Stalle a drappelli, o distratte

[Stalle di Ferubar a Bosco Gurin, Canton Ticino, Svizzera. Foto di Cassinam, opera propria, CC BY-SA 4.0, fonte: commons.wikimedia.org.]

Stalle di sola pietra, o di legno con zoccolo, o tutto legno, scurito, quasi nero talvolta; a drappelli con respiro come avvii di villaggi, o isolate, quasi distratte, che l’occhio errando è contento di ritrovare. Le più famigliari hanno accanto una fontana senz’acqua, guardandola sembra di vedere il getto limpido uscire come una volta, scosso d’improvviso dal vento.

[Giorgio Orelli, Primavera a Rosagarda in Rosagarda, Edizioni Casagrande, 2021, pag.12.]

Descrivere il paesaggio in modo esemplare

[Veduta della campagna inglese del Dorset da Hambledon Hill. Foto di Marilyn Peddle, CC BY 2.0, fonte Wikimedia Commons.]

Questa distesa di campagna fertile e riparata, nella quale i campi non sono mai riarsi e le sorgenti inaridite, è limitata a sud dall’ardito crinale di rocce calcaree che comprende i dossi di Hambledon Hill, Bulbarry, Nettlecombe Tout, Dogbury, High Stoy e Bubb Down. Il viaggiatore che proviene dalla costa dopo aver faticosamente marciato verso nord per una trentina di chilometri su dune calcaree e attraverso campi coltivati a frumento, arriva improvvisamente all’estremità di una di queste scarpate, e resta piacevolmente sorpreso scorgendo, aperta come una carta geografica sotto di lui, una regione la quale è assolutamente diversa da quella in cui è passato. Alle sue spalle le colline sono dolci, il sole dardeggia su campi tanto grandi da dare al paesaggio l’aspetto di un’estensione sconfinata, i viottoli sono biancheggianti, le siepi basse e con i rami fittamente intrecciati, l’atmosfera priva di colore. Qui nella valle il mondo sembra costruito su scala più piccola e delicata; i campi sembrano semplici pascoli recintati, così ridotti nelle proporzioni che, da quell’altezza, le loro siepi di confine appaiono come una trama di fili verde scuro sovrapposta al verde più tenero dell’erba. Là in basso l’atmosfera soave e struggente è così sfumata di azzurro che ciò che gli artisti chiamano il campo medio prende anch’esso la stessa sfumatura, mentre l`orizzonte più lontano ha la tinta del più cupo azzurro-oltre-mare.

[Thomas Hardy, Tess dei d’Urberville, 1891.]

Secondo Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani e tra i più grandi esperti di paesaggio, questa è una descrizione esemplare di un paesaggio, «funzionale al racconto dei fatti che vi accadranno, ma importante anche per capire che tutto cova nelle profondità della terra, del paesaggio, pur nella pacatezza delle visioni che esso suscita e che poi tutto ritorna al paesaggio» – come scrive al riguardo nel saggio Il paesaggio racconta (presentato al convegno della Fondazione Osvaldo Piacentini a Reggio Emilia nel marzo del 2000). E se il «paesaggio» esiste solo se noi lo sappiamo concepire in quanto prodotto delle nostre percezioni sensoriali e del nostro bagaglio culturale, e se possiede una propria identità peculiare e un valore culturale i quali si riflettono in chiunque vi si relazioni, da abitante permanente o da visitatore temporaneo, la descrizione del paesaggio – non necessariamente artistico-letteraria, anche solo mentale, di chi vi sta e lo sta osservando cercando di comprenderlo – diventa la descrizione di noi stessi. Cioè qualcosa di determinante e fondamentale per ciò che noi siamo. Ecco perché è così importante saper percepire e capire il paesaggio: è una pratica che come poche altre sa dare un senso a noi che lo viviamo, alla nostra vita.

La “natura” della Natura

[John Constable, Wivenhoe Park, Essex, 1816.]

Il paesaggio naturale in realtà è espressione di una concezione che noi abbiamo di “natura”, del valore che noi diamo a ciò che è naturale, quando invece la naturalità non è in sé ma è pensata e almeno in parte costruita. La sua realtà è infatti una costruzione sociale, un modalità di percezione culturalmente orientata, una rappresentazione  simbolica. Dire natura e dire di amare la natura, stare a contatto della natura, ecc., è essere immersi in una sostanza culturale, essere parte integrante di una storia. Si pensi a come è evoluta la concezione della natura, avendo avuto essa un momento fondamentale nella cultura romantica per la sua influenza su un certo tipo di sensibilità, che aveva spiritualizzato la natura e enfatizzato sentimenti di panismo e titanismo. Scriveva Herder: «Esci, o giovane, in aperta campagna e osserva. La più antica, la più mirabile rivelazione di Dio, ti apparirà ogni mattina come un fatto». Naturale è sempre per noi che osserviamo, l’ambiente naturale esiste per noi che lo vediamo e interpretiamo e tuttavia dobbiamo dire che non è per questo semplicemente a nostra disposizione.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]

La bellezza delle montagne d’Ucraina

[Foto di Alexandr Podvalny da Unsplash.]

Oltre le verdi colline ondulate della Mittel Land si levavano imponenti pendici boscose fino ai maestosi dirupi dei Carpazi veri e propri. Torreggiavano a destra e a sinistra, e la luce del sole pomeridiano, investendole in pieno, faceva risaltare tutti gli splendidi colori di codesta bella catena, l’azzurro cupo e il viola all’ombra dei picchi, il verde e il bruno là dove rocce ed erba si confondevano, e una prospettiva illimitata di rocce frastagliate e creste aguzze, che si perdeva in lontananza, dove picchi innevati si drizzavano maestosi. Qua e là, imponenti crepacci spaccavano i monti, e in essi il sole ormai declinante di tanto rivelava il bianco schiumare di una cascata. Uno dei miei compagni di viaggio mi ha toccato il braccio mentre, aggirata la base di una collina, compariva l’alta cima incappucciata di neve d’un monte che, per via delle tortuosità del cammino, sembrava starci proprio di faccia.

[Bram Stoker, Dracula, 1897.]

L’immagine mostra un panorama dei Carpazi Orientali Esterni, ovvero la parte della catena montuosa posta in buona parte nel territorio dell’Ucraina, senza dubbio una delle più amene e suggestive. Ecco: se gli uomini di guerra comandati dal Cremlino che hanno aggredito il paese si soffermassero a contemplare la sublime bellezza di questi paesaggi montani ucraini, chissà, forse smetterebbero di devastare anche gli altri.

Abbandonare il paesaggio

[Cortina d’Ampezzo, luglio 2020: lavori per i Mondiali di sci 2021 e le Olimpiadi 2026. Immagine tratta da altrispazi.sherpa-gate.com, in origine pubblicata qui.]

Si abbandona un paesaggio non tanto lasciandolo, ma lasciando che predomino interessi speculativi e sfruttamento indiscriminato, cioè per effetto di sciatteria intellettuale e scarsa lungimiranza, per la concentrazione dello sguardo su meri bisogni contingenti.

[Giovanni Widmann, Il paesaggio è cultura, pubblicato nel sito di Mountain Wilderness il 01 febbraio 2022. Per saperne di più, visto che del testo di Widmann ne ho già scritto, cliccate qui.]