I “monti” delle città, e viceversa

Ogni tanto è bello andare in visita anche a “rilievi” diversi dal solito, che d’altro canto rappresentano a tutti gli effetti – pur a loro modo – delle cime per il territorio in cui si trovano. Ad esempio, nell’orizzonte della pianura cremonese spicca la “vetta” del Torrazzo, alta 158 m (112,54 + 45 ovvero la quota cittadina, con arrotondamento), che rappresenta la massima sommità della provincia di Cremona la quale, altrimenti, si dovrebbe accontentare di una quota massima di soli 110 m, già. La vedete nelle mie immagini lì sopra: versante Sud e versante Nord, ecco.

Facezie a parte (ma nemmeno tanto, poi), da appassionato studioso di cose di montagna visito spesso città piccole e grandi – ne ho anche scritto, come forse saprete, e a volte qualcuno resta anche sorpreso di questa mia attività letteraria apparentemente antitetica. Tuttavia so benissimo che un altro di quei paradigmi deviati e devianti che ancora vengono ritenuti validi oggi è quello che contrappone le montagne alle città, in senso culturale e antropologico anche più che architettonico e urbanistico: un malinteso perpetrato per troppo tempo e rivelatosi estremamente nocivo per la parte montana, quando invece, prima che si avviasse l’urbanizzazione moderna e contemporanea dei monti, erano questi a rappresentare in modo più compiuto un’idea di “residenza metropolitana” – idea ripresa e sviluppata oggi nel concetto di “metro-montagna” elaborato in primis da Giuseppe Dematteis (ne ho parlato anche qui). Di contro, è ovvio che negli agglomerati urbani si possono ritrovare e studiare gli elementi più evidenti ovvero più critici della socialità contemporanea in relazione al luogo vissuto, la quale inevitabilmente viene poi “trasportata” anche nei piccoli villaggi sui monti ovvero in luoghi totalmente differenti sotto ogni aspetto, generando dunque relazioni diverse con chi li abita e li frequenta, non di rado più problematiche proprio in quanto incoerenti. Il malinteso suddetto è nato proprio nel momento in cui s’è rotto (o non si è sviluppato) il dialogo equilibrato tra i due ambiti, città e montagna, ed il primo è stato reso soverchiante sul secondo in forza di un errato e arrogante atteggiamento di superiorità, tanto presunta quanto del tutto immotivata (salvo forse che per motivi prettamente tecnologici).

Non è dunque un controsenso che io mi occupi di cose di montagna e scriva libri sulle città; credo sia ben più un controsenso considerare ancora disgiunti e antitetici i due ambiti, salvo che nelle ovvie particolari peculiarità. Forse, più che continuare a dare peso alle differenze tra i due ambiti, si dovrebbe ritrovare il valore delle possibili e potenziali similitudini, che nella forma saranno da adattare ai diversi contesti ma nella sostanza rispondono agli stessi principi socioculturali e antropologici, quelli alla base della relazione tra abitanti (di breve o lungo periodo) e luogo abitato. In fondo l’uomo di città non è differente da quello di montagna, semmai usa differenti strumenti culturali per considerare e elaborare i luoghi che frequenta ma l’uso di quegli strumenti è prettamente antropologico, appunto, dunque pressoché identico. Riconnettere dunque la città con la montagna, e la montagna con la città, è una pratica doverosa e razionale tanto quanto benefica per entrambi: ambiti uniti nella diversità e connessi nella costruzione, ciascuno apportando le proprie migliori prerogative, di una via di vita e di abitazione comune del mondo, che di montagne e parimenti di città è fatto e non solo delle une o delle altre.

En passant, poi, frequentare la città con la sua fremente vitalità antropica, i suoi rumori, la sua confusione e le strade e le luci e la socialità e quant’altro di “urbano”, serve anche per apprezzare meglio la solitudine, il silenzio e la quiete, le peculiarità naturali, i paesaggi e gli orizzonti e ogni altra dote della montagna, quando ci si torna. E viceversa, ovviamente.

Di montagne e turismi e “Oltre le vette” in podcast

Per chiunque se la fosse inspiegabilmente e deprecabilmente (be’, no, ok, può essere successo, lo capisco) persa, cliccando sull’immagine qui sopra è possibile ascoltare e scaricare il podcast della puntata di mercoledì 29 settembre di “Oltre le vette, il programma radio di RCS – Radio Cernusco Stereo curato e condotto da Ambra Zaghetto del quale ho avuto il piacere e l’onore di essere ospite per una bella e intensa chiacchierata su cose di montagna, in particolare sull’affollamento spropositato delle nostre Alpi durante i mesi estivi in epoca di pandemia, sugli incidenti dovuti a inesperienza e scelta di percorsi non turistici da parte di persone che mai frequentano i monti, sul non rispetto di un ambiente fragile come quello montano ma pure sulle caratteristiche e sulla qualità culturale di tale fruizione turistica di massa. Una potenziale minaccia per le nostre montagne, secondo molti: e se invece si potesse trasformare in una preziosa e benefica opportunità?

Insomma, dateci un ascolto e, credo, troverete diversi spunti interessanti – anche in previsione di una nuova “ospitata” in “Oltre le vette”, prossimamente, per approfondire ancor più la questione e i vari temi che ne fanno parte. Stay tuned!

Su certe cose scritte nel “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”

[Foto di Egor Myznik da Unsplash.]
Lo avete letto, voi che frequentate la montagna o vi occupate di cose montane, il “Protocollo per la riapertura delle aree sciistichediffuso qualche giorno fa per l’avvio della prossima stagione turistica? Nella sua introduzione, che presenta i concetti e le idee fondamentali sulle quali il documento è stato stilato, personalmente ci trovo parecchie cose sconcertanti. Ovvero fuorvianti al punto da risultare sostanzialmente infondate o, se preferite, totalmente slegate dalla effettiva realtà delle cose e del contesto montano contemporaneo.

Leggiamola insieme e, nelle parentesi con testo di colore rosso, considerate le mie osservazioni ai vari passaggi:

Gli impianti di risalita costituiscono la struttura portante delle stazioni turistiche di montagna, (affermazione fuorviante, dacché sembra che tutte le stazioni turistiche di montagna vivano solo grazie a tale “struttura portante”, che poi così portante non sembra affatto, assomigliando spesso di più a una zavorra ambientale, socioculturale e finanziaria) che si sono sviluppate inizialmente in inverno, in ragione dell’effetto motivante della vacanza invernale procurato dallo sport dello sci (non del tutto vero, storicamente: molte località si sono sviluppate precedentemente l’avvento dello sci turistico, generando una notevole fama prima che impianti e piste venissero aperte). In seguito, si è investito per sviluppare anche la stagione estiva (in realtà storicamente è successo il contrario, appunto), aggiungendo il servizio degli impianti a un tipo di frequentazione della montagna caratterizzata da finalità, da modalità di approccio e da tempistiche decisamente diversi. Ne consegue anche una diversa organizzazione del lavoro nelle due stagioni, in ragione dell’affluenza di turisti molto più intensa in inverno rispetto all’estate (cosa vera per molte stazioni, non per tante altre, che vedono un afflusso ben più importante nei mesi estivi ma più diffuso sul loro territorio).

Sulla spinta dello sviluppo e del perfezionamento degli impianti di risalita si è costituita una filiera di servizi al turismo molto evoluta (che sia “evoluta” dipende dai punti di vista), frutto di investimenti rilevanti (soldi sovente pubblici che finiscono per avvantaggiare dei privati, circostanza assai ambigua sulla quale però nessuno del settore dice qualcosa), composta da attività fra loro complementari e di analoga qualità, che ha assunto un ruolo fondamentale per la vita delle popolazioni montane (“fondamentale”? Ma quando mai? Affermazione ben più che forzata, forse sostenibile tra gli anni Sessanta e Ottanta dello scorso secolo ma con mille distinguo, oggi invece – salvo rarissimi casi – palesemente immotivata, anzi, il ruolo dell’attività sciistico-turistica è spesso di elemento impattante e degradante la realtà territoriale montana in ogni suo aspetto).

Le aziende funiviarie rivestono infatti un valore strategico per la tenuta degli equilibri socio-economici dei territori di montagna e del sistema turistico nel suo complesso (affermazione parimenti super-forzata, vedi sopra, e soltanto funzionale alla difesa degli interessi della parte in questione: che abbiano un valore importante e difendibile al pari di altri può ben essere, che tale valore sia “fondamentale” o “strategico” è una mera forzatura), in quanto attraggono turisti italiani e stranieri, alimentando un importante indotto a vantaggio di molteplici operatori economici quali albergatori, commercianti, maestri di sci, artigiani ecc. (che l’indotto ci sia e sia importante è vero però quasi mai viene realisticamente calcolato, se non con affermazioni e numeroni per i quali non vengono forniti giustificativi chiari e verificabili). Si è calcolato che nell’arco alpino e appenninico italiano, gli occupati nel sistema turistico invernale, considerando tutta la filiera delle attività interessate, raggiungano le 400.000 unità.

In un contesto socio-economico che vede i comuni di montagna morire lentamente per abbandono, è evidente l’importante ruolo economico e sociale svolto delle aziende funiviarie, che evitano lo spopolamento delle aree decentrate così come quello di tutti gli altri operatori che fungono da polo di attrazione per il turismo montano (altra affermazione fuorviante e annebbiante: le stazioni ex sciistiche, anche importanti, che proprio per colpa del turismo sciistico sono morte economicamente e rischiano di morire socialmente sono ormai decine in tutto l’arco alpino; che le aziende funiviarie evitino lo spopolamento e fungano da polo di attrazione è una situazione artificiosa, indotta e disequilibrata, nel senso che, come dimostra bene questo testo istituzionale, l’industria dello sci viene coattamente imposta come forma di fruizione turistica della montagna dominante e ad essa si convogliano continui privilegi politici e finanziari che nessun altra modalità di frequentazione delle montagne gode, nonostante i bilanci delle aziende funiviarie siano, nella maggioranza dei casi, quelli di uno stato di fallimento, con debiti milionari che aumentano anno dopo anno ai quali vengono messe continuamente pezze di contributi pubblici in modi, ribadisco, assai discutibili).

Detto tutto ciò, vorrei essere molto chiaro: non c’è alcuna preclusione allo sviluppo del comparto dello sci su pista da qui al futuro, se lo stesso sa mantenersi contestuale ovvero sa ricontestualizzarsi alla realtà montana contemporanea (sotto ogni punto di vista: ambientale, culturale, sociale, economica, eccetera) in base a precise e inderogabili direttive di sviluppo che, molto modestamente, qualche tempo fa ho riassunto in cinque punti:

  1. essere a bilancio energetico ed ecologico zero o positivo;
  2. non costruire più nessun nuovo impianto di risalita e nessuna nuova pista di discesa al di fuori dei comprensori già attivi;
  3. eliminare totalmente l’innevamento artificiale;
  4. prevedere l’obbligo, in qualche modo adeguatamente certificabile, di offrire servizi turistici non legati allo sci su pista in maniera equiparabile a quelli offerti agli sciatori e in maniera ben più ampia e strutturata di quanto non si faccia ora;
  5. prevedere l’obbligo di mettere in atto soluzioni di mobilità sostenibile all’interno dei territori delle stazioni sciistiche (qui trovate ogni approfondimento riguardante questi punti).

Altrimenti, i comprensori sciistici che non sappiano evolversi e adeguarsi a quelle semplici ma basilari prescrizioni non possono che essere considerati obsoleti, decontestuali e controproducenti per i territori montani sui quali insistono e, traendone le debite conseguenze, dovranno lasciare spazio a nuove strategie e modalità di fruizione turistica per quei territori.

È incontestabile il fatto storico che lo sci su pista ha cambiato la realtà di molte località sulle nostre montagne e che spesso lo abbia fatto in meglio; è altrettanto irrefutabile che un tale successo è stato generato in anni diversi dagli attuali e con strategie contestuali a un panorama economico, sociale, culturale, di costume e soprattutto climatico che oggi è radicalmente cambiato. Continuare a perseguire quelle strategie e la forma mentis politico-imprenditoriale alla base, come in modo sconcertante fa il testo introduttivo del “Protocollo per la riapertura delle aree sciistiche”, significa solo cagionare alla montagna la stessa sorte che molte località sciistiche gestite in quel modo hanno subito negli ultimi lustri: il fallimento inesorabile.

[A proposito di stazioni sciistiche fallite, cliccate sull’immagine.]
Posta dunque quella cronica distanza dalla realtà di fatto che la politica italiana (e le parti ad essa sodali) dimostra pervicacemente e comprova nel documento qui discusso, resta in capo a noi, comuni cittadini, la responsabilità principale di assicurare alle nostre montagne un futuro equilibrato, armonioso e proficuo per tutti. Perché chiunque – turisti, residenti, abitanti, lavoranti – potrà stare bene in montagna solo se le montagne staranno bene. Viceversa, ribadisco, temo sarà la desolazione definitiva, inevitabilmente.

Reminder: domani, ore 19, “Oltre le vette”!

Non dimenticate: domani 29 settembre, alle ore 19, avrò l’onore e il piacere di essere ospite di “Oltre le vette, il programma radio di RCS – Radio Cernusco Stereo curato e condotto da Ambra Zaghetto per riflettere sull’affollamento spropositato delle nostre Alpi durante i mesi estivi in epoca di pandemia, sugli incidenti dovuti a inesperienza e scelta di percorsi non turistici da parte di persone che mai frequentano la montagna, sul non rispetto di un ambiente fragile come quello montano. Una potenziale minaccia turistica, per le nostre montagne: ma se invece si potesse trasformare in una preziosa e benefica opportunità?

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare la pagina di “Oltre le vette” nel sito web di RCS –  Radio Cernusco Stereo, oppure qui per visitare la pagina Facebook, nella quale troverete anche l’evento dedicato alla puntata.

Ci sentiamo (e non metaforicamente!) domani alle ore 19 su RCS – Radio Cernusco Stereo, con Ambra Zaghetto e “Oltre le vette”. Non mancate!

“Oltre le vette”, mercoledì 29/09 in radio

Il prossimo mercoledì 29 settembre, alle ore 19, avrò l’onore e il piacere di essere ospite di “Oltre le vette”, il programma radio di RCS – Radio Cernusco Stereo curato e condotto da Ambra Zaghetto, per affrontare una questione che, in tema di montagne, è assolutamente all’ordine del giorno anche nell’estate appena trascorsa: il grande affollamento turistico dei monti. Un fenomeno che la pandemia da Covid-19 ha fatto esplodere in modo dirompente evidenziandone opportunità e pericoli: perché se da un lato constatare così tanta gente che frequenta luoghi meritori di grande considerazione è innegabilmente bello, dall’altro non si può non rilevare che le nostre montagne non sono mai state un ambito deputato al turismo massificato, e l’imposizione di tali pressioni turistiche che molte località montane hanno subito negli anni scorsi hanno generato soprattutto danni, disequilibri e profonde banalizzazioni del loro valore paesaggistico e culturale, innestando spesso il cosiddetto effetto “divertimentificio alpino” che, appunto, la pandemia ha spinto a livelli sovente non più accettabili. Così, a fronte delle numerose conseguenze che tale situazione ha generato – affollamenti esagerati in zone ecologicamente delicate, traffico, rumore, maleducazioni ambientali varie, incidenti dovuti a inesperienza nonché, in generale, una fruizione turistica nel senso più banale del termine di luoghi invece carichi di peculiarità preziose, viene da riflettere su come invece si possa trasformare una così spropositata e minacciosa pressione antropica in una inopinata e preziosa opportunità per recuperare le persone a una fruizione finalmente sensibile e consapevole delle montagne che possa generare autentici vantaggi non solo per i turisti ma pure, e soprattutto, per le stesse genti che quelle montagne abitano. Abbiamo probabilmente davanti la possibilità di innovare l’immaginario alpino (turistico e non) diffuso, ad oggi ancora troppo legato a idee e visioni di decenni addietro quanto meno obsolete quando non fallimentari e, di conseguenza, il modo di vivere le montagne sia da turisti che da residenti: ma cosa e come possiamo fare per non sprecare una così preziosa opportunità? A fronte di una palese situazione disarmonica sotto molti punti di vista, risultata già fatale per molte località dell’arco alpino, come possiamo riconquistare la più benefica relazione con i territori montani a vantaggio di tutti, città incluse? E se invece quell’opportunità la sprecassimo, a quale futuro andrebbero incontro le nostre montagne?

Cliccate sull’immagine in testa al post per visitare la pagina di “Oltre le vette” nel sito web di RCS –  Radio Cernusco Stereo, oppure qui per visitare la pagina Facebook, nella quale troverete anche l’evento dedicato alla puntata.

Dunque, appuntamento on air mercoledì 29/09 alle ore 19 con Ambra Zaghetto e “Oltre le vette”. Stay tuned! – come si dice in tali casi, oppure, più nostranamente: segnatevi l’appuntamento e non mancate!