Intanto, i ghiacciai del pianeta…

E nel mentre che qualcuno si vanta di “salvare i ghiacciai” piazzandoci sopra quegli orribili teli geotessili che invero non salvano nulla ma spargono microplastiche ad alta quota – vedi l’articolo di stamattina qui nel blog – ecco qual è la situazione dei ghiacciai del pianeta in seguito alla crisi climatica antropogenica in corso, riassunta in questa chiara ed efficace infografica tratta da qui:

È sempre più il caso di rifletterci sopra, inutile rimarcarlo.

Notizie sul nostro mondo che forse non fanno più notizia

Di nuovo, una notizia che dà conto della sparizione sempre più imminente dei ghiacciai alpini compare oggi su un quotidiano a diffusione nazionale, come vedete qui sopra, e ancora è il Ghiacciaio dell’Adamello, il più grande delle Alpi italiane, dunque tra i più sorvegliati e la cui riduzione appare quanto mai evidente e drammatica, a essere oggetto della notizia. L’ennesima, come accennato, su questo tema.

Ecco, appunto, mi chiedo: è ancora una “notizia” questa? Al netto di ciò che l’articolo racconta, fa ancora notizia, interessa a qualcuno, provoca qualche reazione a chi la legge? Se la redazione di un quotidiane nazionale la mette in prima pagina probabilmente pensa che lo sia ancora, una notizia. Ma poi? Che fine fa, una volta consegnata all’opinione pubblica? Resta in circolo nella mente dei lettori, viene in qualche modo elaborata dal loro intelletto oppure viene subitamente messa da parte, come fosse qualcosa di ormai irrilevante, magari anche di tedioso?

[Alba sull’effluenza Mandrone del Ghiacciaio dell’Adamello, 11 agosto 2018. Immagine tratta dalla pagina Facebook del Servizio Glaciologico Lombardo.]
In verità notizie del genere, che da decenni compaiono sugli organi di informazione, avrebbero dovuto fare notizia allora, e conseguentemente alimentare all’epoca un dibattito pubblico atto a farne un tema politico oltre che civico. Non è accaduto, e ormai per la gran parte dei nostri ghiacciai alpini non c’è più nulla da fare: che sia tra cinque, dieci o cinquant’anni, spariranno inesorabilmente e noi non possiamo farci nulla; dovevamo farlo quarant’anni fa, come detto. Ma ciò giustifica la mancanza diffusa di sensibilità, attenzione, di presa di coscienza, di assunzione di responsabilità su questi temi? Non tanto per fare qualcosa a difesa dei ghiacciai, ma per assicurarci di poter continuare a vivere in un mondo comunque accettabile anche senza di essi e con tutte le altre conseguenze più o meno critiche derivanti dalla crisi climatica – e poterci vivere, intendo dire, innanzi tutto per ciò che significa dal punto di vista culturale e antropologico, anche prima che ambientale, sociale, tecnologico o che altro. Da abitanti del pianeta – ovvero del territorio domestico – veramente consapevoli e responsabili, in parole povere.

Di sicuro non ci salverà, per dire, il dotarci di climatizzatori sempre più efficienti o le auto elettriche oppure i nuovi pozzi per rifornirci di acqua anche in caso di forti siccità. E nemmeno le notizie come quella sopra citata ci saprà salvare, posto quanto sopra. Invece, ci salverà l’aprire gli occhi, la mente e il cuore nei confronti del mondo che abitiamo, ci salverà l’essere parte armonica del suo ambiente e dei suoi paesaggi, ci salverà la capacità di osservare il futuro e saperci vedere in esso. Ci salverà essere realmente Sapiens, un titolo di cui ci siamo investiti ma, ad oggi e posta la storia di cui siamo protagonisti, senza troppe giustificazioni plausibili.

Le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi

Questo slideshow richiede JavaScript.

La Svizzera si dimostra sempre più attenta e sensibile a ciò che sta accadendo alle proprie montagne dal punto di vista climatico – di sicuro molto più di quanto al riguardo si dimostra l’Italia.

Un bell’articolo pubblicato su “Swissinfo.ch”, ad esempio, analizza le conseguenze internazionali della fusione dei ghiacciai delle Alpi svizzere, che sono molteplici, di varia gravità e, appunto, interessano un territorio che va ben oltre i confini elvetici. Per inciso, in base all’andamento climatico attuale, la gran parte dei ghiacciai svizzeri potrebbe sparire entro la fine di questo secolo.

Sono conseguenze che vanno da quelle, ovvie, sul turismo e sull’immaginario alpino sul quale si dovrà basare nel prossimo futuro l’industria turistica (quasi mezzo miliardo di presenze all’anno!), alla trasformazione calamitosa del paesaggio (frane, alluvioni, fenomeni estremi, eccetera), alla diminuzione della portata dei grandi fiumi europei e dunque della disponibilità di acqua in molti paesi, con effetti diretti sulla navigazione, l’agricoltura, gli ecosistemi, le risorse di acqua potabile e la produzione di energia (persino sul raffreddamento delle centrali nucleari), all’aumento del livello dei mari.

Per giunta sulle Alpi il “picco idrico”, cioè il momento in cui il deflusso dell’acqua di fusione raggiunge il suo livello massimo, è già stato raggiunto o lo sarà nei prossimi anni: ciò significa che i molti casi i ghiacciai si sono fusi a tal punto che già ora rilasciano meno acqua o lo faranno presto:

[Le quantità di acque di fusione rilasciate dai ghiacciai svizzeri in relazione ai possibili auimenti della temperatura media nella regione alpina. Fonte: www.swissinfo.ch.]
Al netto di qualsiasi considerazione al riguardo, è senza alcun dubbio una situazione oggettiva della quale chiunque dovrebbe avere piena consapevolezza e saper formulare un’adeguata capacità di riflessione.

Per fare ciò, come detto, l’articolo di “Swissinfo.ch” è certamente molto utile e dunque vi invito a leggerlo, cliccando qui o sull’immagine in testa al post.

(Nelle immagini in testa al post vedete il Ghiacciaio del Rodano, nel Canton Vallese, in una fotografia del 1900 e in una del 2008.)

Se alle nostre montagne viene a mancare la “colla” che le tiene insieme

[La grande frana caduta esattamente 6 anni fa, il 18 marzo 2019, sul Flüela Wisshorn (3085 m), nel Canton Grigioni in Svizzera, dovuta alla fusione del permafrost. Foto: Robert Kenner / SLF, tratta da qui.]
Su “Swissinfo.ch”, testata svizzera multilingue che spesso offre ottimi contributi sui temi legati alla realtà montana, non solo elvetica, si può leggere un recente e interessante articolo intitolato “Come il cambiamento climatico minaccia il delicato equilibrio del permafrost”, un aspetto delle conseguenze della crisi climatica ancora poco considerato eppure di importanza critica.

Il permafrost (contrazione dei termini inglesi perma(nent), “permanente”, e frost, “gelato”) è un terreno di varia natura, roccioso, ghiaioso o morenico generalmente misto a ghiaccio che rimane a una temperatura pari o inferiore a 0°. In certi casi il ghiaccio non è presente e il terreno può essere secco o contenere acqua allo stato liquido, ma comunque permane a temperatura inferiori allo zero.

Il permafrost è la “colla” nascosta che tiene insieme i territori ghiacciati del pianeta, compresi quelli delle Alpi e in misura ovviamente minore, degli Appennini. Se il permafrost fonde e perde coesione le montagne facilmente crollano, e il cambiamento climatico in corso sta riscaldando ovunque il permafrost: le temperature sempre più elevate anche in alta quota scongelano lo “strato attivo”, cioè la superficie del terreno in condizione di permafrost, a profondità proporzionalmente maggiori, aumentando così di anno in anno il rischio di cedimenti rovinosi dei versanti montuosi come quelli che ormai in tutte le recenti estati si registrano un po’ ovunque sulle Alpi, anche se per ora, fortunatamente, con episodi non così catastrofici. Ma, appunto, il rischio al riguardo è in costante aumento.

L’illustrazione sopra riprodotta, che traggo dall’articolo citato, mi pare del tutto illuminante su quanto ho appena rimarcato. In buona sostanza, se nel 1998 lo strato di permafrost subiva fenomeni di riscaldamento e dunque di fusione fino a 4,4 metri di profondità, nel 2022 si è arrivati a 12,8 metri, segno inequivocabile dell’aumento delle temperature e degli effetti nefasti della crisi climatica che lo origina.

«Ricercatori e ricercatrici avvertono che il riscaldamento osservato continuerà a penetrare a profondità maggiori nei prossimi decenni» si legge nell’articolo. È un altro grosso problema da dover inevitabilmente considerare, nel futuro prossimo delle montagne e della nostra presenza su di esse.