[Una escursionista primitiva che osserva il paesaggio indegnamente seduta per terra. Vergogna!]Certo che dovevamo essere ben scemi noi che siamo andati per decenni sulle montagne o in altri posti notevoli e, giunti in qualche punto panoramico, non abbiamo mai capito che per goderne sul serio la bellezza c’era bisogno di una panchina gigante, di una passerella a sbalzo, un ponte tibetano o altre cose simili! E per questo quante buone occasioni per scattarci un selfie da postare sui social ci siamo persi, poi!?
Assurdo, vero?
Gli escursionisti di oggi invece sì che si sono fatti intelligenti e hanno capito che senza di quelle cose i posti e i panorami belli mica si possono vedere veramente! Così, coi loro smartphone di ultimissima generazione, arrivano lassù, salgono sulla panchinona (occhio a non cadere!) o sulla passerella a sbalzo (wow, che brividi!) scattano un paio di selfies, li postano all’istante sui social e via, al prossimo panorama!
[Oggi il paesaggio è superfigo osservarlo da una panchina gigante così! Wow!]Ah, ma com’è che si chiamava il posto? Vabbé, chi se ne importa: il selfie è on line e sta facendo un botto di like, questo conta!
Già.
Scemi noi a non aver mai capito come funzionavano le cose, ad arrivare lassù e a osservare il paesaggio seduti per terra, su un tronco o, quando ci andava bene, su una ordinaria panchina di legno, e magari restando lì per delle mezz’ore a cercare di riconoscere le montagne, le valli, i paesi, e ogni altra cosa che vedevamo oppure, semplicemente, a perdere lo sguardo (scemi e pure svampiti, noi) nella bellezza che avevamo di fronte. Che primitivi!
[Articolo originariamente pubblicato il 26 maggio 2024 su “L’AltraMontagna“.]
[Veduta panoramica di Lauterbrunnen e della sua vallata. Foto di Robin Ulrich da Unsplash.]
Il problema del turismo mordi e fuggi esiste ed è percepibile dal 2020. All’epoca non si poteva viaggiare a causa del coronavirus e si era sviluppato il trend dei camper. Fin qui nulla di male, anzi: il Comune vive di turismo e ha bisogno dei turisti. Parallelamente si è però sviluppato il turismo dei selfie nell’area della cascata di Staubbach, che implica moltissime persone che vanno a sommarsi a quelli che soggiornano da noi. È il nuovo segmento di ospiti che al momento ci causa qualche problema. Gli altri siamo preparati per accoglierli e sono i benvenuti. Questi invece di solito vengono da noi con una macchina in affitto, entrano in valle e intasano il nostro villaggio creando il caos. E naturalmente dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente.
Sono parole (di qualche giorno fa) di Karl Näpflin, sindaco di Lauterbrunnen, località del Canton Berna, in Svizzera, famosissima per essere al centro di una valle alpina dai cui fianchi rocciosi cadono decine di copiose cascate d’acqua (pare siano ben settantadue!) al punto da essere ritratta un soggetto costante del marketing turistico svizzero. Con le conseguenze denunciate dal sindaco del comune: over tourism fuori controllo, traffico, caos, rumore, degrado paesaggistico e disagio per i locali, con il rischio che pure la bellezza e il fascino del luogo ne vengano intaccati. Conseguenze peraltro ormai comuni a tutti i luoghi che, per scelta o loro malgrado, subiscono il sovraffollamento turistico.
Anche a Lauterbrunner ora si pensa all’istituzione di un ticket di accesso al paese per limitare i flussi turistici, come già attuato e pensato altrove: ma a meno di fissarlo a un costo veramente alto, forse efficace ma ben poco etico per come danneggerebbe i visitatori meno abbienti che avrebbero il diritto di godere del luogo come quelli benestanti (in ogni caso al momento si parla di 5 o 10 franchi), sorgono parecchi dubbi che una misura del genere in un luogo come Lauterbrunnen possa risultare uno strumento efficace di controllo e gestione del sovraffollamento che lo attanaglia. In circostanze del genere il rischio, oltre a quello citato poco sopra, è che venga colpito soprattutto il turismo interno e di prossimità (che per certi aspetti avrebbe maggiore “diritto” di visitare il luogo) piuttosto di quello estero, che in luoghi come Lauterbrunnen rappresenta il grosso dei visitatori e che nemmeno si accorgerebbe del pagamento del ticket, compreso nel costo del tour insieme a mille altri servizi all inclusive.
Tuttavia, al netto di tale questione che comunque diventerà sempre più all’ordine del giorno anche in Italia, il suo vero punto nodale – a mio parere – anche più della quantità è la qualità che connota il modello turistico alla base del sovraffollamento: il mordi-e-fuggi di quelli che «dopo aver scattato le loro foto ripartono immediatamente» come afferma il sindaco Näpflin. Un modello devastante – ad eccezione di quelli che lo gestiscono, ovviamente – soprattutto per luoghi di pregio tanto quanto delicati come quelli di montagna ma che in moltissimi casi è il modello al quale puntano certi progetti, iniziative, idee, manufatti e infrastrutture che così spesso vediamo proporre o realizzare sui monti. È il turismo dei selfies, dei posti belli solo se “instagrammabili”, dei panchinoni giganti, dei ponti tibetani e delle installazioni turistiche similari che esauriscono la propria attrattiva nell’arrivare (in auto) nei paraggi, starci sopra per qualche momento, farsi un autoscatto, postarlo sul social media preferito e addio.
[Alcune delle cascate che si gettano dalle pareti sovrastanti il villaggio di Lauterbrunnen, la principale attrattiva turistica del luogo. Foto di Sascha Bosshard da Unsplash.]D’altro canto, a ben vedere, la colpa non è nemmeno della panchinona gigante o del ponte tibetano ma della totale assenza, da parte di chi pensa, sostiene e realizza, di un progetto culturale strutturato che utilizzi il manufatto unicamente come primo passo ludico di un percorso di autentica scoperta, conoscenza, comprensione e fidelizzazione del turista nei riguardi del luogo dove si trova. Qualcosa, dunque, che vada ben oltre alla mera fruizione ricreativa del luogo così come all’acquisto del panino o del souvenir negli esercizi locali ma che informi e educhi il turista alla bellezza e al valore culturale del luogo, facendogli scoprire e apprezzare le sue peculiarità e i buoni motivi per i quali potrebbe e dovrebbe ritornarci a prescindere dalla presenza di qualche divertente e banale attrazione turistica. Inutile dire che ogni luogo di pregio, come lo sono tutti quelli montani, ha proprie peculiarità referenziali e identificative sulle quali poter sviluppare in innumerevoli forme un turismo consapevole e radicante nel luogo rispetto a quello mordi-e-fuggi che il luogo tende solamente a consumarlo e quindi degradarlo…
[⇒ L’articolo continua su “L’AltraMontagna”, qui.]
[Foto di steve fehlberg da Pixabay.]Sono assolutamente consapevole del fatto che esista un problema relativo alla convivenza tra uomini e lupi e che sia complesso, per certi versi inevitabilmente problematico e in parte culturalmente irrisolvibile, anche a prescindere dalle cause che al momento lo generano. D’altro canto, sono convinto che per favorire la miglior gestione della presenza della fauna selvatica in genere e dei grandi carnivori in primis nei territori antropizzati sia necessario un approccio culturale e politico (sempre e comunque supportato dalla scienza zoologica) per molti aspetti diverso di quello attuale, più oculato e meno strumentalizzato sotto tutti i punti di vista, anche riguardo le azioni da mettere in atto a salvaguardia di tutte le specie e i soggetti coinvolti, che ne gioverebbero globalmente in una dimensione ecosistemica decisamente più equilibrata.
Detto ciò, non posso non constatare come la parte di opinione pubblica e di “società civile” che si proclama avversa alla presenza del lupo, in diversi modifaccia anche più paura dei lupi stessi. L’atteggiamento spesso ricorda quello – se posso usare tale celebre metafora cinematografica – dei nazisti dell’Illinois: sguardo truce, ideologia reazionaria, analfabetismo funzionale a gogò, fucili da caccia con il colpo in canna e la convinzione (non espressa ma palese) che l’unico modo per risolvere il problema sia lo sterminio della specie “demoniaca”, come secoli fa. Un atteggiamento che in certi casi genera anche opinioni che paiono più deliri irrazionali che riflessioni legittime, col solo risultato di rendere ancor più critica la realtà del problema, anche a discapito stesso degli anti-lupisti: al riguardo qui sotto trovate un buon motivo per rabbrividire – oppure ridere a crepapelle, se preferite.
D’altro canto pure nella parte animalista sodale al lupo non mancano posizioni fin troppo radicali dietro le quali si intravede una certa strumentalizzazione ideologica uguale e opposta a quella della parte avversa, col risultato che tutta la questione viene ridotta più o meno malamente e ritorna al punto sul quale si era fermata secoli fa: lo scontro tra civiltà umana e natura selvaggia, il quesito su chi sia più buono e dunque degno di (sopravvivere) nei territori di convivenza, l’uomo o il lupo.
Ecco, sostanzialmente siamo ancora fermi a questo punto, e al momento mi pare che il suddetto quesito resti aperto, con le due parti che cozzano l’una contro l’altra e nel mezzo la politica al solito incapace di fare politica – nel senso originario e virtuoso del termine.
Nell’attesa (vana?) che si diffonda una maggiore presa di coscienza generale sul tema e sulla sua complessità la quale faccia sì che le cose evolvano in meglio eliminando fanatismi, radicalismi e strumentalizzazioni varie e assortite, ho trovato tempo fa una locandina “didattica” diffusa dal Parco Nazionale dello Stelvio (la vedete lì sopra) che indica i comportamenti principali da tenersi nel caso che un uomo incontri un lupo. Utile o meno che possa essere tale locandina, per par condicio ecologica ho elaborato la versione uguale e opposta della locandina che vedete qui sotto. La quale forse qualche utilità “didattica” a sua volta la possiede e non in riferimento ai lupi… che ne dite?
Riflessione finale: la Natura è un ambito semplice da vivere tanto quanto complesso da comprendere, solo che se la si vuol vivere al meglio bisogna altrettanto comprenderla, avendo cognizione dei codici e degli strumenti giusti per farlo (siamo esseri intelligenti, quei codici e strumenti in età adulta dovremmo averli di default). Altrimenti è come avere davanti un bel libro con immagini e testo essendo incapaci di leggere: delle prime si può comunque godere, del secondo non si capirà nulla. Leggere la Natura significa conoscerla, e conoscerla impone di elaborare un’armonia con il suo ambiente: il che sarebbe una cosa naturale (appunto) visto che siamo animali anche noi, ma diventa complessa se non si è in grado di comprendere questa realtà. Dovremmo essere tutti capaci, più o meno compiutamente, di leggere la Natura, proprio perché ne facciamo parte: quando invece ci dimostriamo analfabeti, più o meno profondamente, non ci sarà modo di risolvere alcun problema, questione, conflitto o che altro. Né tra uomini e lupi e nemmeno tra uomini e uomini, ecco.
Ho trovato estremamente interessante e significativo leggere le dichiarazioni pubblicate dalla stampa (ad esempio su “Il Dolomiti” ma originariamente pubblicate su Facebook qui) di Duilio Boninsegna, guida alpina e gestore del Rifugio Pradidali nelle Pale di San Martino (provincia di Trento – lo vedete nelle immagini del post, tutte tratte dalla sua pagina Facebook), circa le pretese di un numero sempre crescente di escursionisti che reclamano servizi da hotel in un rifugio a oltre 2200 metri di quota, che hanno fatto sbottare Boninsegna facendogli dichiarare che «Quest’anno al Pradidali ci sarà un ritorno al classico. Non venite a chiedere ‘voglio questo o quell’altro’. Quello che c’è, c’è. Non sarà un ristorante, perché di quelli ne trovate quanti volete in valle, ma un vero rifugio d’altri tempi.»
Le ho trovate interessanti e significative, le parole di Boninsegna, non tanto per quel che affermano quanto per una di quelle coincidenze che a ben vedere non sono affatto tali. Infatti, quasi in contemporanea la pubblicazione delle sue parole, m’è capitato di chiacchierare con un amico gestore di un noto rifugio delle montagne lecchesi, posto a 2000 metri di quota, il quale si diceva sgomento nel constatare quale sia la più frequente e spesso prima domanda posta dagli escursionisti giornalieri che giungono al suo rifugio, cioè se lassù vi sia il wifi. E di come, osservando quei “gitanti” nel contesto montano nel quale lavora, abbia parimenti constatato l’evidente, sostanziale insensibilità verso il luogo e le sue peculiarità, visto solo come una tra tante altre mete ludico-ricreative ovviamente buona come sfondo per l’ennesimo selfies da caricare e dimenticare sui social media e pressoché ignorata nelle sue più importanti e affascinanti valenze geografiche, naturalistiche, paesaggistiche, storiche e culturali in genere. Per di più, di frequente consumando poco o nulla, dunque non contribuendo nemmeno a sostenere il lavoro di chi permette di tenere aperto il rifugio e accogliere chiunque, usualmente a costo di grandi sacrifici. Come fossero in gita in un parco fuori città, insomma, nel quale poter credere (e esigere) di trovare tutto ciò che abitualmente si ha a disposizione nella quotidianità urbana, dal wifi citato dall’amico rifugista alle docce calde con l’acqua razionata come denunciato dal gestore del Pradidali – ma ricordo pure ciò che mi raccontò un altro amico rifugista del lecchese, di una tizia che, richiedendo espressamente una stanza singola in un rifugio di sole camerate a 2400 metri di quota, pretendeva che le venisse riservato in via esclusiva il bivacco invernale. D’altronde immagino che di storie del genere i rifugisti di tutte le nostre montagne ne abbiano a iosa da raccontare. Per farla breve, salire fino a un rifugio a 2000 e passa metri di quota e sottoporre al gestore simili domande, al netto del tasso di ingenuità ammissibile, significa non aver capito nulla del luogo in cui ci si trova.
Con questa “moda” dell’andare per monti che in misura prepotente da dopo il Covid è diventata un sinonimo di “fuga” dalle città caotiche e insalubri, ma che viene quasi sempre praticata nelle modalità tipiche del turismo massificato e attraverso modelli e immaginari che appaiono viepiù superficiali e pressoché privi di qualsiasi consapevolezza culturale riguardo la montagna e le sue realtà, da più parti si invoca la necessità di una “rialfabetizzazione” del pubblico meno avvezzo alla frequentazione dei territori montani ma voglioso di visitarli. È un pubblico che d’altro canto rappresenterebbe un elemento potenzialmente positivo tanto per chi lavora in montagna quanto per le comunità residenti e non solo dal punto di vista economico, ma a patto che tale pubblico si dimostri disponibile a lasciare a casa, o quanto meno – per così dire – nell’autovettura al parcheggio di fondovalle, quell’atteggiamento così superficiale e puerile così da fare spazio a una sincera volontà di conoscere, comprendere e di godere veramente appieno di tutto ciò che la montagna sa offrire. Che è talmente tanta roba che quei turisti nemmeno se la sognano e che giammai potrà essere “riassunta” da un post e da qualche immagine su Instagram.
Questa volontà può e deve certamente essere agevolata e coltivata, come già avviene ampiamente, da chiunque operi a favore della cultura di montagna – le associazioni alpinistiche e escursionistiche, le guide e gli accompagnatori, i tour operator locali, i rifugisti e i gestori degli alloggi turistici, gli operatori culturali, eccetera – così che in forza di tale attività diffusa possa avviarsi quel processo di equilibratura dei modelli e degli immaginari in base ai quali si frequentano e si percepiscono le montagne. Se tuttavia questa volontà non viene manifestata, né tanto e nemmeno poco, ma anzi in barba al più naturale buon senso si sale in montagna e si pretende, consciamente, di potersi comportare come in una piazza cittadina o, peggio, al centro commerciale se non allo stadio, be’, ribadisco fermamente che, a mio parere, le persone con tale atteggiamento è bene che se ne stiano il più lontano possibile dai territori montani. Perché sono elementi di degrado per le montagne anche senza che facciano nulla di che. Diventano manifestazione di ciò che già nel 1995 Tiziano Terzani – in Un indovino mi disse – descriveva così:
Brutta invenzione il turismo! Una delle industrie più malefiche! Ha ridotto il mondo a un enorme giardino d’infanzia, a una Disneyland senza confini.
Ecco, “Disneyland”: proprio ciò a cui viene paragonata spesso la montagna turistificata, quella che ormai ha abdicato e soggiogato la propria bellezza autentica e il valore culturale che la caratterizza ai grandi numeri del turismo di massa, delle grandi e piccoli infrastrutture decontestuali – i mega impianti di risalita tanto quanto le panchine giganti, per intenderci -, dei “resort” e dei ristoranti gourmet lungo le piste da sci che però mantengono nel proprio nome il termine “rifugio” per tentare di far credere ciò che ormai non è più credibile – ma un’esca alla quale evidentemente tanti sprovveduti abboccano.
Be’, io credo che tutto questo è bene che non salga di quota, è bene che non inquini e distrugga quella meravigliosa realtà che è il rifugio di alta montagna, quello vero – e la vera montagna di conseguenza, quella che ancora possiamo definire tale, fortunatamente. Secoli addietro si pensava che sulle vette dimorassero i più inquietanti demoni infernali, oggi pare che invece questi siano scesi a valle e laggiù si divertano, travestiti da turisti per non farsi riconoscere – ma in realtà diventando riconoscibili come non mai.
Come spesso accade, più di mille parole basta una sola immagine a far capire senza alcun dubbio certe realtà (in verità palesi ma, evidentemente, non per tutti).
Ecco: ad esempio la fotografia qui sopra – postata dall’amico Toni Farina sulla propria pagina Facebook – della panchina gigante di Piamprato, sopra Valprato Soana, credo renda perfettamente l’idea di quanto tali manufatti turistici siano brutti, fuori contesto, insulsi, degradanti rispetto ai luoghi ai quali vengono imposti. Potete cliccarci sopra per ingrandirla e capire ancora meglio quanto vi sto rimarcando.
Un oggetto totalmente fuori posto in un contesto palesemente differente in tutto – nei suoi elementi naturali, nei colori, nei profili morfologici, nell’estetica del paesaggio ma pure nel senso culturale che chi lo visita dovrebbe saper cogliere. Come una mosca che dia insistentemente fastidio quando ci si vuole rilassare sul divano, come un tizio che urli e parli sguaiatamente in una galleria d’arte oppure come una pizza surgelata e riscaldata offerta in un ristorante gourmet.
Orribile, senza se e senza ma.
Per di più, la panchinona ritratta nell’immagine, in quanto posta a poca distanza da quel Monveso di Forzo che è stato reso “Montagna Sacra” ovvero simbolo naturale di quel necessario e consapevole senso del limite che dovrebbe guidare ogni iniziativa messa in atto in territori tanto pregiati quanto delicati come quelli montani, e che con tutta evidenza i manufatti come le panchine giganti calpestano cinicamente.
Chiedo dunque agli amici della Val Soana – territorio meraviglioso, tra i più belli di questo settore delle Alpi occidentali: non sarebbe il caso di farla sparire, quell’orribile panchina gigante? La bellezza, il valore e la considerazione diffusa della valle e della sua bellezza ne trarrebbe un grande guadagno, poco ma sicuro.