(Cliccate qui, per capire meglio.)
Tag: Francia
Al paesaggio di oggi manca un Corot

E nell’ammirare un tale capolavoro, ripensando a quanto ho scritto in merito al concetto di paesaggio e alla sua genesi artistica che nel tempo si struttura in pensiero intellettuale e culturale fino all’accezione attuale, mi sorge un dubbio, forse insensato, forse fuori luogo, forse no: e se la disattenzione, se la mancanza di sensibilità e di capacità di percezione culturale che molte persone dimostrano nei confronti del paesaggio, nel senso proprio di rappresentazione intellettuale del mondo osservato, fosse dovuta – oltre a una generale e deprecabile mancanza di cultura al riguardo nei media contemporanei, tradizionali e virtuali – anche alla relativa mancanza di raffigurazioni altrettanto didattiche e illuminanti del paesaggio come quelle che l’arte ha saputo offrire fino a qualche tempo fa? Se, insomma, alla possibilità collettiva di osservare e capire bene il paesaggio mancasse il necessario “insegnamento” al riguardo da parte di un elemento così potente e suggestivo quale è l’arte? E se proprio da ciò, quale riprovevole ma inesorabile effetto collaterale, derivasse l’incapacità di capire la portata di certi danni arrecati in vario modo al paesaggio sia da parte di chi ne è fonte e sia di chi ne è osservatore?
Insomma: se ci fossero in circolazione ancora dei Corot, che essi dipingessero o impiegassero qualsiasi altro stile, tecnica, media, visuale o no, per raffigurare il mondo, sapremmo forse essere più sensibili e più attenti al paesaggio e alla sua cura? Sapremmo meglio percepire e comprendere la sua bellezza e il suo valore culturale? Sapremmo salvaguardarlo meglio di quanto facciamo?
P.S.: in verità l’arte contemporanea continua a rappresentare il mondo e i suoi paesaggi, e lo fa ovviamente utilizzando strumenti e linguaggi consoni al presente quando non già protesi al futuro. Di contro la produzione artistica contemporanea è meno immediata e più mediata rispetto a quella preavanguardistica: sicuramente abbisogna di un poco più di attenzione e riflessione – è il suo più prezioso scopo, d’altro canto – ma è inutile dire che, nella società di oggi, la riflessione, il pensiero e la pratica intellettuale sono doti quanto mai trascurate quando non vituperate, preferendo ad esse i “rimestii di pancia”. Il che in fondo si correla bene a quanto ho appena affermato, non a caso.
I boìs di Milano

Via Fiori Chiari, via San Carpoforo, via Madonnina, bellissimi nomi resi equivoci dal ricordo di un non lontano passato postribolare. Il numero uno di via Madonnina oggi è chiuso, le finestre sono sbarrate con assi come avviene negli edifici vuoti in attesa di demolizione. È una decrepita fetta di casa tra via Madonnina e via Mercato, come ce ne sono tante nella Parigi di Utrillo. Qui, ai tempi di Paolo Valera, funzionava il più celebre dei trecento boìs di Milano, ristoranti di infimo ordine che il popolo chiamava sesmilaquindes, cioè 6015: un numero da prigioniero della Bassa, l’ergastolo di Mantova, e che somiglia alla scrittura della parola boìs.
Cosa si poteva mangiare in un 6015? La roma (o rosticianna, carnaccia con cipolle fritta nello strutto), la venezia (trippa), la spagnola (patate arrosto), i màccheri al sughillo (maccheroni al sugo), i vermi (vermicelli), i nervosi (nervetti all’aceto), la galba (minestra), la polenta vedova (polenta accomodata), el scagliùs (pesce), i trifol (patate) rostì e in insalada. Per finire: un bicchierino di rabbiosa (acquavite).
(Aldo Buzzi, L’uovo alla kok, Adelphi Edizioni, 1979-2002, pag.70.)
Si dice che Milano sia la città più europea d’Italia, anzi, forse l’unica città italiana di livello europeo e internazionale ed è sicuramente vetro tanto quanto bello. Ma, per diventare ciò e risultare così meritatamente celebrata da tutti, quanto ha perso di sé e della propria identità tradizionale, del proprio piccolo/grande mondo vernacolare, della propria anima popolare e popolana, meneghina e lombarda, padana e prealpina, e di tutta la memoria storica che ne derivava (e ne deriverebbe ancora)?
Non è una domanda retorica e tendenziosa o passatista, da «si stava meglio quando si stava peggio», perché la Milano di oggi è, ribadisco, per molti aspetti sublime nella sua cosmopolita contemporaneità. È d’altro canto un’osservazione, una constatazione interrogativa che viene da porsi, inevitabilmente, quando quella intensa memoria – come grazie a Aldo Buzzi, in tal caso – torna alla luce. Per niente retorica, semmai sostanziale e inevitabile, appunto.
Sapete quante lingue si parlano, nelle Alpi?
Del “paesaggio”, una cosa della quale fatichiamo a renderci conto e non per colpa personale ma per una generale carenza culturale diffusa sul tema che tutti subiamo, è che non è fatto solo di cose materiali – orografie, morfologie, elementi geografici naturali e antropici, monti colline fiumi laghi boschi strade case paesi città eccetera – ma pure di cose immateriali, che sotto molti aspetti sono proprio quelle che del paesaggio completano e affinano l’identità: suoni, rumori, luci e ombre, tradizioni e narrazioni orali, etnologie, mitologie… e parole. Già, nel senso di lessici locali, di lingue parlate nei territori dai quali scaturiscono i relativi paesaggi che sovente compendiano molta parte della geografia umana sviluppatasi sulla geografia fisica. In tal senso la cosa diventa del tutto evidente ed emblematica in una zona che già “naturalmente” offre i più potenti paesaggi geografici e, parimenti, presenta una simile incredibile geografia linguistica sviluppatasi in e con quei paesaggi: le Alpi. Nei territori alpini, infatti, nonostante l’omologazione lessicale contemporanea è ancora oggi presente una grande e per certi versi sconcertante ma pure sorprendente diversità linguistica: a volte il parlato è omogeneo per territori relativamente vasti, altre volte cambia di molto anche tra borgate adiacenti, magari poste su due versanti diversi della stessa piccola valle sui quali, ad esempio, lo stesso oggetto viene definito con termini totalmente differenti.
Di questo tema, e di un bellissimo progetto ad esso correlato che si chiama VerbaAlpina, se ne occupa la Cipra – la Commissione Internazionale per la Protezione della Regione Alpina – in un recente articolo che potete leggere qui. VerbaAlpina è un progetto curato in primis dalla Ludwig-Maximilians-Universität di Monaco di Baviera che dal 2014 ricerca, raccoglie e cataloga i lemmi delle varie lingue parlate sulle Alpi, presentandoli poi in una mappa interattiva e nel Lexicon Alpinum, nel quale ad oggi potete trovare oltre 16.000 vocaboli riferiti a ben 126 diversi “dialetti” (già: centoventisei! Ma che si potrebbero tranquillamente definire “lingue”) parlati nelle Alpi, un numero che peraltro non comprende le varianti ancor più topiche, cioè parlate in ambiti estremamente ristretti, che tuttavia fanno in gran parte riferimento al “dialetto” principale. D’altro canto «I dialetti si differenziano dalle lingue nazionali ufficiali solo per il loro status nella società» spiega Thomas Krefeld, uno dei due responsabili del progetto: «Ogni dialetto è una lingua perfettamente compiuta».
Dunque fateci caso, quando girate per il mondo e, appunto, in particolar modo le montagne, a come la gente che le abita e incontrate vi parla: con il suono emesso dalla loro voce e con le parole proferite stare sentendo il paesaggio in loco e generando una percezione di esso ben più ricca e rifinita di quanto potreste credere che i sensi vi consentano. Se le parole che vi dicono e l’inflessione della loro voce fossero diverse, anche il paesaggio lo sarebbe e ugualmente la nozione e il ricordo che di esso vi porterete a casa. E se poi tenete conto che dietro a ogni parola e alla sua etimologia c’è un mondo di storie, conoscenze, saperi, tradizioni, informazioni, intuizioni e che in fondo quelle parole sono la manifestazione dal territorio al pari del paesaggio visivo, potrete veramente constatare quanto sia vitale per la società umana la varietà linguistica e la sua salvaguardia, sulle Alpi come altrove. Non per essere contro a qualsivoglia omologazione lessicale funzionale, come quella che ci porta tutti ad essere sempre di più anglofoni (e ci sta, nelle relazioni internazionali), ma per parlare come si mangia – come dice quel noto motteggio – ovvero per come si è veramente, per essere se stessi e in relazione culturale, nella forma più immediata tanto quanto importante, con il luogo in cui si vive.
La neve mirabile di Contencin





P.S.#2: ringrazio molto Marina Morpurgo che, indirettamente, mi ha fornito lo spunto per questo post.
