Domani pomeriggio, a Barzago

Domani 21 maggio, alle 14.30, avrò l’onore e il piacere di accompagnare Franco Michieli nella sua “passeggiata letteraria” per il ciclo Storie in quota. Racconti e discussioni tra libri e montagne organizzata a Barzago (Lecco) dal Comune e dalla locale Biblioteca. Si tratterà di una vera camminata, semplicissima tanto quanto suggestiva, nel territorio barzaghese, che al netto dell’antropizzazione inesorabile e sovente deprecata della Brianza conserva delle oasi silvestri che sono il retaggio del primordiale, rigoglioso ambiente naturale che contraddistingueva queste zone nel passato, facendo del vagabondare in esse un’esplorazione emblematica tra storia e geografia. E praticare tale vagabondaggio con una guida d’eccezione come Franco Michieli, scrittore, geografo, alpinista e in primis esploratore tra i più autentici e originali in assoluto, assicura ai partecipanti il dono di un’esperienza affascinante, profonda e illuminante.

Il ritrovo per la passeggiata è alle 14.20 presso l’Aula Civica di via Cesare Cantù 4, a Barzago: non è necessaria la prenotazione e non sono previste disposizioni anti-Covid, svolgendosi il tutto all’aperto (per la cronaca, le previsioni meteo danno tempo bello e dunque può essere che pioverà, vista l’attendibilità dei meteorologi nostrani. Ma penso proprio che stavolta no: previsioni o meno ci sarà bello e caldo, andate tranquilli).

Per qualsiasi ulteriore informazioni potete consultare il sito web del Comune di Barzago, nel quale trovate anche i relativi contatti. Se potrete partecipare, ve l’assicuro, passerete un pomeriggio probabilmente memorabile.

Belvedere con spaccio di ovomaltina

Vengono rumori secchi come quando qualcuno taglia un albero, non è detto che sia un picchio, più d’una volta mi sono sbagliato, sicuro di trovare un boscaiolo sono arrivato vicino al picchio, faceva uno strepito incredibile. Vengono da un dosso boscoso che un tempo doveva tremolare di betulle molto più di adesso se l’hanno chiamato Bedrina, un’altura così piacevole e invitante e varia che lo Stato, sempre vigile, dopo aver rapidamente permesso di adagiarvi una squallida polveriera, l’ha promossa Riserva Protetta con tanto di cartelli appesi agli alberi, ritoccati da villeggianti villanzoni in Serva Protetta e altro; con una torbiera sparsa di sfagni dai bei colori dove s’appaga la rana rossa in attesa di far vita notturna sulla terraferma, e la drosera non solo per passatempo cattura gli insetti che le s’impigliano tra i peli delle foglie, e li divora. Un posto così bello che a più d’un mammifero superiore è saltato in mente di sfruttarlo con attrezzature turistiche, cominciando ad allargare sentieri che da sempre ci sono e non ci sono, a tracciarne di nuovi non senza strazio del bosco, e trasformare certi ciglioni in veri e propri belvedere con spaccio di ovomaltina.

[Giorgio OrelliPrimavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.18.]

Ecco: come racconta da par suo Orelli in questo brano, lo sfruttamento del paesaggio alpino in senso turistico e patrimonializzante (per cavarci guadagni, insomma) non è certamente cosa nata ieri e non è riservata a solo alcune zone delle Alpi. Ovviamente, non è detto che ciò significhi in automatico banalizzazione del luogo, ma di sicuro il limite oltre il quale comincia a significarlo s’è fatto col tempo assai più vicino al punto zero e, probabilmente, molto meno visibile, viste le volte nelle quali viene palesemente superato, già.

Leggere un libro camminandoci sopra

Sto camminando lungo una delle tante mulattiere selciate che risalgono e attraversano i versanti montuosi sopra casa, dopo qualche minuto di sosta in un punto panoramico nel quale fino ad ora ero fermo a osservare e meditare sul paesaggio che osservo tutt’intorno. Il tracciato si mantiene sulla prominente gobba che innerva il pendio altrimenti regolare del monte, percorrendola con radi tornanti sostenuti da muri a secco chissà quanto vetusti e, più frequentemente, rimontando decisamente la linea di massima pendenza, mantenendo in ogni caso un percorso del tutto logico e funzionale che rimanda ad antiche sapienze montanare. A tratti, nella vegetazione da rimboschimento sui lati della mulattiera, compaiono ruderi di stalle e baite, mentre tracce più o meno vaghe intersecano il selciato dirigendosi altrove – ai vari nuclei che punteggiano il territorio, a qualche appostamento di caccia, forse a vecchie edicole devozionali della cui presenza ancora qualche anziano serba il ricordo – in svanimento come le stesse edicole nel bosco ormai tornato dominante. Intanto, elevandomi di quota, la visione di questa parte di mondo si apre sempre di più, si fa sempre più completa, più determinata e singolare nonché più strutturata, con tutte le sue peculiarità geografiche, orografiche, morfologiche e, messa sopra come una pellicola trasparente, la trama della presenza umana, della secolare territorializzazione di questo monte.

Mi rendo conto che devo portare la riflessione e la consapevolezza del mio essere in questo spazio ad un livello superiore, anche per elevare similmente il senso della mia presenza e accrescerne l’armonia con quanto ho intorno. Mi sono chiesto cosa sto facendo, poi dove lo sto facendo, ma ora mi viene da chiedere: cosa c’è, attorno a me? Cosa vedo? E cosa ricavo da questa visione? Quello che ho intorno a me è il sunto dei tre strati del plot narrativo immateriale attraverso il quale io colgo il mondo che sto attraversando: il paesaggio, cioè la manifestazione più alta e sensibile del territorio o – citando Roberto Barocchi, tra i massimi esperti di queste tematiche – la forma dell’ambiente. Io mi sto muovendo – noi tutti ci muoviamo – principalmente nel paesaggio prima ancora che geograficamente nel territorio o biologicamente nell’ambiente oppure socio-antropologicamente nei luoghi, perché ciò che percepiamo di quanto abbiamo intorno è in primis il paesaggio: una percezione che compendia tutte le altre e le porta ad un livello superiore, appunto, determinando un concetto di natura storico-filosofica (ma non solo) ancor più importante di quelli fino a qui citati. È il paesaggio l’elemento con cui l’uomo si rapporta prima che con qualsiasi altro, quello che lo ha sempre condizionato nel suo agire ovvero, e di contro, che ha rappresentato l’ambito in cui l’uomo ha esercitato la propria libertà di scelta in relazione alla propria vita e alla sua presenza nello spazio del mondo abitato. In fondo il paesaggio è, dal punto di vista umano, la forma del mondo determinata dalla presenza in esso dell’uomo – in senso materiale e immateriale, ovvero pratico e speculativo – e dal suo intervenire in esso, dal suo lasciarvi tracce, segni, caratteri, “marchi”. Ma in effetti mi viene in mente al riguardo una metafora qui assolutamente funzionale: è come se stessi trattando d’una narrazione storica per la quale il territorio è materialmente il tomo, le pagine scritte, l’ambiente è la trama che determina la narrazione, il luogo è il senso comprensibile scaturente dal testo – in forza di quel “codice alfabetico” presumibilmente ri-conosciuto da tutti (almeno così dovrebbe essere) con il quale l’uomo inscrive nel tempo la proprio presenza in loco. E il paesaggio, infine, è il retaggio culturale finale, la comprensione della narrazione che evolve in conoscenza, che s’arricchisce di quanto raccoglie la parte percettiva ed elabora quella emotiva e infine, auspicabilmente, che diventa consapevolezza acquisita.

È ciò che la lettura di questo grande libro scritto – il territorio abitato e umanizzato nel tempo – ci lascia nella mente e nell’animo, insomma: esattamente come sanno fare le grandi opere letterarie, quelle che ci rendono evidente l’importanza di leggere i libri e, ancor prima, sanciscono il valore culturale fondamentale della loro scrittura, delle parole di cui si compongono i loro testi e, ovviamente, del loro significato profondo che, se compreso pienamente, ci dischiude nuovi e vasti orizzonti emozionali e formativi. Solo che qui, ora, la lettura del libro lo sto compiendo non solo col mio sguardo ma anche, e inscindibilmente, attraverso il camminarci sopra le sue tante meravigliose pagine di terra, erba, roccia, geografie, storie.

Le nuvole

[Foto di Karsten Würth da Unsplash.]
Adoro i cieli “popolati” di nuvole. Lungi dall’essere qualcosa di ostile dacché ritenute foriere di possibile maltempo, quando non “spaventevole” se particolarmente cupe, trovo invece che siano un’entità aerea sinonimo di vita e di vitalità, di dinamismo, di vigoria ambientale – dell’ambiente inteso come sistema complesso di relazioni tra qualsiasi elemento (vivente e non vivente) componente la biosfera, dunque pure di e per gli esseri umani. Danno sublime vivacità al cielo e a noi che vi stiamo sotto (soprattutto se sappiamo ancora levare verso l’alto lo sguardo e farci affascinare da tale visione).

Credo semmai che un cielo costantemente sereno e azzurro, senza traccia di nuvole per lungo tempo, così monotonamente “pieno” di nulla, questo sì sarebbe parecchio inquietante, più di qualsiasi cumulonembo carico di pioggia a spasso per la troposfera. Sarebbe troppo bello per essere vero così a lungo, ci sarebbe qualcosa che non va – e non solo meteorologicamente.

Inoltre, al solito, se possiamo gioire per la bellezza e la purezza di certe giornate dal cielo inopinatamente azzurro e limpido, è anche grazie a quelle altre giornate dal cielo ingombro e ribollente di nubi che da par loro ci fanno più apprezzare le prime. A volte, e non me ne voglia il buon Leopardi, piuttosto della quiete dopo la tempesta può essere più affascinante la tempesta prima della quiete!

Lo stravolgimento climatico

Dunque, a proposito di clima (ne scrivevo giusto ieri qui, ancora), per riassumere e fare il punto della situazione ad oggi, qui da me: in autunno ha fatto l’inverno (ha nevicato in maniera importante tra la fine di novembre e l’inizio di dicembre), poi l’inverno non c’è sostanzialmente stato perché ha fatto primavera (niente più neve e temperature miti). Arrivata la primavera ha fatto l’inverno (si veda l’immagine sopra dei primi di aprile, sopra i 1000 m sui monti di casa, per la gioia del mio segretario personale a forma di cane) e adesso che siamo ancora in primavera sta facendo l’estate piena, con temperature ormai prossime ai 30°.

Be’, ormai qui più che di “semplice” cambiamento climatico c’è da parlare di autentico stravolgimento climatico. Già.