Con la cultura c’è chi (forse) mangia e chi (ancora) no

[Cliccateci sopra, per ingrandire l’immagine e leggerla meglio.]
Il quotidiano veneto “Il Gazzettino” ha pubblicato lo scorso 10 novembre sulla pagina sopra riportata un articolo particolarmente critico circa la spesa pro capite della Regione Veneto – ovvio riferimento locale – per la cultura, d’altro canto corredando l’articolo con una tabella dalla quale si può evincere la spesa pro capite per la cultura di tutte le regioni italiane. Senza dubbio, insieme al Veneto, spicca il dato della ricca, operosa, industriosa e avanzata (almeno a parole) Lombardia, di pochissimo superiore a quello veneto – ma, stando a quanto scritto nell’articolo, nel 2017 sarebbe stata abbondantemente ultima.

Ora, il dato non certifica in automatico che nelle regioni di riferimento non si produca cultura o se ne produca molta di più/molta di meno rispetto alle altre, considerando in primis che molta della produzione culturale italiana si affida a investimenti privati o a altre forme di sostegno economico non amministrativo-politico. Tuttavia certifica senza alcun dubbio l’attenzione e la considerazione (o la mancanza) di certe amministrazioni regionali – e di certa politica che le regge – nei confronti della cultura, un ambito che in Italia risulta tanto necessario quanto troppo spesso negletto e quasi ostracizzato. Ciò peraltro in un’ottica del tutto super partes, visto come nella tabella le regioni virtuose e le regioni riprovevoli garantiscano una consona e forse nemmeno così sorprendente par condicio.

Evidentemente, per qualche alto funzionario della politica italiana (regionale e non solo), il famigerato «con la cultura non si mangia» resta non solo un motto suggestivo ma pure un principio ineludibile e fondante i propri atti pubblici – ma questa è una considerazione personale, e lascio a voi ogni riflessione sulla tabella e su quanto riportato nell’articolo.

P.S.: la pagina de “Il Gazzettino” è stata pubblicata sulla pagina Facebook dell’amico Luca Radaelli e da lì io l’ho presa.

Aurore boreali e asini che volano

Un’aurora boreale alle nostre latitudini, qualche giorno fa, sopra il Gran Zebrù.

Eh già.

E magari mostri preistorici come quello di Loch Ness nel Lago di Como o piovre giganti in quelle dell’Idroscalo a Milano, sì, senza contare le astronavi aliene un po’ ovunque.

E sicuramente asini che volano sopra la sede di Regione Lombardia (vedi sopra) e nelle redazioni di certi “giornali”. Anzi, no, non volano. Scrivono.

(Clic)

«Bla bla bla» (cit.)

[Foto di European Parliament, CC BY 2.0, fonte commons.wikimedia.org.]
Si può essere d’accordo o meno con Greta Thunberg e con la sua attività a favore della difesa ambientale planetaria ma è fuor di dubbio che, a prescindere dal giudizio sul suo impegno al riguardo, Greta possiede pure un raro e spiccatissimo talento per la comunicazione grazie al quale i suoi interventi pubblici risultano efficaci come nessun altro. Ha la dote di scegliere e utilizzare parole, locuzioni, espressioni tanto spontanee quanto immediate e incisive – «Ricostruire meglio: bla, bla, bla. Green economy: bla, bla, bla. Emissioni zero entro il 2050: bla, bla, bla» a Milano qualche giorno fa, per dire – che se proferite da altri sembrerebbero insipide oppure impulsive, mentre Greta sa con esse puntare e colpire il centro delle questioni delle quali si occupa dando alle sue parole un gran peso e una sostanza inevitabile.

Veramente vedo poche altre figure pubbliche capaci di una tale forza comunicativa, oggi, e non c’entrano elementi come il personaggio in sé o il fatto che parli a una platea a sé affine come quella dei giovani, oppure l’eco fornita dai social o magari, come sostengono alcuni suoi detrattori, le “manovre” che le starebbero dietro. No, quella dote di Greta Thunberg è naturale e va oltre ovvero è a monte di ciò, è alla fonte, ed è qualcosa che, al di là del suo attivismo e dai risultati che potrà ottenere, già sta facendo la storia.

Persone belle, forse

[Caspar David Friedrich, Il viandante sul mare di nebbia (Der Wanderer über dem Nebelmeer), 1818, Amburgo, Hamburger Kunsthalle.]
Ci sono persone a questo mondo che, lo ammetto, non esiterei un istante a infilare sul primo volo sperimentale di Space X per Marte – “sperimentale” perché di quelli con possibilità di successo pressoché nulle – per quanto siano becere. Tuttavia spero di sopravvalutarne il numero e, di contro, sono certo che alcune di esse, diciamo quelle non troppo becere (delle quali mi auguro di non sottovalutare il numero), in realtà se “riequilibrate” con se stesse in primis e subito dopo con il mondo che hanno intorno e col quale interagiscono, saprebbero tirar fuori cose notevolmente apprezzabili, sensibilità pregevoli, pensieri propri tanto sensati quanto interessanti. Solo che purtroppo, per scelta o per forza (entrambi comunque indotte), queste persone trascorrono la loro esistenza quotidiana nella parte più bassa della nostra società, quella più deviata, corrotta e degradata dalle immani stupidaggini che vomitano a spron battuto la TV e i media generalisti, molte pagine social, tanti personaggi pubblici di infima specie – che tuttavia quella stessa parte degradata della società, grazie a un circolo vizioso autoalimentato, pone ai propri vertici e ritiene modelli da imitare – e per tale motivo si comportano in modi così beceri.

Invece, forse, oso credere che, come detto, se si trovasse il modo di staccarle da quella tossica “biosfera” così degradata e nociva e, ribadisco, si riuscisse a riarmonizzare la loro relazione con il mondo, facendola il più possibile consapevole, rapidamente la crosta impura che li avvolge fuori e dentro si sgretolerebbe e parimenti tornerebbe alla luce un animo ben più virtuoso, almeno in potenza. Bene, ma come fare? – vi chiederete. Chissà, può essere che alla fine basti poco, e che ancor più che attraverso forme strutturate e prolungate di “rieducazione civica”, per così dire, potrebbero bastare pillole di bellezza e di armonia minime ma potenti: il fascino di un bosco all’alba, la meraviglia del cielo stellato, l’orizzonte infinito dei monti nella luce del tramonto, lo sguardo prolungato di un animale… Cose così, insomma, piccole ma capaci di condensare manifestazioni di equilibrio alquanto evidenti e suggestive, da vivere pienamente al contempo distaccandosi sempre più da quegli elementi di degrado prima citati, purtroppo ancora così diffusi e influenti.

Voglio sperare tutto ciò, voglio crederci nonostante a volte lo sconforto per come appaia sempre più soverchiante quella parte umana così becera si faccia intenso. Ma se è (purtroppo) vero che essa si autoalimenta, è altrettanto vero che appena il suo circolo vizioso si interrompe o si spezza rapidamente crolla, così priva di logica concretezza come è. Dunque io ci spero, appunto. In caso contrario, se a pensare tutto questo mi stia clamorosamente sbagliando, be’, Space X avrà a disposizione numerosi equipaggi per i lanci dei prototipi sperimentali delle sue astronavi, ecco.

La condanna perenne di Adamo per Eva

[Immagine tratta da blog.pianetadonna.it, fonte qui.]
Quando leggo e sento per l’ennesima volta notizie riguardanti casi di femminicidio nella maggioranza dei quali l’omicida è il marito, l’uomo che la vittima ha sposato e con il quale formava una famiglia giuridicamente riconosciuta – altrimenti detta “tradizionale”, come impone la morale cristiano-cattolica così diffusa, qui – puntualmente mi ritornano in mente le considerazioni che il cattolicissimo James Joyce scrisse già a inizio Novecento (ne ho già disquisito qui e qui, tempo fa) su come la “famiglia”, per come venga intesa e plasmata da diktat ideologici, luoghi comuni, convenzionalismi e disimpegni morali celati dietro presunte “sacrosante verità” ovvero intrisa di quella «meschinità che pare governare i rapporti umani e in particolare quelli protetti dall’istituzione matrimoniale, che paiono essere privi di un qualsiasi valore» (parole di Joyce, sì), il tutto virato ancora oggi in chiave moralistica e patriarcal-maschiocentrica, conosce (e conosceva già allora, appunto) una cronica, irrefrenabile tanto quanto inevitabile e inquietante decadenza.

In forza di questo suo precarissimo equilibrio, niente affatto primigenio ma indotto nel tempo da tutte le suddette pericolose devianze, che hanno avviluppato e incredibilmente avviluppano tutt’oggi la “famiglia tradizionale” di conformismi e ipocrisie, pretendendo di difenderla ma in verità disgregandone senso e sostanza, appena quell’infido castello artificiale di “verità” perverse costruitole sopra comincia a oscillare, sgretolarsi, perdere pezzi (e non ci vuole molto: basta ad esempio che la donna rivendichi il diritto di essere se stessa, molto semplicemente), ecco che la “famiglia” rapidamente implode, l’equilibrio artificioso si rivela una condizione di sproporzione iniqua e tutta la “moralità” introiettatale dentro a forza inesorabilmente diventa violenta disumanità contro l’elemento femminile che in essa si crede (ancora oggi, ribadisco) inferiore, “legittimamente” sottomesso e fonte della “colpa originaria” – siamo ancora fermi alla storia della maledetta Eva che frega il “probo” Adamo ascoltando il diavolo e cogliendo la mela, insomma. È d’altro canto questa una violenza già ben presente nelle basi del concetto ancora così diffuso di “famiglia tradizionale”, quantunque nessuno di chi lo perpetra e difende avrà il coraggio di ammetterlo: convinzione, questa, smentita (da anni, ormai) dalla realtà dei fatti e dalla sua oggettività criminale – ma l’analfabetismo funzionale al riguardo è a livelli deprecabilmente alti, è noto.

Una tale realtà dei fatti la si ribalta – perché è da ribaltare totalmente, definirla solo da “cambiare” è puro esercizio eufemistico – non tanto con nuove o più severe leggi, come ogni volta si torna a dire (leggi che ci sono già e, a quanto pare, non rappresentano affatto un deterrente in tali situazioni così deviate) ma con tanta, tanta, tanta cultura, da diffondere e sviluppare fin dall’età scolastica per renderla abbastanza forte da eliminare radicalmente quei “centri di pensiero” (politici, religiosi, ideologici, sociali, eccetera) che ancora rappresentano e diffondono le basi ideologiche “tradizionali” al riguardo. E poi la si ribalta pure con tanti, tanti, tanti uomini. Veri, intendo dire, e veramente consapevoli di cosa sia l’uomo nei riguardi della donna e della società formata da entrambi anche a prescindere da formalismi tradizionali a volte ormai culturalmente sterili, e non burattini alienati che in men che non si dica, e in totale assenza di personalità e di reali capacità cognitive (annullate proprio dall’incultura diffusa, vedi sopra), si trasformano in barbari assassini. Uomini veri, sì: tuttavia, roba forse troppo rara da trovare, in certe situazioni della nostra contemporaneità.