Il consum(ism)o della montagna

Ricevo da Luigi Casanova – Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia e figura di riferimento ed esperienza fondamentali per quanto riguarda i temi legati al mondo della montagna, ambientali e non solo, che ho la gran fortuna di conoscere – e rilancio qui la lettera che ha inviato qualche giorno fa ad alcuni organi di informazione dell’area alpina, nella quale Luigi rilancia considerazioni basilari, e per certi versi amare, sulla montagna contemporanea quand’essa venga soggiogata alla turistificazione più ottusa e insensibile nonché a una visione delle terre alte totalmente priva di cura e di consapevolezza del valore culturale del paesaggio montano.

“Consumo” è un termine che purtroppo devo usare spesso anche io, nel trattare certe questioni, che rimanda non solo all’idea di consumismo ma pure alla pratica del consumare le montagne, dell’eroderne il paesaggio identitario, del dilapidarne le risorse, sciuparne la bellezza, distruggerne la storia passata e ancor più quella futura. Sembra un’assurdità il pensare che possa accadere tutto ciò a fronte di un patrimonio collettivo talmente inestimabile come quello del nostro paesaggio, e delle montagne ancor più stante la loro fragilità ambientale, eppure tocca continuamente avere a che fare con questa realtà assurda, e parimenti tocca tenere costantemente vigili lo sguardo, la mente, il senso civico, la sensibilità nei confronti del mondo che viviamo e con il quale dobbiamo pure mantenere il miglior equilibrio possibile, per non finire col consumare noi stessi e la nostra “civiltà” ben più rapidamente di qualsiasi montagna.

Buona lettura e altrettanto buone riflessioni.

[Immagine tratta da https://altrispazi.sherpa-gate.com/altrilibri/saggi/la-distruzione-pianificata-della-montagna/.%5D
Il consumo della montagna
di Luigi Casanova

Per comprendere come la montagna venga consumata nella sua intima pelle, giorno dopo giorno, prendiamo a esempio tre diversi recenti accadimenti. Letti slegati fra loro possono sembrare passi leggeri, di basso impatto. Valutandoli nell’insieme, nella velocità sempre accelerata su come si consumino paesaggi e spazi liberi sulle montagne, qualche istituzione dovrebbe essere portata a agire e fermare questa deriva.

Partiamo dalla controversa croce imposta dal Soccorso alpino locale sul Piz de Guda (Rocca Pietore BL).  I membri del gruppo sono soci del CAI. Si tratta di una croce invasiva, di ferro, imponente, con basamento in cemento: porta con se il tradimento dei valori della cristianità autentica, quella che si offre alla comunità in preghiera, anche in silenzio. Uno sfregio sulle alte quote, imposto per apparire, per vanagloria di un gruppo e di un sindaco. Più che cementare una croce in vetta è l’immagine del locale Soccorso alpino a uscirne umiliata: la sua collocazione ha invaso uno spazio fino a poco tempo fa inciso da una croce umile, in legno. Un atto autoritario al quale nessuna istituzione si è opposta, men che meno la magistratura nonostante fosse informata in tempi utili e si sia violata un’area di rete Natura 2000.

Passiamo ora a delle vie ferrate. La società Funivia Ciampac (Canazei, TN) annuncia di voler costruire una nuova via ferrata sulla Crepa Neigra. Non si ritiene sufficiente l’esistente ferrata dei Finanzieri, una situazione di rischio continuo per chi la frequenta. Per alimentare sempre più il circo che usa i mezzi funiviari per salire in quota si aggiunge un nuovo percorso, un insieme di ferraglia imposta alla parete. Eppure tutta l’area circostante l’arrivo della Funivia Ciampac – Contrin è già stata trasformata in circo divertimenti, o meglio, devastata. La montagna autentica e leggera è stata cancellata, ma non ci si accontenta mai. Ogni limite va superato, con cemento e ferri ben ancorati.

Cambiando regione passiamo in Lombardia dove si è annunciato che si realizzerà una nuova via ferrata sul ghiacciaio dei Forni, una via dedicata al fratello della sciatrice Deborah Compagnoni, Jacopo, morto travolto da una valanga (Valfurva SO). Ogni scusa è buona per aggiungere. Invece di apporre una minima, comunque non richiesta targa, si realizzerà una nuova ferrata finanziata con 135 mila euro della Regione Lombardia. Avviene nonostante si sia nel cuore di un’area protetta e delicata.

Si aggiunge sempre. Non si pensa mai a togliere, a ripulire le montagne dagli errori del passato, da sfregi abbandonati al degrado (Fedaja, Stelvio, Tonale). Eppure ancora oggi chi sale le montagne con fatica e i propri mezzi va alla ricerca di spazi liberi, di natura autentica, di paesaggi che non vengano interrotti da intrecci di funi o da torri alberghiere, o croci che invece di parlare con il linguaggio del Vangelo impongono quello dei mercanti. Si inneggia alla potenza dell’uomo, si eleva il narcisismo (di gruppo o singolo) a valore. Si cancellano spazi naturali, paesaggi e emozioni. Questo è il divenire delle montagne italiane. Si deve lasciare l’impronta della nostra arroganza, ovunque e sempre ben visibile. Si occupa ogni spazio, devono trionfare i segni di questa umanità disperata, incapace di leggere la ricchezza di un ambiente libero. Il tutto si riassume in una sola parola. Vuoto.

La devastazione al Lago Bianco del Passo di Gavia? “Forse” è un errore…

Quando scrivo di opere che vedo realizzate sulle montagne le quali mi sembrano del tutto prive di qualsiasi buon senso, per non dire altro, so di manifestare una particolare durezza nei confronti degli amministratori pubblici di quei territori che forse qualcuno troverà eccessiva – anche se il rispetto verso le persone non viene mai meno, sia chiaro.

D’altro canto, quando si leggono affermazioni come quelle del sindaco del Comune di Valfurva il quale, dopo la devastazione perpetrata alle rive del Lago Bianco al Passo di Gavia per piazzarci i tubi che dovrebbero alimentare i cannoni sparaneve delle piste del “suo” comprensorio sciistico, in pieno Parco Nazionale dello Stelvio e in zona di massima tutela ambientale, cosa si può pensare?

«Credo sia stato fatto qualche errore. Adesso bisognerà fare della valutazioni. Dovremo capire se sospendere il progetto, se è possibile modificarlo, o se andrà abbandonato» dichiara il Sindaco. Cioè, dopo aver distrutto la zona – ribadisco, una delle più preziose e delicate dell’intero Parco Nazionale dello Stelvio – il sindaco crede che sia stato fatto qualche errore? E che bisognerà fare delle valutazioni? Dopo settimane intere di scavi, perforazioni, distruzioni, inquinamento del suolo, degrado ambientale e paesaggistico, «bisogna fare delle valutazioni»? Cos’è, un’ammissione di incompetenza, la manifestazione di uno stato di alienazione, una presa in giro?

E lasciamo stare – per ora – le altre cose proferite dal sindaco nell’articolo sopra linkato. Come si può leggere sulla pagina Facebook “Salviamo il Lago Bianco” «La visione arcaica dell’amministrazione di Valfurva ci fa capire molte cose: lo sci artificiale a tutti i costi come unica fonte di sostentamento della valli è ormai evidente che non sia più sostenibile né credibile. Devastare aree naturali arreca ulteriore danno al turismo di quelle valli.» Ben detto, le cose al riguardo vanno proprio così.

Forse sì, sbaglio a essere duro come sono con certi amministratori pubblici. Perché dovrei esserlo ben di più di fronte a queste circostanze, ecco.

Tuttavia, al netto di quanto sopra rimarcato, voglio vedere il bicchiere magari mezzo pieno no ma un quarto sì e sperare che la goffa arrampicata sugli specchi (mi sia consentita la locuzione figurata) del sindaco sia il preludio di una piena ammissione del danno compiuto e di una conseguente opera di sistemazione del luogo devastato, per quanto possibile. In tal caso non potrei che lodare una decisione del genere, se il comune di Valfurva e gli altri soggetti coinvolti negli scriteriati lavori del Gavia avessero il coraggio, il buon senso e l’onestà intellettuale e politica di decretarla.

Speranze nulle nutro invece verso il “Parco Nazionale dello Stelvio – Lombardia” (virgolette inevitabili), il cui atteggiamento insuperabilmente vergognoso è ormai pienamente identificante la natura e la qualità dell’ente. In questo caso, se c’è una durezza è quella della pietra tombale sotto la quale è stata ormai sepolta ogni possibile buona reputazione del Parco. Punto.

Il successo di “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” (e ciò che se ne può ricavare)

Leggo con piacere che “RIBELLIAMOCI ALPEGGIO” la mobilitazione diffusa di sabato scorso 14 ottobre ’23 in numerose località delle Alpi e degli Appennini contro la turistificazione selvaggia delle nostre montagne, è stata un gran successo, che peraltro ribadisce quello dello scorso marzo per “Re-Imagine Winter”. Gran bella cosa perché, come scrivevo per presentare la giornata, è giunta l’ora per chiunque ami le montagne e ne voglia preservare quanto più possibile la bellezza e il valore di mobilitarsi contro chi vorrebbe erodere, consumare, rovinare il loro paesaggio in forza di pretese del tutto fuori dalla realtà, irrazionali, bieche, arroganti, come quelle che spesso stanno alla base delle infrastrutturazioni turistiche; occorre una ribellione gentile, certamente, ma parimenti solida e concreta come le montagne che dobbiamo salvaguardare. Che sono di tutti noi e per ciò nessuno si può permettere di distruggere a proprio piacimento e tornaconto.

Immagino già che, tra i sostenitori della turistificazione montana, vi sarà chi penserà che siano stati solo “quattro gatti” quelli che hanno partecipato agli eventi della mobilitazione. Be’, sinceramente a me viene da ridere a pensare all’incapacità di quelli – ennesima da essi manifestata – di comprendere come invero siano sempre di più le persone che si rendano ormai conto senza più alcun dubbio di come certe opere imposte alle montagne siano assolutamente sbagliate e pericolose, e di quanto sia fondamentale tutelare i territori e i paesaggi montani da quella visione consumistica e degradante, nonché di come quella visibile nelle immagini non sia che l’avanguardia attiva della maggioranza che in modi variegati tanto quanto decisi dice “NO” a quelle opere, reclamando per le montagne uno sviluppo equilibrato, armonioso e basato sul buon senso.

D’altro canto, quanti sono quelli che impongono alle montagne le proprie scelte distruttive? Loro sì, sono una esiguissima minoranza (aritmetica tanto quanto politica) accecata dal potere, dalla volontà di guadagnare tornaconti vari e per questo insensibile alla cura dell’inestimabile patrimonio comune rappresentato dalle nostre montagne (dunque spesso anche le loro montagne, il che li pone ancora più colpevoli) che pretende di avere sempre ragione perché non sa e non vuole riconoscere il palese e grave torto di cui si fa interprete, che sta imponendo a tutti.

Tuttavia, ribadisco: questa minoranza di potere e di disastri ha i giorni contati. L’importante è che quando il loro sistema imploderà si possa essere in grado di salvare le montagne, le loro comunità e tutto quanto di autenticamente culturale identifica il territorio dal gran botto che ne deriverà. Noi che abbiamo a cuore le montagne ce la metteremo tutta, garantito.

P.S.: le immagini in testa al post, che fanno riferimento ad alcune delle mobilitazioni alpine e appenniniche, sono tratte dal sito web dell’A.P.E., uno dei soggetti promotori e curatori della giornata di sabato.

La diffida contro i lavori al Lago Bianco: fermare la distruzione delle montagne si può, si deve!

«Il male non è soltanto di chi lo fa: è anche di chi, potendo impedire che lo si faccia, non lo impedisce.» Così ha scritto Tucidide ne La guerra del Peloponneso eternando un principio fondamentale per qualsiasi società veramente civile e progredita. Per i nostri territori, in primis per le montagne, il male oggi è rappresentato da quelle opere scriteriate che ne devastano l’ambiente e il paesaggio, considerati beni da consumare per ricavarci tornaconti a vantaggio di pochi e a danno di chiunque altro: proprio come sta accadendo in questi giorni al Lago Bianco del Passo di Gavia. E quel “chiunque altro” siamo tutti noi, dato che il territorio e il paesaggio sono un patrimonio comune che tutti abbiano il diritto di godere e il dovere di tutelare: per questo, come scrive Tucidide, chi di fronte a certe opere palesemente devastanti, oltre che manifestamente illegittime, mostra disinteresse e cinismo pur capendone la pericolosità, è esso stesso il male, ovvero è complice consapevole della devastazione.

Ma contrastare la dissennata prepotenza che promuove quelle opere non solo si deve: si può fare. Perché tale prepotenza è arrogante non solo nei confronti delle montagne e del paesaggio che pretende di consumare a piacimento ma pure degli ordinamenti legislativi vigenti e dei regolamenti di tutela ambientale, che crede di poter aggirare, derogare o semplicemente ignorare credendosi intoccabile. Invece no, non va affatto così se si ha veramente a cuore la salvaguardia delle montagne e del loro buon futuro, e se si manifesta la volontà di opporsi civicamente e culturalmente a quella prepotenza. Esattamente come sta facendo il comitato “Salviamo il Lago Bianco”, che ieri ha depositato la diffida formale a interrompere il cantiere per la posa delle tubature che trasformeranno il Lago Bianco da uno dei bacini naturali più belli e integri delle Alpi centrali a un mero serbatoio di alimentazione dell’impianto di innevamento artificiale delle piste da sci di Santa Caterina Valfurva, in piena area di massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio. La diffida è stata redatta dagli studi legali Dini e Saltalamacchia, specializzati in Diritto e Tutela dell’ambiente, è firmata da CAI Lombardia, Mountain Wilderness Italia, il Comitato Civico Ambiente di Merate ed il Comitato Attuare la Costituzione ed è indirizzata agli enti mandanti (mi viene inesorabilmente da usare questo termine) dei lavori al Gavia: Comune di Valfurva, Comune di Bormio, Parco Nazionale dello Stelvio, Provincia di Sondrio, Regione Lombardia, Ministero dell’Ambiente e Santa Caterina Impianti Spa. Sono 46 pagine – che potete leggere qui oppure cliccando sull’immagine qui sotto – in gran parte occupate dalle segnalazioni di illeciti ambientali, amministrativi e procedurali che palesano in maniera inequivocabile l’illegittimità assoluta dei lavori in corso, un atto d’accusa dettagliato e netto la cui conclusione è la seguente:

Alla luce dei fatti e delle contestazioni sollevate, il Comitato e le Associazioni scriventi, mio tramite
DIFFIDANO
Gli Enti e i soggetti in indirizzo a:

  • dare puntuale riscontro ai rilievi e alle contestazioni di cui alla presente diffida;
  • interrompere i lavori di cantiere attualmente in corso per la realizzazione del progetto relativo alla riqualificazione dell’impianto di innevamento artificiale, sito nella citata area protetta del Comune di Valfurva;
  • revocare in autotutela i provvedimenti ammnistrativi che autorizzano e/o assentono al progetto stesso.

Diversamente, comunico di aver già avuto mandato per procedere nei confronti dei responsabili, nelle sedi giudiziarie, anche ordinarie ed europee, competenti.

D’altro canto, la devastante e, mi sia consentito il termine, criminale illegittimità dei lavori in corso al Lago Bianco è palese fin dalle fotografie del cantiere, soprattutto quelle più recenti (quelle in testa al post sono del 3 ottobre), che testimoniano inequivocabilmente la devastazione del luogo, del suo habitat naturale, dell’ecosistema locale, del paesaggio. Il tutto, ribadisco, nel bel mezzo di un’area sottoposta a massima tutela ambientale del Parco Nazionale dello Stelvio il quale, se possibile, risulta il soggetto più moralmente colpevole e per questo più riprovevole, anche per come stia dimostrando di non essere assolutamente in grado di “fare” il Parco Nazionale e di tutelare il proprio territorio.

Ma torno a ribadire con forza il punto di tutto ciò: contrastare la “casta” dei soggetti politici e dei loro sodali che consumano e distruggono le montagne per ricavarne tornaconti particolari, si può e si deve. Sovente, purtroppo, tocca farlo tramite vie legali – un altro “triste” aspetto che dimostra quanto l’Italia sia arretrata in tema di salvaguardia del proprio patrimonio naturale e paesaggistico, la cui integrità si è costretti a difendere grazie a dei bravi avvocati e non in forza del senso civico e della sensibilità ambientale diffusa – ma lo si può fare e lo si deve fare. Per non essere complici della devastazione innanzi tutto – Tucidide docet – e perché i nostri territori, montani o no, sono un patrimonio comune di inestimabile valore tutelato dalla Costituzione la cui bellezza non si può lasciare nelle mani di personaggi così privi di cura, di competenza, di capacità amministrative e politiche, di visioni e di attenzione verso il mondo che tutti quanti insieme viviamo e che potremo continuare a vivere al meglio solo se sapremo mantenere con esso il più armonioso equilibrio.

Dunque, lunga vita al Lago Bianco e grazie di cuore a chiunque sosterrà questa battaglia di civiltà rifiutando di stare dalla parte del male ovvero restando dalla parte di chi fa e farà il bene delle nostre montagne.

P.S.: tra i tanti organi di informazione che lo hanno fatto, il “Giornale di Brescia” ha dedicato alla presentazione della diffida un ottimo articolo che ripercorre un po’ tutta la vicenda dei lavori al Lago Bianco, tornando utile a chi voglia ricostruirla per capirla meglio. Per restare invece aggiornati in tempo reale sulla situazione, ecco qui:

P.S.#2: qui invece trovate tutti gli articoli che ho dedicato alla questione del Lago Bianco al Passo di Gavia.

Di là il Parco Nazionale Svizzero, di qua il Parco Nazionale dello Stelvio. E si vede.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale Svizzero. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Mentre il Parco Nazionale Svizzero – la più grande riserva naturale del paese, istituita ufficialmente nel 1914 con i più alti standard di protezione e di ricerca sugli habitat naturali montani – attira delegazioni dall’estero che vengono a raccogliere informazioni e esperienze su come si possono promuovere ed eventualmente combinare il turismo sostenibile e la tutela della biodiversità nelle riserve naturali dei propri paesi, al di qua del confine, nel contiguo settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio, si può constatare concretamente e “imparare” non solo come non si tutela un’area naturale montana ma pure come la si può distruggere con l’autorizzazione e il bene placito delle istituzioni politiche nonché, soprattutto, con la consensuale indifferenza dello stesso Parco Nazionale.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale dello Stelvio. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Si rimarca spesso che le montagne da sempre non dividono ma uniscono: territori, paesaggi, genti, culture, tradizioni, saperi… ma in certi disgraziati casi invece è vero che dividono: tra Grigioni e Lombardia, nelle rispettive e, ripeto, contigue aree naturali protette, da una parte si trova competenza, cura, capacità di gestione, visione, idoneo supporto politico, dall’altra si constata incompetenza, menefreghismo, incapacità gestionale, assenza di visione e progettualità ambientale, azione politica deleteria. E riguardo questa seconda parte, quella lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio, ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia è tra le prove più emblematiche e inquietanti.

Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.