
Dal Quattrocento all’inizio del Novecento il numero di giorni dell’anno in cui le Alpi sono state coperte di neve è stato più o meno costante. Poi nell’ultimo secolo è via via diminuito e la media degli ultimi vent’anni è inferiore di 36 giorni a quella dei precedenti 600 anni. Sono le conclusioni di uno studio realizzato da un gruppo di ricerca dell’Università di Padova e dell’Istituto di scienze dell’atmosfera e del clima (ISAC) del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR) di Bologna, appena pubblicato sull’autorevole rivista scientifica Nature Climate Change.
Il gruppo ha analizzato gli anelli di accrescimento di una serie di ginepri vivi e morti cresciuti in Val Ventina, una valle laterale della Valtellina, in provincia di Sondrio, cresciuti ad altitudini comprese tra 2.100 e 2.400 metri sul livello del mare. Confrontando le informazioni ottenute in questo modo con i dati meteorologici disponibili, gli scienziati sono riusciti a stimare i cambiamenti nella durata del manto nevoso dal Quattrocento in avanti. «Ciò ci ha permesso di comprendere che quello che stiamo vivendo negli ultimi anni è qualcosa che non si era mai presentato precedentemente», hanno concluso l’ecologo forestale Marco Carrer dell’Università di Padova e Michele Brunetti dell’ISAC. È il primo studio che dà informazioni riguardo ai giorni con la neve sulle Alpi andando tanto lontano nel tempo.
[Dall’articolo Sulle Alpi non ci sono più i giorni di neve di una volta pubblicato su “Il Post” il 13 gennaio 2023. Cliccate sull’immagine per leggere nella sua interezza.]
Ora, ovviamente, ci aspettiamo che gestori dei comprensori sciistici, amministratori pubblici ad essi sodali, difensori a spada tratta dello sci su pista sempre-e-comunque e negazionisti climatici vari diano degli “ambientalisti estremisti”, dei “catastrofisti” o dei “terroristi climatici” anche ai ginepri e agli altri arbusti delle Alpi. Ecco.
Quand’ero ragazzino, coi genitori passavo le vacanze d’agosto in una località di montagna posta sul confine con la Svizzera. Un giorno – avrò avuto nove o dieci anni – con mio padre e un amico di famiglia effettuai un’escursione fin su una sella a oltre 2000 m di quota oltre la quale la vallata scendeva in territorio elvetico. Su quella sella era dunque posto il confine e, giunti in prossimità di esso, mio padre mi raccomandò di stare attento a non andare oltre, per evitare eventuali “guai” e ripercussioni di sorta. Allora non erano ancora in vigore gli accordi di Schengen, le dogane lungo i collegamenti stradali erano attive, i controlli scrupolosi, e sui rischi legati all’oltrepassare il confine seguendo le vie secondarie giravano leggende metropolitane – o “metroalpine”, potrei dire – d’ogni genere: dalle guardie confinarie a cavallo acquattate dietro le rocce che bloccavano all’istante chiunque lo superasse, alla detenzione altrettanto immediata, addirittura ai colpi d’arma da fuoco legati soprattutto al fenomeno degli spalloni, i contrabbandieri che per buona parte del Novecento commerciavano illegalmente beni italiani con merci svizzere. Era come se lassù, su quell’ampia sella tra i monti, vi fosse realmente un muro invalicabile, una linea rossa tracciata sul terreno esattamente come sulle mappe che generasse un “di qua” e un “di là” inequivocabili, una demarcazione netta e indiscutibile. Ovvio che io stavo ben attento a non trasgredire le raccomandazioni paterne, quantunque il fascino dell’andare oltre, dell’infrangere le prescrizioni dettate dalle regole era forte. Ma, metti caso che quelle leggende fossero vere…




