Con gran tristezza apprendo dai media svizzeri che, purtroppo, per la Tessitura Valposchiavo, l’ultima di carattere artigianale ancora attiva in Svizzera insieme a quella della Val Monastero e realtà profondamente alpina, anche (forse soprattutto) in senso culturale e identitario, sulla quale avevo scritto qui, non c’è niente da fare: l’assemblea svoltasi martedì 13 febbraio scorso ha deciso di avviare la procedura di scioglimento. I tentativi e gli appelli per salvare la storica azienda, non hanno portato alle soluzioni sperate e, al momento, non è più possibile continuare con la gestione ordinaria: a livello finanziario non ci sono più i soldi e i fondi per poter garantire oltre la fine dell’estate i salari e per coprire i costi fissi.
Resta accesa solo una flebilissima speranza, cioè che qualche soggetto in grado di farlo finanzi la Tessitura per garantire la continuità lavorativa; tuttavia, come scrivevo nell’articolo di qualche settimana fa, non è solo una questione di prosecuzione dell’attività ma di salvaguardia delprezioso valore culturale che la Tessitura manifesta, il quale va ben oltre i confini della Valposchiavo e concerne l’intera realtà alpina, in senso storico e ancor più in ottica futura. O forse dobbiamo concludere che i territori montani siano buoni e utili solo al turismo e alla frequentazione ludico-ricreativa dei cittadini, cioè che possano essere mantenuti in vita solo da modelli turistici sovente impattanti e degradanti e che le loro comunità debbano rassegnarsi definitivamente a porsi al servizio di quell’industria e delle sue imposizioni senza essere più in grado di elaborare una propria industria, fondata sulla tradizione tanto quanto capace di creare innovazione, un’imprenditoria pienamente alpina in grado di fare economia e generare vitalità sociale e culturale per i territori e le comunità?
Come già scrivevo, è una questione di scelte politiche, di identificazione condivisa di valori, di priorità funzionali, di vantaggi e di svantaggi. E di responsabilità, collettiva in quanto somma di tutte quelle individuali e necessariamente consapevole, nel bene e nel male.
Speriamo ancora, insomma, per quel tanto che si possa sperare e così magari sensibilizzare chiunque al caso, che per la Tessitura Valposchiavo – e per le altre realtà alpine similari in difficoltà – non ci sia da scrivere definitivamente la parola «FINE».
La pista olimpica di bob a Cortina: una trag(icomm)edia divenuta farsa e prossima a diventare disastro imperituro.
Come ben segnala l’amico Alessandro Filippini, riuscire a costruire e consegnare la pista cortinese entro 685 giorni significa farcela a soli 48 giorni dall’inizio dei Giochi. Pressoché impossibile, a meno che – questo lo aggiungo – i lavori vengano fatti malamente, senza cura, realizzando un’opera che comincerà a deteriorarsi molto presto e non per colpa dell’impresa incaricata ma, appunto, per sostanziale mancanza del tempo e delle condizioni necessarie a compiere un buon lavoro. Senza contare che il CIO – Comitato Olimpico Internazionale, il quale ha già concesso un rinvio sui tempi originariamente previsti, pretende giustamente un collaudo della pista fra soli 400 giorni, il tempo massimo entro il quale verificare la conformità dell’impianto e garantire la sicurezza degli atleti che vi gareggeranno – visto che si tratta di una pista nella quale si scende a 130 km/h e più, non di un semplice muro che anche se vien su un po’ storto fa nulla!
Nel contempo lo stesso CIO, insieme alla Federazione Internazionale di Bob e Skeleton e alla Federazione Internazionale di Slittino, continua a esprimere forti dubbi sulla decisione italiana di costruire una nuova pista di bob per i Giochi invernali di Milano-Cortina del 2026. Il CIO ha affermato che gli organizzatori italiani devono avere pronto un “piano B” per le gare olimpiche qualora la nuova pista non fosse pronta entro marzo 2025. Fermo restando che, puntualizza il CIO, «Nessuna sede permanente dovrebbe essere costruita senza un piano legacy chiaro e fattibile. Il nuovo progetto per la pista di scorrimento a Cortina non affronta questi problemi poiché il progetto pianificato non include alcun uso sostenibile o eredità praticabile dopo i Giochi e non fornisce un luogo che soddisfi tutti i requisiti tecnici, aumentando significativamente i costi e la complessità per il Comitato Organizzatore che dovrà colmare le lacune».
[Immagine tratta da “Progetto esecutivo Cortina Sliding Centre”, 15/12/2023, fonte: www.vez.news.]La verità, ogni giorno più palese, è che ai promotori politici della pista di bob cortinese e ai loro sodali non interessa nulla della pista stessa, di come sarà realizzata, di Cortina, della sua comunità, del paesaggio e men che meno delle Olimpiadi, se non come palcoscenico mediatico funzionale al fare propaganda politica, ma interessa solo spendere quella montagna di soldi pubblici per ricavarci i propri tornaconti. Fine.
Per tutto questo, è molto probabile che a Cortina d’Ampezzo sarà imposta una figura di palta (e non dico altro) su scala planetaria, purtroppo. Se la pista verrà realizzata, e quando le telecamere che riprenderanno le gare olimpiche saranno ormai spente, ai cortinesi non resterà che “ammirare” lo scempio perpetrato al luogo di chi lo avrà utilizzato per i propri meri fini. E non sarà tanto uno scempio ambientale quanto economico, culturale, paesaggistico, politico, morale.
[Immagine tratta da “La Provincia di Como“.]Sankt Moritz, qualche giorno fa, sera, bosco: cento e più modelle/i sfilano tra luci laser, musica in sottofondo, un cannone spara-neve e un sistema di ventilazione, in mezzo a un pubblico di vip per presentare la nuova collezione di un noto marchio della moda (come mostra il video sottostante), e subito scatta la polemica. Inesorabile, inevitabile.
«Quello che sta accadendo qui è scandaloso», «Credo che questo sia il posto sbagliato per organizzare un evento del genere», «Il sito in questione è un importante rifugio per gli animali selvatici, in particolare per i caprioli!», «Per i soldi si fa tutto… anche il patto col diavolo!» e così via… contestazioni – leggibili sui media elvetici, ad esempio qui – che arrivano non solo dai residenti e dagli ambientalisti ma pure da soggetti istituzionali come la Fondazione per la protezione del paesaggio, l’Ufficio grigionese della caccia e della pesca e pure dall’Associazione venatoria di St. Moritz. Alle quali gli amministratori locali rispondono per voce del Sindaco della località engadinese affermando che «tutto si sarebbe svolto nel rispetto di norme rigorose: no alberi abbattuti, potati o feriti, nessun pericolo per gli animali, riduzione al minimo di luci e rumore. Tanto che il progetto era stato di fatto ritenuto compatibile con le norme di edilizia, urbanistica e ambientali».
Personalmente trovo che sia stato un evento “interessante” e per certi molti aspetti emblematico, e che le proteste suscitate siano giuste, ma sbagliate.
Mi spiego.
La zona la conosco piuttosto bene (no, non perché sia così ricco da poter frequentare il jet set di Sankt Moritz ma da mero e ordinario – anche come conto in banca – escursionista che sale i monti d’intorno) e mi pare che i rischi paventati di disturbo alla fauna selvatica siano abbastanza fuori luogo: la parte di bosco nella quale si è svolta la sfilata è una limitata porzione silvestre stretta tra case, strade e sorvolata da una funivia, prossima a un rifugio-ristorante, ad altri impianti di risalita e piste da sci e a poche centinaia di metri dal centro cittadino (vedi mappa e fotografia aerea, tratti da https://map.geo.admin.ch/), senza contiguità boschiva con le altre zone forestali dei dintorni. Non esattamente l’angolo di Engadina più incontaminato, insomma.
Che abbia provocato disturbo non tanto al posto in sé ma alla zona in generale posso crederlo bene; ma, temo, non più di quanto lo possano fare tutte le altre numerose infrastrutture turistiche e residenziali, le strade, gli elicotteri e gli aerei (quasi tutti privati) diretti al vicino aeroporto. Insomma, un problema di inquinamento acustico – e non solo – la zona ce l’ha sicuramente e da decenni, ma proprio per questo mi viene da pensare, e sperare, che buona parte della fauna selvatica sia la prima a rendersene conto e a starsene lontana da lì.
Per quanto finora detto, sarebbe stato ben peggio se il tutto si fosse svolto dalla parte opposta della valle (ad esempio nei boschi di Giand’Alva o nella zona del Lej da Staz; chi conosce la zona capirà), meno antropizzata e nella quale sono già presenti da tempo degli spazi di tutela faunistica, per i quali ad esempio è vietato fuoriuscire dai tracciati sciistici.
Che poi un evento del genere si tenga a Sankt Moritz, o per dirla in altro modo che la località accetti di ospitarlo e ne faccia anche un “vanto”, mi pare quasi scontato – seppur ovviamente ciò non significhi che possa anche essere giusto. Ma, appunto, è un luogo che prospera anche su queste cose e che con esse costruisce da sempre la propria immagine: che sia poi affascinante e attraente oppure discutibile se non rivoltante ognuno lo può stabilire liberamente. È più prevedibile assistervi lì che in un altro villaggio engadinese meno turistificato, in pratica, presso il quale il danno sarebbe a ben vedere maggiore – posto che non può non esserci un qualsivoglia “danno”, quando si va a intervenire nei territori di montagna e nei loro ambienti naturali: una cosa della quale purtroppo ci si è pressoché dimenticati da svariati decenni.
Invece, quello che io trovo parecchio irritante e parimenti inquietante, in un evento del genere – o meglio, non nell’evento in sé ma nel come è stato realizzato – è la palese manifestazione di un’ennesima strafottenza nei confronti dell’ambiente montano, nuovamente considerato come un bene liberamente usufruibile – anche in modo quanto meno pacchiani: basta pagare! – e consumabile, banalizzato, volgarizzato e degradato nel suo valore culturale il quale c’è sempre, anche nel lembo di natura più soffocato dalla presenza umana. Sankt Moritz può essere anche il posto più in, cool, vip, trendy eccetera del mondo e su questo costruire la propria ricchezza ma non può dimenticare di essere (con tutto ciò che gli dà forma e lo caratterizza) parte di un territorio e di un paesaggio che, se così posso dire, detiene gli stessi diritti del luogo e di chi lo anima. Che se può animarlo come fa, da abitante, villeggiante, turista più o meno vip, è proprio grazie a quel territorio e alle sue peculiarità naturali. Utilizzarlo come è stato fatto nell’evento in questione è stato un po’ come prenderlo in giro, sbeffeggiarlo, degradarlo alla stregua di un set scenografico che sarebbe potuto essere tranquillamente riprodotto in qualsiasi studio cinematografico, ricavandone di contro un’immagine pubblica per nulla valorizzante il luogo e anzi umiliante per esso.
Dunque, ribadisco: l’evento modaiolo di Sankt Moritz è stato per certi versi “legittimo” (virgolette necessarie” tanto più lo sono state le contestazioni necessarie che ha provocato: andando oltre quelle che sono state maggiormente mediatizzate, con questo mio articolo ho cercato di fornire una più ampia e articolata considerazione di quanto accaduto, a mio modo di vedere indispensabile per consentire al riguardo riflessioni più approfondite e opinioni maggiormente obiettive, con una conseguente maggior consapevolezza al riguardo. Detto ciò, penso che l’alta Engadina e la zona di Sankt Moritz non meriti di essere visitata e apprezzata tanto per la sua frequentazione super vip ma per la bellezza assolutamente peculiare, per molti aspetti unica nelle Alpi, del suo paesaggio, le cui montagne offrono al visitatore quella che resta la “sfilata” più meravigliosa e affascinante alla quale si possa desiderare di assistere.
[Eugenio Monti e Renzo Alverà durante la gara di bob a due delle Olimpiadi Invernali di Cortina del 1956.]
La pista di bob è fondamentale per Cortina, il Cio non potrà che prenderne atto.
Questo è quanto il Presidente della Regione Veneto ha di nuovo sostenuto, solo un paio di giorni fa, in merito alla sconcertante querelle sulla pista olimpica cortinese – sulla quale tocca tornare, visto quanto diventi ogni giorno di più grottesca.
Fondamentale, già.
Bene: facciamo un rapido ragionamento in due punti, al riguardo.
Primo punto, di piste di bob in Italia ne sono state costruite tre: nel 1963 quella del Lago Blu di Cervinia, chiusa nel 1991; quella di Cesana Pariol, inaugurata nel 2005 per i Giochi Olimpici di Torino 2006 e chiusa nel 2011; infine la pista “Eugenio Monti” di Cortina, costruita nel 1923 e chiusa nel 2008.
Tre piste, tutte chiuse e finite in rovina. Com’è che ora sarebbe così «fondamentale» realizzarne una nuova, spendendo più di 81 milioni di Euro di soldi pubblici, se per lo stesso Comitato Olimpico Internazionale si possono utilizzare piste già esistenti? Forse che l’Italia non sia un paese per bobbisti e slittinisti? Altrimenti ben tre piste su tre non sarebbero state mandata alla malora, no?
Secondo punto: la pista di Cortina è chiusa dal 2008, più di 15 anni. Cortina ha subito ripercussioni negative nei propri flussi turistici? Ha subìto danni d’immagine? Qualcuno non l’ha più frequentata e ha preso a disdegnarla perché non c’era più la “sua” pista di bob?
Non mi pare proprio, anzi. E perché dunque ricostruirne una nuova ora sarebbe così «fondamentale»? Solo per una manciata di gare olimpiche che si possono tranquillamente disputare altrove per giunta risparmiando un bel po’ di soldi pubblici?
[La pista di Cortina abbandonata e in rovina, in un’immagine recente tratta da https://primabelluno.it.]Or dunque: non è che la questione della nuova pista di bob di Cortina si riduca infine a una mera manifestazione di arroganza e vanagloria da parte di figure alle quali non interessa nulla del luogo e della sua comunità ma interessa solo il lustro della propria immagine per evidenti fini propagandistici oltre che chissà quali altri ulteriori secondi fini?
Detto ciò, posso anche capire le istanze del movimento nazionale del bob e dello slittino (18 atleti in totale nel bob, 23 nello slittino, 15 nello skeleton), che probabilmente non si potrà sviluppare adeguatamente senza un impianto di allenamento e di gara nazionale (ma chiedo di nuovo: dove sono stati fino a oggi i suoi praticanti? Dove si sono allenati e si allenano, visto che poi non di rado vincono gare?), e dunque posso comprendere la necessità di un impianto del genere: ma fatto con criterio, la giusta calma, un bel piano di sviluppo del movimento che vada di pari passo alla gestione dell’impianto, senza biechi spintoni politici di qualsiasi sorta e relative pretestuosità, al giusto costo e con un consono piano di gestione a lungo termine economicamente sostenibile.
Chiedere ciò significa pretendere troppo? Ovvero pretendere troppo buon senso?
Magari sì, visto quanto sta accadendo dalle parti di Cortina e anche altrove in questo paese quando doti quali onestà morale, senso civico, visione politica, logica e raziocinio diventino doti troppo fastidiose ovvero ignorate, dimenticate, disprezzate. Di contro, ormai abbiamo imparato bene che la distanza tra «fondamentale» e fondamentalista può essere molto breve ma i conseguenti danno sono sempre alquanto grandi e prolungati, già.
Io credo che, se veramente la pista di bob olimpica di Cortina verrà realizzata – come purtroppo temo avverrà, vista la bieca e cieca prepotenza di chi la sta imponendo fregandosene di ogni indicazione e considerazione altrui nonché della lezione della pista di Cesana Torinese, costata 110 milioni di Euro e ora in rovina – rappresenterà una delle più grandi vergogne della storia italiana contemporanea. Una colpa per la quale la responsabilità dovrà necessariamente ricadere su chi l’avrà imposta al territorio e alla sua comunità, in modo inalienabile. Punto.
[Immagine tratta dal progetto esecutivo “Cortina Sliding Centre” in data 15/12/2023, fonte: www.vez.news.]Come ha scritto Luca Calvi su Facebook, quanto sta accadendo per la pista di bob cortinese
è la palese dimostrazione sul campo del desiderio di imposizione autoritaria della propria volontà dettata dalla bramosia di spartizione delle prebende. Il dichiarato disinteresse per le opinioni del CIO svela a chiare lettere il malcelato desiderio di un ritorno a forme lessicali “vintage”, quanto meno legate al Ventennio, nonché alle modalità di imposizione delle proprie decisioni al popolino bue. Hanno deciso di spartirsi la torta, punto. Dello scempio ambientale e civile a loro nulla importa e attaccano chiunque lo faccia notare accusandolo di voler fermare il progresso e ritardare l’arrivo del benessere per chi in montagna vive.
L’Italia aveva l’opportunità di avvalersi della visibilità offerta dai giochi olimpici per offrire un esempio di sensibilità, connettendo le reali esigenze dei territori montani (i servizi essenziali per un vivere dignitoso) con le mutate caratteristiche climatiche che li rendono sempre più fragili. Ancora una volta lo sguardo è rivolto alla punta degli scarponi, al presente, senza trovare la forza né il coraggio di guardare avanti. Di guardare al futuro.
Aggiungo solo un “banale” interrogativo: quanti servizi essenziali per un vivere dignitoso a favore delle comunità residenti nei territori montani olimpici si sarebbero potuti finanziare con più di 80 milioni di Euro (sempre che la cifra non aumenti a dismisura come regolarmente accade) ovvero il costo ultimo preventivato per la pista di bob di Cortina?
Ovviamente, una risposta dai politici coinvolti nella vicenda non arriverà mai. Loro mantengono sempre la facoltà di non rispondere mai delle decisioni e delle azioni intraprese, soprattutto quando siano drammaticamente sbagliate. Già.