Un’opera che farà di Bormio un posto piuttosto sgradevole

(A Bormio) un referendum abrogativo poteva decidere le sorti di un’opera pubblica fortemente divisiva tra la popolazione bormina e non solo. Il paesaggio della piana dell’Alute, quello che vediamo quando usciamo dall’ultima galleria della Statale 38, che ammiriamo dalla cima di Monte Scale, non è un patrimonio ambientale esclusiva disponibilità dei bormini, ma dell’intero arco alpino. L’Alute è il migliore biglietto da visita di un territorio che fa del turismo il motore della propria economia. La realizzazione della tangenzialina investe le coscienze di chi ha a cuore la salvaguardia dell’ambiente. Quell’opera è un simbolo negativo di come si intende valorizzare un territorio. Un modello turistico vecchio, superato, di un’equazione, più strade meno traffico. Una scelta in contraddizione ad un turismo sostenibile che fa del patrimonio ambientale, paesaggistico un valore fondante nella scelta delle località in cui trascorrere le vacanze. Una scelta che non tiene in considerazione, i cambiamenti climatici, la crisi nei prossimi decenni dello sci, come core business turistico di Bormio. Con questa tendenza dell’innalzamento delle temperature, nemmeno la neve artificiale reggerà ai cambiamenti climatici. Gli esperti parlano con maggiore frequenza della crisi del modello della neve. Allora che senso ha una infrastruttura che viene realizzata proprio in funzione di un evento olimpico invernale? Il fascino della conca di Bormio, dell’Alute è un simbolo di come l’agricoltura di montagna nei secoli ha plasmato e conservato un territorio facendolo diventare un paesaggio che contribuisce al valore turistico della magnifica terra. Credo che nel Consiglio comunale si sia scritta una pagina triste della partecipazione democratica.

Questo è un brano tratto da un lungo articolo di Angelo Costanzo che dà conto del rifiuto opposto dal Consiglio Comunale di Bormio alla richiesta di un referendum popolare per decidere la realizzazione o meno della cosiddetta tangenzialina dell’Alute, una delle opere apparentemente secondarie nel piano delle infrastrutture per le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 ma nell’idea che la sostiene tra le più inutili, deprecabili e impattanti, per come il nuovo stradone sostanzialmente distruggerebbe la piana dell’Alute, ultima area a vocazione agricola della conca di Bormio, storicamente e tradizionalmente vocata a ciò nonché – come scrive Costanzo – meraviglioso biglietto da visita paesaggistico per chi giunga a Bormio dalla Valtellina e da Milano. Una strada che si vuole imporre come opera al servizio del turismo sciistico (e già solo per questo insensata perché inutile) ma che in realtà puzza lontano chilometri di prossime conseguenti lottizzazioni immobiliari ovvero consumo di suolo e cementificazioni, che degraderebbero non solo la zona ma, per quanto sopra detto, cancellerebbero la stessa identità culturale della conca bormina asservita definitivamente alle più bieche logiche politiche, commerciali e finanziarie nascoste dietro il paravento olimpico. Probabilmente anche per questo il Consiglio Comunale di Bormio ha negato il diritto referendario agli abitanti sulla questione: per la palese ipocrisia del progetto e l’evidente paura di un possibile diniego popolare alla tangenzialina, o forse perché, pur essendo del posto, i consiglieri favorevoli all’opera concepiscono la montagna come un luogo da cementificare, asfaltare e rendere il più possibile vendibile ai migliori offerenti, che siano turisti danarosi, immobiliaristi, imprenditori, faccendieri o altre figure del tutto aliene alla dimensione della montagna, pur di ricavarci qualche buon tornaconto. Alla faccia delle montagne sulle quali abitano, dei loro concittadini e della bellezza assoluta del paesaggio locale.

Potete leggere l’articolo di Angelo Costanzo nella sua interezza cliccando qui (ma la trovate anche pubblicata e commentata su “Il Dolomiti”) e lo ringrazio di cuore per aver citato nel testo alcune mie considerazioni in tema di salvaguardia del paesaggio. Invece per saperne di più sulla famigerata nuova opera bormina potete visitare il sito web del Comitato “Bormini per l’Alute” qui.

N.B.: quest’anno la tangenzialina dell’Alute ha fatto anche “guadagnare” a Bormio la “Bandiera Nera” di Legambiente «Per la decisione di portare avanti progetti vecchi che prevedono investimenti importanti sulla viabilità della Valtellina, in assenza di un vero piano della mobilità regionale, solo in vista dei cospicui finanziamenti previsti per l’imminente appuntamento olimpico» – questa la motivazione. Per saperne di più cliccate qui.

Trova le differenze: Aprica

P.S. (Pre Scriptum): questa serie di post vi offre immagini comparative di località montane che ne mostrano l’aspetto prima dello sviluppo turistico e come appare oggi. Attenzione: non c’è alcun sottofondo critico o polemico alla base, in fondo non è scontato che un tempo i luoghi fossero meglio di ora e viceversa. Semmai, l’intento delle immagini è mostrare la trasformazione dei territori e dei paesaggi montani a seguito dell’evolversi della loro antropizzazione, nel bene e nel male. Ognuno può trarne le considerazioni che ritiene più opportune.

Nelle immagini: Aprica, provincia di Sondrio, tra Alpi Orobie e Alpi Retiche Meridionali. Sopra, intorno agli anni Trenta del Novecento, sotto com’è oggi (cliccateci sopra per ingrandirle). La freccia indica su entrambe la posizione della Chiesa Parrocchiale dei Santi Pietro e Paolo, come riferimento utile a comprendere meglio la visione.

La storia dell’uomo nel culto dei monti

All’origine dei tempi storici tutti i popoli, fanciulli dalle mille teste ingenue, guardavano così verso le montagne; vi scorgevano le divinità, o almeno i loro troni che si mostravano o si nascondevano di volta in volta, sotto il mutevole velo delle nubi. A queste montagne facevano risalire quasi tutti l’origine della loro razza; vi ponevano la sede delle loro tradizioni e leggende; vi contemplavano, inoltre, nel futuro l’avverarsi delle loro ambizioni e dei loro sogni; di là doveva sempre discendere il salvatore, l’angelo della gloria o della libertà. Tanto importante era il ruolo delle alte vette nella vita delle nazioni che si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti; sono come grandi pietre miliari, situate ad ampi intervalli sulla via dei popoli in cammino.

(Élisée ReclusStoria di una montagnaTararà Edizioni, Verbania, 2008, pag.131; 1a ed.1880.)

A proposito di conoscenza della montagna, che il nuovo collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt sul quale ho scritto stamattina dice di voler promuovere, e della montagna per eccellenza, ovvero proprio il Cervino/Matterhorn attorno al quale il suddetto collegamento corre, rileggo il brano lì sopra di Reclus e, in tema di culti dei monti fondativi per la vita delle nazioni ai loro piedi, penso al “culto” fondamentale del quale oggi viene reso (s)oggetto il Cervino/Matterhorn, ben evidenziato dalle icone lì sopra riprodotte (una minima parte di quelle citabili).

Reclus scrisse – a fine Ottocento, si badi bene – che «si potrebbe narrare la storia dell’umanità attraverso il culto dei monti» ovvero la storia della comunità umana che vive alla base di certi monti: be’, direi che pure nel caso del Cervino/Matterhorn ha avuto ragione, da qualche giorno ancora di più. Ecco.

Nelle immagini, (cliccateci sopra per ingrandirle): il Cervino/Matterhorn “celebrato” su una nota barretta al cioccolato, un’attrazione di Disneyland, un dolcificante per caffè, una marca di filtri per l’acqua, un deodorante per il corpo, un gin e un pacchetto di sigarette.

La nuova funivia tra Cervina e Zermatt: un “dato di fatto” e una “bugia di fatto”

[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch.]
Il nuovo collegamento funiviario “Matterhorn Alpine Crossing” tra Zermatt e Cervinia, enfaticamente inaugurato lo scorso 30 giugno, oltre ai tanti temi riguardanti la presenza e l’impatto di un’infrastruttura del genere in alta montagna, dei quali si può leggere un po’ ovunque, sulla stampa e sul web, si porta pure appresso due altre cose, ovvero un dato di fatto e una bugia di fatto, entrambe ineluttabili.

Parto da questa seconda: nei vari articoli dedicati al nuovo collegamento funiviario si legge che permette a tutti di «conoscere la montagna, capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri e vedere le tre pareti del Cervino, la sud, la est e la nord da vicino, standosene comodamente seduti». Un’affermazione palesemente ossimorica se non proprio grottesca: come si possa «capire cosa vuol dire vivere a 3.500 metri» – posto che nessuno sulle Alpi vive a tale quota e chi lo fa altrove, sui monti di altre parti del mondo, vive in condizioni imparagonabili a quelle alpine – «standosene comodamente seduti», come se si fosse sul bus di un sightseeing tour cittadino, appare un bel mistero e sembra il testo di una bizzarra gag comica. In generale, la “conoscenza” della montagna proposta in questo modo avviene tramite un’esperienza di trasporto a bordo di una sorta di metropolitana su funi diversa solo nella forma da quella urbana e molto affine nella sostanza, mediata tecnologicamente senza alcun contatto materiale diretto con la montagna vera se non facendo due passi sul ghiacciaio sempre che le sue condizioni lo permettano – cosa che avviene e avverrà con sempre meno frequenza – e dunque senza alcuna autentica percezione di matrice culturale della stessa, cioè quella che può veramente fornire una cognizione dell’ambiente nel quale ci si trova. Ma, appunto, è come non esserci nemmeno, in quell’ambiente di alta quota: si sale in funivia a Cervinia o Zermatt, si transita da stazioni intermedie che sembrano proprio quelle di una metropolitana in città, con tanto di bar e negozi lungo i corridoi di trasferimento, si giunge su una vetta – il Klein Matterhorn / Piccolo Cervino – la quale credo che, in proporzione alla sua altitudine e alle dimensioni della sommità, si possa definire lo spazio più cementificato delle Alpi, tra stazioni funiviarie, ristoranti, scale, ascensori, tralicci per telecomunicazioni e altre infrastrutture (l’immagine là sotto rende piuttosto bene l’idea)… Se qualcuno giungesse lassù e la meteo non fosse favorevole al punto da sconsigliare di uscire all’aperto (ovvero se non lo si volesse fare a prescindere), la “conoscenza” e la “visione” della montagna avverrebbe soltanto da dietro un vetro e muovendo non più di qualche decina di passi. Magari indossando dei sandali, come qualcuno ha ironicamente osservato. A questo punto tanto varrebbe restarsene a casa e godersi il luogo grazie a un bel video su qualche piattaforma social, così pure risparmiando l’esborso di 240 Franchi o 260 Euro a testa per il solo biglietto!

Insomma: che “esperienza” di alta montagna può mai essere questa? Cosa mai potrà insegnare di ciò che è realmente la montagna, cosa ci si potrà capire?

[Immagine tratta da www.matterhornparadise.ch. Cliccateci sopra per ingrandirla.]
Ecco perché quelle dichiarazioni sopra citate rappresentano una sostanziale “bugia di fatto”. Va bene, sarà pure marketing e di quello parecchio spinto come sovente se ne intercetta in giro (anche in altre località montane), dettato dal dover lanciare la nuova attrazione alla clientela. Ma pure a tali pratiche commerciali c’è un limite, soprattutto quando esse vanno a corrompere e degradare gli aspetti culturali che comunque la relazione antropica con l’ambiente montano – ancor più quello d’alta quota – porta con sé, anche quando si tratti di una relazione fugace e meramente ludico-ricreativa. E se quel processo di degrado culturale si avvia, determina inevitabilmente anche il degrado ambientale del luogo proprio perché non lo si riconosce e comprende più in tali sue valenze fondamentali. Mi auguro che ciò non avvenga lassù in forza del nuovo collegamento funiviario e che le dichiarazioni in tal senso dei responsabili dell’impianto siano ben più concrete e fattuali di certe altre.

A tal proposito, vengo al dato di fatto che il “Matterhorn Alpine Crossing” evidenzia, legato all’aspetto dell’impatto della nuova funivia nel luogo e nel paesaggio tra il Plateau Rosa e il Klein Matterhorn. Capisco bene i tanti che denunciano la pesantezza di tale impatto e le sue criticità ambientali, tanto più in considerazione della funzionalità dell’impianto, prettamente turistica e nemmeno in chiave sciistica. Di contro, obiettivamente, la nuova funivia è inserita in un contesto certamente d’alta montagna ma già pesantemente infrastrutturato, con un ghiacciaio sofferente sul quale insistono tralicci e cavi d’ogni sorta e altri manufatti funzionali alla sua fruizione turistica. Salendo a Plateau Rosa e osservando tutt’intorno, ovunque lo sguardo intercetta qualcosa di antropico e artificiale, che spesso di pone inframezzo la veduta delle meravigliose vette, quasi tutte superiori ai 4000 m, che ornano l’orizzonte. Voglio dire: bella o brutta che possa apparire la nuova funivia, e visto che ormai c’è (e che l’opposizione alla sua realizzazione, se mai c’è stata, ha perso la sua battaglia), meglio che sia stata realizzata lì piuttosto che in un altro territorio montano ben più integro ovvero ancora pressoché intatto nel suo aspetto naturale, paesaggistico e ambientale. In tal senso il pensiero inevitabilmente corre al vicino e incontaminato Vallone delle Cime Bianche e agli impianti funiviari che vi si vorrebbero installare, questi sì una devastazione ex novo di un ambiente e un paesaggio ormai più unici che rari, in questa zona delle Alpi: una cosa inammissibile sotto ogni punto di vista se non da quello che vede e concepisce le montagne soltanto come uno spazio da trasformare in “bene” da consumare e dunque in denaro, senza alcuna cura verso la loro bellezza e nessuna tutela dell’ambiente naturale. Come fossero una periferia cittadina da infrastrutturare dacché altrimenti inutile, ne più ne meno.

[Immagine tratta da https://www.rainews.it/tgr/vda.]
Insomma: opere come il “Matterhorn Alpine Crossing”, al netto del marketing enfatico che le accompagna, oggi sono da un lato quasi sempre insostenibili ambientalmente e dall’altro motivabili solo da strategie turistico-commerciali che poco hanno a che vedere con la “montagna” e che nascono già obsolete – infatti lo stesso collegamento funiviario tra Cervinia e Zermatt è un’idea nata quasi un secolo fa – se non per un pubblico turistico esotico che le Alpi le conosce solo per nome, e magari nemmeno per quello. Ma è un pubblico danaroso, disposto a spendere tanto senza fare domande su ciò che acquista, basta che sia qualcosa di “spettacolare”: dunque rappresenta una platea ideale da poter sfruttare, posta anche la maturazione pressoché compiuta del turismo sciistico invernale. Il punto ora è determinare il necessario, ineludibile equilibrio tra queste opere, visto che ormai ci sono, e l’ambiente nel quale sono state realizzate e inserite, ricavandone un parametro analitico da rendere organico agli altri che determinano l’efficienza e la funzionalità dell’impianto; al contempo, tutelare rigidamente gli altri spazi ancora integri da qualsiasi infrastrutturazione di tal genere e da qualsiasi forma di messa a profitto del territorio montano che determini qualsivoglia detrimento, anche minimo, delle sue valenze ambientali e culturali. Il che rappresenterebbe a sua volta una pratica di riequilibrio tra spazi antropizzati e non, fondamentale se vogliamo continuare a definire e vivere le montagne per ciò che realmente sono e non per dei simulacri ludici in quota del mondo iperurbanizzato.

In fin dei conti è proprio questo il punto nodale attorno al quale orbitano tanto opere ultra turistiche come il “Matterhorn Alpine Crossing” quanto le iniziative di salvaguardia ambientale e le pratiche di turismo montano sostenibile: antropizzare la montagna, come ha sempre fatto l’uomo, in modo consono al luogo nel quale si interviene e sincronico alla realtà ambientale del momento, come è ormai ineludibile fare ovunque, sulle Alpi e altrove. Lo può fare, lo sa fare una funivia come quella tra Cervinia e Zermatt? Chissà.

La nostra acqua

Il torrentello che scorre nella valle sopra casa, dove spesso io e Loki andiamo a passeggiare la sera, è sempre stato tra quelli che pure negli anni meno piovosi aveva acqua che ne rallegrava il corso. Nell’ultimo anno e mezzo, invece, la siccità lo ha svigorito del tutto, lasciando lungo il suo corso solo alcune pozze d’acqua torbida che parevano lividi liquidi su un corpo tremendamente deperito. Una visione dolorosa e inquietante, la percezione drammaticamente vivida dello svanimento d’una vitalità fondamentale che rendeva sofferente ogni cosa nell’intorno. Una situazione che preoccupava molti, almeno a parole. Poi, per fortuna, un maggio particolarmente piovoso ha ridato vita e acqua abbondante al torrente, colore e vigore alla Natura d’intorno, sollievo e gioia all’animo di quelli come me e Loki che lo visitiamo spesso. L’acqua è tornata quasi come nei momenti di maggior abbondanza, il suono fremente del suo scorrere ha colmato di nuovo la valle riverberando tra i massi e gli alberi nel modo più armoniosamente entropico: io e Loki eravamo la puntina che correva lungo i solchi di un vinile alpestre inciso in presa diretta dalla melodia più fluente e piacevole da ascoltare, diffusa da un grammofono a forma di montagna.

Tanti hanno comprensibilmente esultato nel vedere concluso il prolungato, inquietante periodo di siccità; qualcuno ha pensato, nel rivedere tutta quell’acqua, che si fosse risolto completamente. Purtroppo, dopo solo un paio di settimane o poco più dalle ultime piogge importanti il torrente è tornato a smagrirsi parecchio: segno che l’abbondanza d’acqua dei giorni scorsi non era dovuta alla ricarica delle principali falde locali, come si poteva sperare, ma sostanzialmente al mero dilavamento superficiale. Tutta la pioggia di maggio è rimasta in superficie, non è penetrata nel terreno se non in maniera esigua; il deficit idrico accumulatosi nei passati mesi di siccità permane ancora e se non dovesse piovere per un po’ potrebbe tornare ad aumentare. Leggevo di recente che in forza dei cambiamenti climatici in corso gli episodi di siccità saranno sempre più frequenti negli anni a venire, anche in zone da sempre ricche di acqua come le Alpi – le quali peraltro stanno perdendo i loro ghiacciai, la nostra riserva idrica fondamentale. Mi chiedo se sapremo elaborare una preoccupazione autentica e una conseguente sensibilità riguardo i nostri corsi d’acqua o se nuovamente la sostanziale apatia che riserviamo alle questioni climatiche e alla salvaguardia dell’ambiente naturale resterà dominante, finché apriremo i rubinetti di casa e da lì di acqua ne scenderà sollevandoci dalla responsabilità di un maggiore impegno mentale e poi civico al riguardo. Ci abitueremo anche alle montagne senza ghiacciai, ai torrenti e ai fiumi senz’acqua, ai laghi con le barche in secca lungo le rive inaridite? Chissà. Per fortuna, salendo verso monte, Loki trova una pozza d’acqua ancora degna di tal nome e vi si immerge rincuorato; altre pozze un tempo amene, con i prolungati periodi di secca alternati alle piene improvvise, si sono quasi totalmente colmate di pietrisco. Le dovrà depennare dalla sua lista di lidi balneabili, temo.

Torniamo a casa, si sta facendo tardi. È un peccato uscire dalla frescura della valletta e dall’ombra accogliente degli alberi – castagni e faggi, soprattutto – che la imboscano, in questo modo allontanandoci dal suono così armonico e vitale dell’acqua che la anima. Domani danno pioggia, verso sera. L’affidabilità ordinaria dei bollettini meteo mi rende scettico al riguardo, d’altronde la speranza è per fortuna qualcosa che vive di previsioni e aspettative più concrete di quelle di certi meteorologi. Magari pioverà per bene dopodomani, chissà.