Lo sci energivoro

Analizzando i dati di bilancio pubblicati da quattro principali comprensori della Valle d’Aosta (Pila, Monterosa, Cervino e Courmayeur), è stato calcolato in un range da 9 a 19 kilowatt/ore pro-capite il consumo energetico a giornata di ciascuno sciatore. Un calcolo che esclude comunque viaggio, albergo e altri consumi, ma che si limita a spalmare sul numero medio di biglietti paganti il consumo di energia per gli impianti e l’innevamento artificiale. E se venisse aggiunto almeno anche il gasolio degli spazzaneve fa lo stesso: basta questo calcolo approssimativo, che indica nel valore energivoro di circa dodici cicli di routine di una lavatrice il consumo medio di ogni singolo sciatore, a rendere bene l’idea del problema.

Questo è l’incipit dell’articolo di Paolo Martani Lo sci alpino è un settore troppo energivoro: a breve ‘pagheremo caro, pagheremo tutto’, pubblicato su “Il Fatto Quotidiano” il 12 febbraio scorso; cliccate sull’immagine lì sopra per leggere l’articolo nella sua interezza. È un altro contributo interessante e concreto sulla realtà del turismo sciistico contemporaneo, tanto più in questo periodo di prezzi record dell’energia: una realtà che, purtroppo, sembra diventare ogni giorno di più surreale, ecco.

Riccardo aveva ragione (pare)

[Cliccate sull’immagine, tratta dall’articolo di “Tio.ch” linkato qui sotto, per ingrandirla.]
Arrivano le prime conferme scientifiche alla previsione di Riccardo, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, il quale quest’autunno, prima di andare in letargo, mi aveva confidato che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo nei suoi ultimi scampoli (?!) si sarebbe rivelata come una delle più calde di sempre – ve lo avevo raccontato qui.

Ecco dunque quanto riporta al riguardo MeteoSvizzera, il prestigioso ente meteo-climatico elvetico, per come ne riferisce questo articolo di “Tio.ch”:

A sud delle Alpi l’inverno non è mai stato così mite e secco come quest’anno. Che sia stata una stagione anomala ce n’eravamo accorti tutti, ma ora arriva la conferma anche da MeteoSvizzera, che per analizzare l’andamento climatico può basarsi su misure sistematiche raccolte a partire dal 1864.
Nonostante manchi ancora qualche giorno alla fine dell’inverno meteorologico – che contrariamente a quello astronomico comprende i mesi di dicembre, gennaio e febbraio -, tenendo conto delle previsioni per i prossimi giorni si possono già trarre le prime conclusioni sulla stagione che sta per concludersi e inquadrarla da un punto di vista climatologico. A sud delle Alpi l’inverno 2021/22 terminerà con una temperatura media di 1.8°C superiore alla norma 1991-2020, mentre il totale di precipitazione sarà inferiore a un quarto del valore normalmente atteso, più precisamente risulterà pari al 22% di esso. In passato una stagione invernale mite e asciutta come quella che si sta per concludere non era mai stata registrata. […]

Attendo ulteriori comunicazioni sulla questione, ora che la fine dell’inverno è ormai prossima, ma fin d’ora credo, come avevo già scritto nel mio articolo sopra linkato, che il riccio Riccardo, ovvero il suo istinto animale che chissà quali percezioni sfuggenti a noi umani coglie le proprie informazioni, finirà per avere ragione. Purtroppo.

Il futuro dello sci, in breve

Ci si ritrova spesso a discutere – tra addetti al settore, professionisti della montagna, studiosi di vario genere, appassionati – intorno al futuro del turismo dello sci, quello che per convenzione “istituzionalmente” stereotipata e mediaticamente imposta viene considerato “il” turismo della montagna invernale ovvero l’economia ineluttabile di essa, ma di contro che appare per vari motivi e sotto diversi punti di vista claudicante, se non già in stato comatoso. Poi, alle riflessioni che scaturiscono da tali dibattiti, di qualsiasi genere esse siano, a volte si aggiungono dati sui quali invece c’è ben poco da discutere. Come quelli indicati nella tabella sottostante, che ho trovato in questo articolo di “Swissinfo.ch” (cliccateci sopra per ingrandirla):

Ecco: nell’ottica del futuro dello sci su pista e rispetto alla realtà di fatto della montagna del presente e degli anni prossimi, ragionando grossolanamente ma fondatamente, posti tali dati possiamo considerare che il costo di produzione di un metro cubo di neve artificiale varia dai 2 Euro (clic) ai 5 Euro (clic); dunque le stazioni sciistiche italiane, che essendo sul versante Sud delle Alpi (pur con esposizioni locali apparentemente favorevoli) in genere stanno subendo maggiormente le conseguenze dei cambiamenti climatici – non a caso devono produrre più neve artificiale, come la tabella dimostra – sono costrette a sostenere al riguardo spese quasi doppie rispetto alle località svizzere e quasi triple rispetto a quelle francesi. Oltre a tutto il resto, e  denotando che i costi suddetti sono riferiti al periodo precedente l’attuale che, come sappiamo tutti, sta registrando aumenti dei costi energetici mai riscontrati prima, con inevitabili ricadute sulle attività in questione e sui bilanci delle società di gestione, già da anni alquanto disastrati e puntellati da risorse pubbliche.

Dunque, la domanda (ri)sorge spontanea per l’ennesima volta: dove sta andando a finire lo sci su pista? O forse è ormai più corretto chiedere: come sta andando a finire?

La previsione del riccio

[Foto di Alexas_Fotos da Unsplash.]
Riccardo*, il riccio (Erinaceus europaeus) che frequenta abitualmente il mio giardino di casa, quest’autunno, prima del letargo, mi aveva detto che a suo parere la stagione invernale allora prossima e che ora stiamo vivendo sarebbe stata designata come una delle più calde di sempre. Lì per lì io avevo pensato che esagerasse, che fosse un tanto per dire, mi chiesi che ne poteva sapere al riguardo visto che in quel momento l’inverno era ancora lontano. Poi, nelle settimane seguenti, c’ho riflettuto sopra, e ho convenuto che nei confronti della pur strabiliante tecnologia umana atta al rilevamento e all’elaborazione dei dati climatici, sensori, satelliti, software eccetera, l’istinto animale ha ancora qualcosa in più, forse. Dunque ora sono curioso di leggerli, quei dati scientifici, quando a fine inverno verranno diffusi, per scoprire se Riccardo aveva ragione oppure no. Anche se qualcosa mi dice che sì, ce l’ha. Già.

*: sì, ovviamente c’è un motivo per il quale si chiama così.

 

La morte di un lago

[Foto di Staecker, opera propria, pubblico dominio, fonte: commons.wikimedia.org.]

Come muore un lago? Non è certo una domanda che uno si fa abitualmente. Eppure qui, a Moynaq, hai l’impressione che questa sia una domanda che tanti si sono posti ben più di una volta nella vita. Se potessi andare a chiedere in giro a chi ha più di trentacinque anni, tutti avrebbero una mezza idea e qualche spiegazione. Ma non si possono far domande. Appena ho tirato fuori la macchina fotografica in mezzo al paese, accanto alla stazione dei bus, si è accostata un’auto con due figuri in borghese che ci hanno messo poco a farmi capire che no, meglio non fotografare. Meglio non chiedere come muore un lago. Del resto chi è giovane invece l’acqua non l’ha mai vista, ha sentito solo i racconti.
Dall’inizio degli anni Ottanta Moynaq non è più una citta rivierasca. Dalla scarpata di quello che una volta era il lungolago non si vede nulla di azzurro. Solo sabbia e polvere. Il lago d’Aral, il quarto specchio d’acqua dolce (non troppo dolce) più grande del mondo, oggi è un deserto di polvere salata. E allora per spiegare il perché del disastro dell’Aral torna utile il verso di un poeta uzbeko senza nome, che viene citato da Colin Thubron in uno dei suoi libri sull’Asia centrale: «Quando Dio ci amava ci donò l’Amur Darya. Quando smise di amarci di mandò gli ingegneri russi».

(Tino Mantarro, Nostalgistan. Dal Caspio alla Cina, un viaggio in Asia centrale, Ediciclo Editore, 2019, pagg.55-56.)

Nel suo Nostalgistan, Tino Mantarro racconta anche dell’assassinio del Lago d’Aral, uno dei più grandi e sconcertanti disastri ecologici e ambientali mai causati dall’uomo sul pianeta, un evento di quelli che mettono seriamente in dubbio la fondatezza del titolo di “civiltà” che il genere umano s’è attribuito. Ora l’Aral è lì, sotto gli occhi del mondo, con tutto il suo carico di morte, di desolazione e di forza ammonitrice: ma alla fine sanno (sapranno) imparare, gli uomini, da un errore pur così gigantesco?

Potete leggere di più sulla storia e la morte del Lago d’Aral qui, mentre qui potete vedere una significativa presentazione slide su quanto è accaduto. C’è da rimarcare il fatto che dai primi anni Duemila è in corso un tentativo di salvataggio almeno parziale del bacino e del suo ecosistema naturale, in verità sostenuto più da varie organizzazioni internazionali che dai governi locali: se ne parla qui.