La Russia cos’è?

Se un russo va a Parigi, sa dove va: va in Europa. Se va a Pechino, sa dove va: va in Asia. Il suo problema è che non sa bene da dove viene. La Russia cos’è? Forse per capirlo dovrebbe accettare la sua natura femminile. Si dice “Santa Madre Russia”, eppure per gran parte della sua storia ha aspirato a diventare uomo. Vuole cambiare sesso. Porta la gonna, ma vuole i pantaloni.

[Immagine tratta da www.m100potsdam.org.]
[Viktor Erofeev, intervista pubblicata su Il venerdì di Repubblica, 30 ottobre 2009.]

Ecco, forse, nelle parole di un profondo conoscitore del proprio paese come Erofeev, uno dei motivi per i quali una potenziale grande nazione come la Russia ha finito così tante volte per rovinarsi mettendosi nelle mani dei più biechi autocrati: gli zar, Stalin, i potenti dell’URSS, Putin.

Il Lago Mediterraneo

Il Mar Mediterraneo lo si potrebbe quasi considerare un “mare di montagna” senza nemmeno il bisogno di togliere la sua acqua: in effetti il suo bacino è per tre quarti abbondanti circondato da catene montuose. In pratica solo la sponda afferente ai territori libici ed egiziani non presenta rilievi importanti mentre, per la restante circonferenza, non serve allontanarsi di molto dalle sue acque per cominciare a salire di quota. Se i mari e gli oceani del pianeta sono montagne coperte dall’acqua, il Mediterraneo è un mare d’acqua nel mezzo d’un mare di alte montagne.
Di più: non ricordo più chi abbia scritto che, in fin dei conti, lo si potrebbe considerare un grande lago d’acqua salata il quale, come tutti i laghi, è geograficamente determinato anche dalla presenza di rive montuose, appunto. E basterebbe chiudere il collegamento con l’Oceano Atlantico, come avvenne per ragioni geologiche milioni di anni fa, per fare del nostro mare un bacino a tutti gli effetti chiuso. Un lago, enorme, vastissimo, salato, ma non dissimile rispetto ad altri bacini chiusi, come il Mar Caspio, “tecnicamente” considerato il più grande lago del pianeta. In fondo lo conferma anche il suo nome: è Medi-terranĕus, sta “in mezzo alle terre” e non sono le terre che vi stanno ai lati nel modo che concerne i grandi bacini oceanici. Come i laghi, appunto.

Questo è un brano tratto dal mio saggio intitolato Hic absunt dracones presente nel volume Hic Sunt Dracones di Francesco Bertelé, (Postmedia books, 2020), che è parte integrante dell’omonimo progetto a cura di Chiara Pirozzi realizzato grazie al sostegno dell’Italian Council (4a Edizione, 2018), programma di promozione di arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.
Per saperne di più sul volume e su come acquistarlo, cliccate sull’immagine della copertina qui accanto.

Nella cartina qui sopra, ho evidenziato con il tratto rosso le sponde di natura montuosa del Mediterraneo (ovvero dei territori con rilievi montuosi prossimi ai litorali), e con il tratto giallo quelle sostanzialmente pianeggianti. Oltre alle prime vanno considerate anche le montagne interne al bacino, ovvero quelle della penisola italiana (gli Appennini, in pratica) e delle principali isole, che hanno rilievi che sovente superano i 2000 m di quota e i 3000 m in Sicilia, con l’Etna. In tal modo comprenderete meglio quanto ho affermato nel brano sopra riportato.

L’evidenza che il Mar Mediterraneo sia un bacino quasi chiuso, come fosse un enorme lago appunto, non rappresenta affatto una mera curiosità geografica ma è forse la peculiarità principale che ha influenzato la storia sulle sue sponde, dai tempi antichi fino ai giorni nostri. Gli stessi fenomeni migratori che da anni si registrano lungo le rotte e le sponde del Mediterraneo dipendono anche da questa geografia. Ne disquisisco – provo, almeno, a farlo – nel saggio suddetto, che peraltro è parte di un volume tanto bello quanto particolare e per molti versi prezioso. Conoscetelo meglio, ne vale la pena.

Immaginare il futuro

Pensare a un futuro implica l’esistenza di un tempo, quell’entità invisibile che regola le nostre esistenze e che nel corso dei secoli è drammaticamente cambiato nella nostra percezione, perché il tempo è inserito in uno spa­zio che è la sua unica realtà e dunque, mutati gli spazi dell’esistere, sono mutati i tempi della nostra vita. Que­sto è uno snodo chiave della comprensione di ciò che è accaduto: più gli spazi sono invivibili, più il tempo di­venta frenetico e sfuggente. (Pag.213)

L’uso dell’im­maginazione è la più potente delle armi e la più temuta delle doti di qualsiasi animale: uomo incluso. Fu la chiave della conquista dello spazio. (Pag.215)

(Davide Sapienza,  I Diari di Rubha Hunish, Lubrina Editore, Bergamo, 2017.)

Leggere in sequenza questi due passaggi del celebre libro di Davide Sapienza (cliccate sull’immagine qui sopra per leggere la personale “recensione”)  mette in luce una verità tanto fondamentale quanto terribile: se nel mondo contemporaneo mutano gli spazi dell’esistere, al punto che con essi muta e si distorce il tempo, è anche perché la potenza dell’immaginazione umana e il relativo uso, nonostante quello che si potrebbe credere, è in rapido e funesto degrado. Così, come fu grazie all’immaginazione se l’uomo ha conquistato lo spazio – e come, mi viene di aggiungere, l’immaginazione è testimonianza evidente di vitalità intellettuale – la mutazione dello spazio è il segno della crescente mancanza d’immaginazione, ovvero del suo costante deperimento.

Come nota bene Davide (la cui amicizia ritengo una delle mie cose più fortunate e belle), la concezione del futuro non è solo una questione di tempo ma anche, o forse soprattutto, di spazio: solo concependo lo spazio nel modo più virtuoso possibile, e la nostra vita ovvero l’esistenza in esso, possiamo pensare ad un buon futuro. Spazio e tempo sono intimamente legati, in fondo Einstein confermò scientificamente ciò che è la realtà naturale del mondo fin dalla notte dei tempi – come non casualmente si usa dire. Altrimenti, se non va così, è tutta fatica sprecata, meglio rendersene conto.

Contro il malvivere della nostra società

Mai come oggi l’uomo che vive in Paesi industrializzati sente la mancanza di «natura» e la necessità di luoghi: montagne, pianure, fiumi, laghi, mari dove ritrovare serenità ed equilibrio; al punto che viene da pensare che la violenza, l’angoscia, il malvivere, l’apatia e la solitudine, siano da imputare in buona parte all’ambiente generato dalla nostra civiltà…Vorrei che tutti potessero ascoltare il canto delle coturnici al sorgere del sole, vedere i caprioli sui pascoli in primavera, i larici arrossati dall’autunno sui cigli delle rocce, il guizzare dei pesci tra le acque chiare dei torrenti e le api raccogliere il nettare dai ciliegi in fiore.

[Mario Rigoni SternUomini, boschi e api, Einaudi, Torino, 1999, nota dell’autore all’edizione tascabile, pag.VI; 1a ediz. 1980.]

Lo so, questo è una dei brani più citati in assoluto del grande scrittore di Asiago: ma perché lo è? E perché non è affatto ridondante riproporlo? Be’, dal mio punto di vista, perché le parole di Rigoni Stern sono di quelle che non solo col passare del tempo non perdono nulla del loro valore, ma anzi ne guadagnano continuamente, sembrando sempre più consone al presente che viviamo. Anche se sono di più di quarant’anni fa, già: e ciò dovrebbe farci ancor più riflettere su di esse.

N.B.: cliccando sull’immagine lì sopra potete leggere la personale “recensione” di Uomini, boschi e api.

 

Monica Vitti

[Immagine tratta da biografieonline.it.]
Se si dovesse raffigurare l’Italia coi suoi migliori caratteri nazionali, la classe e l’ironia, l’eleganza e la vivacità, la fantasia, la solarità e pure una certa dose di inquietudine ma senza mai che manchi il sorriso, allegro o beffardo, e sovente la si raffigura nell’aspetto di una figura femminile e se, al di là della personificazione allegorica, a questa figura femminile ci fosse da darle un volto, be’, potrebbe certamente essere quello di Monica Vitti.

Anche per questo, io credo, la sua scomparsa addolora tanto. Non se ne va solo un personaggio tra i più amati, un’icona della cinematografia e con lei un’era tanto bella quanto apparentemente lontana, ormai, ma è come se il paese non “abbia più” un viso che si ammirava con gran piacere e nel quale, poco o tanto, ci si riconosceva tutti.