Le solite previsioni del tempo “ad mentula canis”

Come forse chi segue con regolarità questo blog sa, nutro un particolare disdegno per molti dei servizi meteorologici che inondano il web e i media nazionalpopolari delle loro previsioni e lo rimarco da anni: innanzi tutto perché l’affidabilità dei bollettini che diffondo è – ribadisco – pari a quella delle «creme scioglipancia» che Wanna Marchi vendeva in TV qualche anno fa (e che le hanno regalato qualche anno di reclusione per truffe varie e assortite), e in secondo luogo perché tali meteorologi del cavolo finiscono per screditare quella che è una scienza tanto rigorosa quanto affascinante, la meteorologia, nonché fondamentale per la nostra vita su questo pianeta, la quale meriterebbe ben altra attenzione e cura.

Fatto sta che questa mattina mi cade l’occhio su uno di quei bollettini meteoastrologici (per come paiono oroscopi più che altro) e noto la temperatura in esso prevista per Bolzano domenica: 36°. Caspita, dico, come nel bel mezzo dell’estate più canicolare nonostante siamo a settembre inoltrato! Poi mi sorge la curiosità: vediamo cosa prevedono al riguardo altri diffusi servizi meteorologici, presi tra i primi che i motori di ricerca segnalano sul web… ecco che ne ho ricavato:

Come vedete, ben sette gradi di differenza tra la previsione più bassa e quella più alta nella stessa località, dunque a parità di condizioni prevedibili e di variabili considerabili. Una diversità impossibile: si può pensare di considerare due o tre gradi di scarto, forse quattro, sette no. C’è qualcuno che usa software previsionali o strumentazioni trovate come regalo nelle merendine, evidentemente, oppure che non le sa utilizzare come dovrebbe, spacciandosi “meteorologo” in pubblico senza alcun buon motivo, ecco.

Capite ora perché manifesto così tanta disistima verso questi meteorologi nazionalpopolari e perché consiglio tutti di disinteressarsi delle loro previsioni farlocche e piuttosto di abituarsi a cogliere e vivere tutta la bellezza e il fascino dell’ambiente naturale (soprattutto, ma non solo) in ogni condizione meteorologica? Ovviamente ciò al netto dei fenomeni più estremi, i quali comunque dovremmo essere in grado di riconoscere e affrontare (o fuggire), visto che saranno sempre più frequenti: non occorre chissà quale conoscenza scientifica, basta qualche nozione elementare e un sano buon senso.

«Ma si chiamano “previsioni” non a caso!» forse obietterà qualcuno. Certo, è vero tanto quanto è ovvio e scientificamente ammissibile, ma ciò non ne giustifica l’inattendibilità, la pessima accuratezza e tanto meno il diritto di pontificare sui media e far dipendere da ciò le fortune o le sfortune economiche, turistiche, commerciali o anche solo ludico-ricreative di tanti che, ingenuamente, fanno affidamento alle previsioni come a dei testi sacri. Non a caso sempre più di frequente su quei media appaiono pure le proteste di albergatori, operatori turistici e variamente economici danneggiati dagli errori previsionali dei bollettini diffusi.

Ai meteorologi, invece, consiglio di formulare i loro roboanti bollettini tirando a indovinare le previsioni del tempo: così facendo, la percentuale di correttezza ottenuta sarà ben più alta di quella attuale – e pure la stima nei loro confronti forse potrà crescere. Già.

P.S.: ovviamente la mia attenzione si è puntata su Bolzano per puro caso, il discorso è valido per qualsiasi altro luogo.

Due cose ugualmente gradite

Se volete farmi contento con un regalo, donatemi un buon libro.

Se volete farmi ugualmente contento con un’altra cosa, regalatemi una bella carta geografica.

D’altronde l’uno e l’altra per me sono sostanzialmente la stessa cosa, entrambe da leggere con gran passione per godere della possibilità di ricavarci nozioni essenziali e illuminazioni potenti, già.

N.B.: mappa e libro lì sopra raffigurati non sono che gli ultimi ricevuti, dunque che siano i soggetti dell’immagine è per pura casualità, non per preferenza rispetto ad altri.

L’analfabetismo funzionale è una piaga culturale irrefrenabile?

È inesorabilmente sconcertate e sconsolante ritrovarsi a constatare, nelle sempre più frequenti occasioni che con il passare del tempo si manifestano, il livello che l’analfabetismo funzionale diffuso nella nostra comunità sociale ha ormai raggiunto. Già denunciato lustri fa da figure illustri come Umberto Eco e Tullio De Mauro, il fenomeno appare ormai non più soltanto la conseguenza della mancanza più meno organica di strumenti culturali utili a comprendere il mondo nel quale si vive e le relative informazioni, mancanza riguardo la quale gli analfabeti funzionali potrebbero non avere colpe risultandone vittime, ma risulta l’espressione consapevole e mirata della non volontà di sapere, di conoscere, di informarsi, così da poter affermare o negare a priori ciò che si vuole pubblicamente sostenere senza il rischio di comprendere che quanto viene sostenuto sia sbagliato. Ovvero: non soltanto vi sono persone che leggono cose senza capirle permettendosi comunque di disquisirne pubblicamente, ma ve ne sono altrettante che consapevolmente decidono proprio di non leggere e di non sapere per poi dire cose. Anzi, paradossalmente è proprio su questa ostentazione di ignoranza che basano il loro dire cose in pubblico: così esse diventano la perfetta rappresentazione nella realtà del paradosso del cretino così mirabilmente raccontato da Fruttero e Lucentini, per il quale il cretino più è tale e più è convinto che i cretini siano gli altri. L’analfabeta funzionale alimenta tale suo stato anche con la convinzione che siano gli altri a non capire e solo lui ad avere capito tutto.

Così accade che il socratico (dacché attribuitogli) «so di non sapere», da impulso che alimenta il desiderio di conoscenza diventa in quelle persone la pretesa di non voler e dover sapere per poter imporre le proprie idee, talmente vuote di sostanza e sovente così immotivate e irrazionali da dover essere imposte con la forza verbale, l’urlo, la prepotenza, di contro senza ammettere alcuna discussione e tanto meno confutazione: ovviamente perché non saprebbero mai reggere un confronto sulle idee e sulla sostanza autentica delle cose e lo fuggono, rifiutandolo da subito attraverso quella loro ostinata arroganza.

Per questo l’analfabetismo funzionale è innanzi tutto una palese dimostrazione di debolezza di pensiero e d’animo oltre che di paura, di timore della verità effettiva che nel loro inconscio gli analfabeti funzionali sanno essere l’opposto delle proprie convinzioni. Come siamo giunti a questa sconsolante situazione? Be’, le risposte possono essere variegate e molte di esse sostenibili, tuttavia oggi è parimenti importante, oltre a capire le cause del fenomeno, reagire agli effetti. Anche in tal caso le risposte possono essere diverse e ciascuna di per sé buona: rifletterci sopra è quanto mai necessario. Di sicuro al riguardo resta assolutamente valida una delle celeberrime “leggi” di Arthur Bloch, da utilizzare come principio di (re)azione basilare:

Non discutere mai con un idiota: la gente potrebbe non notare la differenza.

(Nell’immagine in testa al post: una maglietta della quale si dovrebbero distribuire milioni di esemplari utilizzando i soldi del PNRR. Sarebbe una delle riforme migliori da finanziare, già.)

Così tanti paesaggi, così poco tempo

[Foto di Tom Morel su Unsplash.]
«Così tanti libri, così poco tempo». Così, pare, un giorno disse Frank Zappa: e se in tale affermazione io mi ci trovo alla lettera, una versione simile l’ho fatta mia e la interpreto in modo che diventi un principio ineludibile: così tante montagne, così poco tempo. Ma anche – in “geoextended version” – così tanti paesaggi, così poco tempo.

Quando sono in viaggio – ovunque mi trovi, a partire dal primo millimetro al di fuori dell’uscio di casa fino in capo al mondo – e osservo senza sosta i territori che attraverso cercando di coglierne più dettagli possibile, mi sorge spesso il pensiero che di spazi e di luoghi da scoprire, esplorare, conoscere, ve ne sono così tanti che veramente un’intera esistenza sembra pochissima cosa. È ovvio e banale dirlo, lo so, ma forse lo è meno se si considera che questo esercizio elementare e ordinarissimo non è così praticato nonché se si reputa che è da una cosa così semplice e ovvia come l’osservare ciò che abbiano intorno che si genera la relazione fondamentale con il mondo che viviamo.

D’altro canto da sempre guardo al territorio come fosse un grande libro sulle cui pagine di roccia e di terra che sono i versanti e le varie forme morfologiche che lo configurano, si possono leggere le sue principali peculiarità e non solo: se quel territorio è antropizzato, vi si può leggere anche la storia che vi hanno inscritto le genti che lo hanno abitato lungo i secoli, raccontando il legame reciproco attraverso i “segni” della loro presenza – le case, i villaggi, le strade, le coltivazioni, i muri, i modellamenti del terreno e finanche le piccole cose, le staccionate, i sentieri, le pietre di confine, gli ometti di pietra…La lettura di tutto ciò è la narrazione del paesaggio, che è sempre un costrutto mediato tra elementi naturali e antropici.

Ma in questa “biblioteca” infinita che è il mondo, può ben essere “paesaggio” anche una piccola valletta nascosta dal bosco, un modesto rilievo roccioso, una semplice radura apparentemente simile a tante altre… Non solo dalle più grandi e imponenti montagne può nascere il paesaggio, seppur qui lo si possa cogliere nei modi più compiuti e spettacolari: anche nei minimi spazi si può riscontrare qualcosa di peculiare, un microambiente che si anima di tante relazioni infinitesimali il cui compendio traccia una narrazione peculiare di quel luogo minimo, che aspetta solo di essere còlta e letta.

Da ciò in fondo nasce quella mia sensazione di illimitatezza dei paesaggi in relazione al tempo a disposizione per esplorarla in maniera soddisfacente. Ma al riguardo mi torna in mente un’altra affermazione letteraria alquanto significativa, di Jules Renard che disse «Quando penso a tutti i libri che mi restano da leggere, ho la certezza d’essere ancora felice». Ecco, quando penso a tutti i luoghi, i paesaggi, le montagne, i territori che mi restano da scoprire e conoscere, ho la certezza di non dover preoccuparmi troppo per la mancanza di tempo e di poter essere ancora, e sempre, felice.