, considerato l’albero più grande d’Europa. Foto di Carlocolumba – Galleria Fotografica Siciliana, CC BY-SA 3.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

«Il continuo abbattimento dei plurisecolari e maestosi “alberi padre”, Patriarchi della Natura, nei boschi, nelle campagne e persino nei viali e nei parchi cittadini, costituisce un “crimine ecologico” che non può avere giustificazione di sorta, e questo proprio nel momento in cui ogni Paese del mondo riscopre il valore inestimabile dei “Patriarchi verdi” sul piano non solo naturalistico, ma anche economico, sociale e culturale.»

(Franco Tassi, Alberi Sacri, citato in Tiziano Fratus, Alberi Millenari d’Italia, Gribaudo – Idee Editoriali Feltrinelli, 2021, pag.26.)

Quante volte leggiamo notizie che riferiscono del taglio, nei nostri paesi e nelle nostre città, di grandi alberi per far posto a nuovi parcheggi, strade o cantieri d’ogni genere! E spesso le amministrazioni pubbliche coinvolte rispondono dicendo che i tagli previsti sono “inevitabili”  e verranno compensati dalla messa a dimora di tot nuove piante, rivendicando che alla fine saranno più quelle nuove di quelle abbattute. Va bene, la risposta è nel principio anche apprezzabile, se seguita da fatti concreti e interventi ben fatti (cosa non automatica, dalle italiche parti). Il problema però è un altro: è il tagliare certi alberi che non sono alberi come altri ma autentici e fondamentali pezzi di paesaggio, marcatori referenziali (magari da secoli) di luoghi e punti di interesse socioculturale per la città, elementi identitari che determinano l’immagine e la percezione di un angolo cittadino addensando su di sé l’intera storia vissuta in loco. Sono “Patriarchi verdi” tanto quanto urbani, capaci di aver trovato nel tempo un equilibrio ecosistemico (pur circoscritto) con l’ambiente antropico e urbano d’intorno e con tutta la territorializzazione lì realizzata. Ma ancor più, ribadisco, sono creature con le quali il luogo nel tempo ha intessuto una relazione di natura geoidentitaria e culturale, magari pure spirituale oltre che affettiva: eliminare tali alberi da questi luoghi significa in qualche modo eliminare i luoghi stessi e il loro vissuto nel tempo. Se ne crea uno nuovo, di “luogo”, magari non più brutto ma certamente diverso e sicuramente meno vitale – o potrei dire meno vivo, cioè poco o per nulla dotato di evidente, percepibile vitalità come quella che un grande albero sa trasmettere a chiunque se lo trovi davanti agli occhi e nella propria visione del paesaggio locale.

Ha ragione Tassi: il taglio di un grande albero è quasi sempre la manifestazione di un crimine ecologico e pure culturale, sociologico, ambientale e paesaggistico, tanto più che non di rado questi tagli potrebbero essere tranquillamente evitati con meno intransigenza e più intelligenza da parte dei progettisti e degli uffici tecnici. Opporsi a tali azioni è un atto di senso civico, di difesa del paesaggio e di salvaguardia identitaria del luogo e della sua vivibilità. E non ultimo, di protezione della sua bellezza – la bellezza che i grandi alberi manifestano ovunque vivano e suscitano in noi.