Le comunità alpine devono riconquistare dignità e centralità politica

Vedo con piacere che sabato 18 marzo scorso la piazza Dibona di Cortina si è gremita di cittadini per l’evento “Riprendiamoci Cortina – ne riferisce anche Pietro Lacasella* su “Alto-Rilievo/Voci di montagna” il quale rimarca come così tanta gente si sia lì riunita non solo per rendere pubblica la propria opposizione alle più impattanti opere previste per le Olimpiadi del 2026 – a partire dalla ormai famigerata nuova pista di bob – ma anche per chiedere che le necessità dei residenti non continuino ad essere messe in secondo piano rispetto “agli interessi dei foresti”, denunciando che mentre servizi essenziali per gli equilibri comunitari si vanno via via riducendo, vengono investiti centinaia di milioni di euro nelle opere previste per Milano-Cortina 2026 le quali, in certi casi, appaiono a forte rischio di degrado post-olimpico, con conseguente e inevitabile degrado del territorio montano locale. Un territorio che rappresenta un patrimonio di valore inestimabile per tutti fuorché, evidentemente, per i propugnatori delle opere olimpiche, pronti a sacrificare la bellezza del paesaggio ampezzano pur di conseguire i propri tornaconti e farsi propaganda sui soliti palcoscenici mediatici.

Posto tutto ciò, trovo l’adunanza pubblica di Cortina particolarmente emblematica proprio nel suo rimarcare la necessità di rimettere al centro di qualsiasi iniziativa d’ogni genere, che possa e debba essere realizzata nei territori montani, le comunità che abitano quei territori, i loro bisogni e le necessità fondamentali, il loro benessere generale, la cura e la qualità dei servizi ecosistemici e dei beni comuni peculiari del territorio in questione, nell’evidenza lampante che il turismo migliore e più proficuo possibile per tutti, in zone paesaggisticamente pregiate e particolarmente delicate come quelle montane, lo si può sviluppare innanzi tutto dove venga garantito il benessere degli abitanti e sostenuta la relazione più positiva possibile con le loro montagne.

Oggi invece pare che non di rado l’industria turistica, sia essa sciistica o meno, purtroppo tenda a asservire totalmente le montagne sulle quali sviluppa il proprio business e chiunque le abiti ai propri bisogni e obiettivi, anche quando questi risultino fin troppo impattanti (non solo ambientalmente) e sostanzialmente avulsi dal luogo. In tal modo montagne e montanari diventano ostaggi della monocultura turistica imperante – che sovente è quella dello sci, appunto – la quale fa tabula rasa della dimensione socioeconomica e culturale del luogo e generando, in forza della realtà che stiamo vivendo e del futuro che ci aspetta, le condizioni ideali per una potenziale decadenza dell’intero territorio e della sua comunità, alienata dal proprio paesaggio (nel senso antropologico del termine) e resa incapace di sostenersi senza la presenza del turismo.

Quanto sta accadendo in vista delle Olimpiadi invernali del 2026 rende particolarmente evidente la situazione appena descritta, non solo a Cortina ma pure nelle altre località deputate allo svolgimento delle gare e in Valtellina soprattutto, come racconta bene il libro di Luigi Casanova Ombre sulla neve. Non c’è alcuna considerazione, attenzione e cura verso le comunità che abitano i territori olimpici, ovvero non è prevista praticamente nessuna opera che vada a soddisfare i loro bisogni pragmatici o iniziativa che possa agevolare il benessere stanziale. I tornaconti olimpici dettano legge e assorbono la gran maggioranza dei finanziamenti pubblici, anche attraverso opere sulla cui insensatezza tutti concordano (meno quei due o tre soggetti istituzionali che le vogliono imporre, ovviamente senza aver previsto alcun confronto democratico al riguardo con gli abitanti dei luoghi interessati, appunto).

D’altro canto risulta parecchio sconcertante constatare come i suddetti amministratori pubblici, con i loro sodali, non si rendano conto di come la loro condotta, le numerose mancanze delle quali si caratterizza e il sostanziale disinteresse verso gli abitanti delle montagne interessate, fin da ora sanciscono il fallimento delle iniziative previste. Ed è un fallimento non solo economico e ambientale ma anche politico, culturale, morale, civico, etico. Il fulcro della questione non è solo ciò che si vuole fare ma come lo si vuole fare, e cosa comporta per le geografie umane che ne subiscono gli effetti ora e ancor più negli anni futuri, nonché come la loro vita quotidiana verrà modificata, deviata, probabilmente guastata, parimenti ai territori che abitano. Non è una mera questione di fare o non fare strade, impianti, infrastrutture varie o che altro, ma è la necessità di manifestare al riguardo la competenza e la responsabilità più consone possibili oltre che la visione profonda e consapevole verso il domani. Una necessità che da subito, attraverso i fatti e le parole, sancisce la bontà e l’equilibrio di uno sviluppo, per i territori in questione, che possa garantire loro e agli abitanti il futuro più proficuo e funzionale alla vita su quelle montagne. Ovvero, di contro, è una mancanza – ma d’altro canto la definirei subito una colpa – che rischia di sancirne una drammatica, inesorabile decadenza. E capire quale sia l’opzione scelta dai suddetti amministratori pubblici, a livello locale e non solo, lo si può fare – lo si deve fare ora.

Che a Cortina e altrove lo si faccia me lo auguro di tutto cuore.

*: le immagini inserite in questo post me le ha concesse Pietro che le ha attinte dalla pagina Facebook “Voci di Cortina“.

Su “Valsassina News” e su “Lecco Today”

Ringrazio di cuore le redazioni di “Valsassina News” e di “Lecco Today che nei giorni scorsi hanno ripreso le mie osservazioni in merito alla questione dello sviluppo turistico dei Piani di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco), in particolar modo mirate ai soggetti pubblici e privati locali che sostengono la necessità di realizzare una nuova seggiovia e il conseguente impianto di innevamento programmato, il tutto finanziato da soldi pubblici. Osservazioni che, al solito, non prescindono dal rispetto delle varie opinioni espresse e mirano a promuovere un confronto costante e sempre costruttivo. Per il bene di queste montagne e di chi le abita, innanzi tutto.

Per leggere i due articoli, cliccate sulle rispettive immagini e in calce troverete i relativi link.

Fare cose belle e buone, in montagna. Sulle Madonìe (Sicilia), ad esempio

Le Madonìe (in siciliano Li Marunìi) sono tra le montagne più belle della Sicilia e del Mediterraneo. Tanto poco esteso quanto ricco di angoli spettacolari e in costante vista del Mar Tirreno, il gruppo presenta le più alte vette dell’isola dopo l’Etna, sfiorando i duemila metri di quota con il Pizzo Carbonara (1979 m) che domina una morfologia parecchio variegata nonché alcune peculiarità notevoli come la faggeta di Piano Cervi, la più meridionale d’Europa. D’altro canto l’ambiente naturale delle Madonìe è talmente pregiato che la zona, il cui parco è inserito già dal 2004 nella Rete Mondiale dei Geoparchi, dal 2015 si fregia del titolo di Geoparco Mondiale UNESCO.

Nonostante ciò, anche le Madonìe non sono sfuggite al tentativo di imporre ai loro territori i modelli del turismo di massa più banalizzanti e decontestuali: la località sciistica di Piano Battaglia, pur piccola, è il frutto di quell’imposizione, dagli scopi ben più attenti al consumo del luogo che alla sua valorizzazione autentica e con la solita cronaca di pasticci finanziari, chiusure, riaperture, richiusure, soldi pubblici malamente spesi, problematiche legate al clima, eccetera: la sua storia è raccontata – succintamente ma compiutamente – nel libro Inverno Liquido di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli.

Anche per i motivi che ho appena citato, qualche anno fa un gruppo di cittadini madoniti per passione, interesse, competenze, ha deciso di impegnarsi alla promozione e sviluppo dei territori montani delle Madonie, creando un’associazione culturale che oggi si può ben indicare come un esempio mirabile e assai efficace di valorizzazione della montagna in senso generale: è Identità Madonita, nata proprio per attivare e promuovere nuovi processi di sviluppo, reti di aziende, persone e servizi dedicati non solo al visitatore ma anche ai giovani madoniti. L’associazione promuove forme di sensibilizzazione attraverso attività mirate ad accrescere la conoscenza ed il valore del territorio, a combattere lo spopolamento e attivare nuove visioni e interpretazioni del territorio locale. Inoltre usa lo sport per attivare forme di sensibilizzazione dei giovani madoniti in base al principio per il quale la conoscenza approfondita di pratiche che agevola la scoperta dei luoghi del territorio può essere potente volano di nuove forme di coscienza, di attività imprenditoriali e di attrazione, così da innescare nuovi meccanismi di sviluppo benefici per l’intero territorio.

Infine, Identità Madonita sfrutta la conoscenza dei suoi membri per promuovere e incentivare forme di reti di persone e servizi al fine di facilitare la fruizione e la coltivazione della cultura delle Madonie. Per questo tra i soci dell’associazione si trovano maestri ceramisti, agronomi profondi conoscitori delle tradizioni contadine, maestri pupari, esperti cuochi, ex componenti dei reparti speciali dell’esercito, artisti pittori, e soprattutto appassionati esperti di sviluppo locale: un ambiente umano ideale per implementarvi la collaborazione di partner commerciali accuratamente scelti per supportare la permanenza e le attività dei visitatori, i quali a loro volta possono approfittare di tale rete per scegliere servizi e aziende innanzi tutto dell’entroterra madonita ma anche della zona costiera, che ha nella cittadina di Cefalù, con la sua rinomanza turistica riconosciuta a livello internazionale, un importante e emblematico legame referenziale tra il mare e il comprensorio montano delle Madonie.

Un’esperienza veramente notevole e ammirevole, quella di Identità Madonita, che ha molto da insegnare a tante altre località montane alpine e appenniniche dalla storia assimilabile che ancora, per motivi di vario genere ma che ormai tutti conoscono bene, non riescono a liberarsi dal giogo della monocultura dello sci nonostante nulla vi sia più – in senso geografico, climatico, ambientale, economico, sociale, culturale, eccetera – nella realtà effettiva di quei luoghi che possa giustificare questo soffocante accanimento turistico. Insomma: chapeau!

(Tutte le immagini presenti nell’articolo sono tratte dalla pagina Facebook dell’Associazione Identità Maronita.)

N.B.: altre cose belle e buone fatte in montagna:

“Inverno liquido” a Lecco, altre due cose interessanti

Per “chiudere il cerchio” entro il quale si è sviluppata la serata di venerdì scorso 10 marzo a Lecco per la presentazione del libro di Maurizio Dematteis e Michele Nardelli Inverno Liquido (DeriveApprodi) e per il conseguente dibattito aperto sui temi trattati dal volume – evento che è stato unanimemente definito di rara importanza per aver messo in dialogo numerosi portatori d’interesse pubblici e privati nei confronti dei territori montani con le rispettive differenti istanze – eccovi due ulteriori contributi: il servizio trasmesso dal telegiornale di “Unica TV” e curato da Fabio Landrini, peraltro valente moderatore della serata, e il reportage al solito brillante e sagace di Cesare Canepari pubblicato su “Valsassina News”:

Ovviamente il dibattito sui temi in questione non si è risolto nella serata di Lecco, che anzi rappresenta il punto di inizio d’un percorso di costante confronto che si svilupperà sempre di più in futuro affinché – lo ribadisco nuovamente – finalmente le montagne, cuore e anima pulsanti dell’Italia ma per troppo tempo trascurate ovvero mal gestite, ritornino al centro dell’attenzione pubblica e ritrovino la loro naturale e imprescindibile dignità di interlocutori forti nel dibattito condiviso sul futuro del nostro paese.