Una presenza inattesa

[Pieter Kluyver (1816-1900), “Alberi nella tempesta di vento”, olio su tela, collezione privata.]
Qualche sera fa io e Loki, il mio segretario personale a forma di cane, vaghiamo in una valletta boscosa racchiusa tra due nette dorsali montuose, sopra casa, che ne conformano una morfologia a V pressoché perfetta e vi racchiudono una quiete pregevole. In alto la valle adduce a un’ampia sella che si apre verso settentrione su un’altra e più ampia vallata nonché verso orizzonti alpini assai vasti nei quali si può scorgere buona parte delle Alpi Occidentali.

Nel mentre che siamo lì sul fondovalle a litigare, come al solito, su quale direzione prendere al fine di vagabondare con consono piacere (a volte abbiamo visioni differenti al riguardo), d’improvviso cominciamo a percepire un rumore basso, sordo, che viene da oltre i crinali montuosi sovrastanti. Il rumore cresce sempre più, si fa ampio, fremente, sembra quello d’un aereo a reazione che a momenti stia per apparire da dietro quei crinali ad una quota particolarmente bassa, tuttavia alziamo (più io che Loki) lo sguardo verso l’alto ma sullo sfondo della volta stellata non vediamo alcun aereo ovvero nessuna luce che ne identifichi uno.

Qualche istante dopo, con il rumore che ormai avvolge il cielo visibile sopra di noi, notiamo che le fronde alte degli alberi d’intorno cominciano a ondeggiare, ad un ritmo univoco e costante, non intenso ma abbastanza vivace da sommare tale fragore armonico esteso a tutta la valle a quello celeste… fino a che pure al livello del terreno, ove io e Loki stiamo, giunge chiara la risposta al quesito che l’improvviso e così “denso” rumore ci aveva posto: nessun aereo a reazione o altro oggetto volante più o meno identificato, ma nel momento appena descritto è giunto e scivolato nella vallata dove eravamo il vento da Nord, il Föhn o Favonio. È stato veramente come se, in modo inatteso, ne avessimo avvertito e poi percepito la presenza improvvisa, la massa in movimento come un’onda d’aria, consistente e vibrante ma senza essere travolgente, che in pochi attimi ha avvolto il luogo e animato l’intero paesaggio continuando oltre, e ne avessimo vissuto da dentro il momento esatto della sua manifestazione.

Certo, niente di straordinario, anzi, un fenomeno che ovunque sui monti –  e da me in particolare, in forza della morfologia montana locale – accade decine di volte nella stagione fredda. Però è stato bello coglierne in quel modo la manifestazione, almeno per lo scrivente («Ascoltare il vento dispensa dalla poesia, è poesia» ha scritto Cioran); sì, perché il segretario Loki, invece, salvo qualche attimo di svagata attenzione dedicata al fenomeno, ha continuato a dedicarsi alle sue cose da cani, già.

Ultrasuoni #9: The Jam, News Of The World

Vi sono gruppi musicali che non sono così sulla bocca di tutti, in quanto a notorietà, e i loro album non sono reputati capolavori celeberrimi come quelli di altre band, eppure li ascolti e ti rendi conto quanto invece siano (stati) influenti e seminali per la musica degli anni successivi. È il caso – secondo me – dei The Jam, autentica icona britannica del punk meno sovversivo e antisistema e più (consentitemi una tale mediocre contraddizione) “politically correct”, guidati dall’altrettanto monumento nazionale Paul Weller (sì, quello degli Style Council, sempre lui) e invero meno conosciuti all’estero ma, appunto, capaci di influenzare molta parte della musica rock di matrice punkeggiante almeno dei successivi tre decenni, al contempo recependo al meglio la lezione musicale e artistica del periodo precedente. Ascoltatevi un pezzo come News Of The World, ad esempio: da una parte vi ritrovate dentro i migliori The Who, Stooges o gli MC5, dall’altra riconoscerete le basi – per fare altri nomi al riguardo – del brit pop di Oasis e Blur così come di certo Scandinavian  rock alla The Hives, ma pure di parecchia produzione pop “elettrica” degli anni ’80.

Poi, ribadisco, altre loro cose mi entusiasmano meno, ma quando si sono messi d’impegno Weller e soci hanno veramente impresso una traccia tutt’oggi evidentissima lungo il grande sentiero del rock, che merita altrettanta grande considerazione.
Cliccate sull’immagine in testa al post per saperne di più sui The Jam e Paul Weller.

Comunisti vs Goldrake!

Si dice spesso che la crisi sempre più profonda – al punto da farsi ormai funerea o quasi – della carta stampata venga da lontano ed è sicuramente vero, per molteplici motivi.

Certo è che un po’ “in crisi” lo erano, nella redazione de “L’Unità”, già nel 1979, come dimostra bene il trafiletto qui accanto (era il 30 dicembre, pagina 8). Forse era il periodo nel quale, ormai smascherata e quindi gioco forza accantonata la passione per la leggendaria antropopedofagìa comunista, non restava loro che accanirsi con irrefrenabile acredine (il giudizio circa “la infima qualità tecnica dell’animazione” è impagabile!) su altre cose ad essa in qualche modo concernenti, giusto per tentare di tener testa a quel diffuso luogo comune. Fatto sta che – forse oggi ne converranno, quei redattori – se “L’Unità” ha potuto continuare la sua gloriosa storia e poi assai meno gloriosamente terminarla un paio di decenni dopo la pubblicazione di quel trafiletto, è anche grazie alla preziosa opera di difesa da parte di Goldrake del pianeta Terra e dei terrestri – redattori de “L’Unità” inclusi, dunque – dai tentativi di invasione delle malvagie truppe di Vega.

Ecco.

(Grazie all’amico Cristiano Calori per l’indiretta ispirazione.)

Grandi città, grande problema

[Panorama della città di Tokyo – cliccateci sopra per ingrandirla. Foto di Yodalica, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte Wikimedia Commons.]
Una delle questioni che a volte emergono nelle varie discussioni sulla pandemia in corso, anche al netto delle inesorabili vacuità al riguardo, è come molte persone avrebbero (condizionale d’obbligo) riscoperto la maggior salubrità delle zone meno urbanizzate e antropizzate rispetto alle città e agli ambiti a densità abitativa elevata che, nel contesto di un’epidemia di massa, rappresentano quelli a maggior rischio, di conseguenza riconsiderando i piccoli paesi in campagna e sui monti – quelli dai quali si è fuggiti a lungo, soprattutto dalla seconda metà del Novecento – come luoghi di vita e residenza i quali, a fronte di minori servizi in loco, senza dubbio offrono una generale maggior tranquillità – anche sanitaria, appunto.

Posto che ci sia da capire se effettivamente, dalle nostre parti, quella che ho qui rapidamente riassunto sia un’autentica tendenza demografica e socioculturale oppure se sia un mero fuoco di paglia dettato dalla situazione emergenziale in corso e dalle reazioni emotive che ne conseguono, certamente fa impressione constatare che il più grande agglomerato urbano al mondo, quello di Tokyo, ha ormai quasi raggiunto i 40 milioni di abitanti[1] – in pratica, una città che da sola fa due terzi dell’intera popolazione dell’Italia! – concentrati su una superficie pari a quella del Trentino-Alto Adige (che di abitanti ne fa quaranta volte meno).

Impressionante, appunto, e pure inquietante, per quanto sia evidente che un tale addensamento di individui generi inevitabili e varie problematiche (sociali, economiche, ecologiche, ambientali, sanitarie, eccetera) anche senza pandemie di sorta. D’altro canto, il continuo aumento degli addensamenti urbani un po’ ovunque sul pianeta rimarca come certe tendenze apparentemente contrarie siano in realtà fenomeni solamente ipotetici e del tutto effimeri, aventi qualche influenza negli ambiti locali ove si manifestano ma scompaiono letteralmente su scale maggiori. E nemmeno certe importanti valutazioni riguardanti la necessità della riscoperta delle aree marginali e dei territori meno urbanizzati per una migliore qualità di vita generale oltre che per una necessità dettata dai cambiamenti climatici – penso a Luca Mercalli e a uno dei suoi più recenti libri, per citare un esempio affine alla situazione italiana – temo potranno contrastare quella continua incessante concentrazione demografica nei centri urbani sempre più trasformati in megalopoli tentacolari, inquinate, rumorose, sempre più roventi in forza del riscaldamento globale, ricolme di non luoghi e di conseguente alienazione sociale pur a fronte (forse) di PIL cospicui – si veda qui sotto:

Eppure tutto questo, dal mio punto di vista, esorta vivamente noi che di territori ancora poco antropizzati e urbanizzati ne abbiamo a disposizione (in verità ve ne sono ovunque e altrove più di qui, ma qui abbiamo a disposizione i necessari strumenti culturali per apprezzarne compiutamente la presenza), a salvaguardarli sotto ogni aspetto, a difenderne la fondamentale dimensione vitale, a comprenderne l’inestimabile valenza culturale e antropologica. Se pure tali territori diventassero in qualche modo “città” – ed è inutile rimarcare che è già successo di frequente, questo, e nel caso sia accaduto è proprio dove si è smarrita la comprensione e la cognizione del valore di quei luoghi – perderemmo un’imprescindibile via di salvezza nei confronti di un futuro altrimenti demograficamente degradato e inesorabilmente caotico. E, personalmente, non credo proprio che un buon futuro per il nostro pianeta, in ottica umana, sarà proporzionale ai numeri indicati nella tabella lì sopra. Anzi.

P.S.: le due infografiche qui pubblicate le ho tratte da questo articolo – estremamente interessante in tema di futuro delle città – di “Artribune”.

[1] Il dato riprodotto nella tabella che pubblico, preso da qui, è peraltro inferiore rispetto a quello riportato da Wikipedia, che registra 38.140.000 abitanti; ma secondo quest’altra tabella la Grande Area di Tokyo avrebbe già superato i 40 milioni.

Il privilegio dell’arte

[Foto di Jan Ehnemark, pubblico dominio; fonte qui.]

L’arte non è, ai miei occhi, un appagamento solitario. È il mezzo per smuovere la maggior parte degli uomini offrendo loro un’immagine privilegiata dei dolori e delle gioie comuni.

(Albert Camus, dal discorso proferito in occasione della consegna del Premio Nobel per la Letteratura, 1957. Citato in Davide Vago, Sartre e il Giano bifronte del passe’ compose’, sul “Notiziario della Banca Popolare di Sondrionr.142, aprile 2020.)