Le cose belle che ci perdiamo

[Foto di StockSnap da Pixabay.]
«No, dormire in tenda non fa per me.»
«Quel posto non mi piace.»
«Il bosco di notte mi fa paura.»
«Non c’è nemmeno un rifugio in quella zona.»
«Quel versante è tutto all’ombra.»
«Le previsioni sono brutte, meglio non andare…»

Eccetera, già.

Quante cose belle ci perdiamo, quante esperienze potenzialmente interessanti, affascinanti, illuminanti solo perché non sappiamo uscire da quella che crediamo essere la comfort zone a noi ideale? Solo perché non abbiamo il coraggio di fare un passo fuori dal solito tracciato, per il timore di restare delusi ovvero di non trovare le gratificazioni a cui miriamo o, molto semplicemente, perché ciò che è fuori dall’ordinario ci inquieta, ci fa paura.

Ma cos’è poi l’“ordinario”? È veramente la nostra zona di “comodità” nella quale credere di stare bene ovvero meglio che altrove, o forse è il recinto nel quale ci rinchiudiamo convincendoci di non stare male e parimenti autoproibendoci la possibilità di vivere un’esistenza ben più ricca di emozioni e consapevolezze?

Non occorre chissà che: a volte bastano due gocce di pioggia, le nubi basse sui monti o anche solo l’idea che un posto sia meno bello di altri per farci restare immobili nell’abitudine, e questo accade non solo per le cose leggere – un’ordinaria camminata in montagna, appunto – ma in tutta la nostra quotidianità. Anzi, accade proprio che di quelle abitudini ordinarie e dei pensieri con cui le giustifichiamo nella quotidianità facciamo il copia-incolla su tutte le altre occasioni per le quali, invece, potremmo finalmente conoscere, esplorare, sperimentare, vivere nuove e differenti esperienze, circostanze, situazioni, avventure. Senza bisogno di fare niente di così speciale: una notte all’aperto sotto il cielo stellato, un’escursione notturna nel bosco o con la pioggia, una camminata per prati a piedi nudi… cose insolite? O è ben più insolito che noi si tenda a fare sempre le stesse cose, con ben poche varianti, soffocando il naturale istinto alla curiosità, alla sperimentazione di cose nuove, alla scoperta, al poterci emozionare di fronte a ciò che non è ordinario, per mera paura di non godere della “sicurezza” desiderata?

Ma, chiedo pure, in verità la vera sicurezza non si sviluppa e acquisisce proprio attraverso quelle esperienze che ci permettono di metterla alla prova e ampliarla? Finché restiamo all’interno della nostra comfort zone non potremo mai capire se quella che percepiamo come “sicurezza” sia veramente tale, e non sapremo mai elaborare la consapevolezza necessaria a farcela sentire concretamente acquisita e non funzionalmente creduta. Anche attraverso piccole cose, ribadisco, esperienze semplici ma già poste fuori dall’ordinario, dalle abitudini solite. Basta poco per imparare molto e per guadagnare ancor più. Un solo passo a lato rispetto alla direzione consueta e si potrebbe aprire un mondo. Mai come in questo caso «tentar non nuoce» anzi, per meglio dire: non tentar nuoce!

Di là il Parco Nazionale Svizzero, di qua il Parco Nazionale dello Stelvio. E si vede.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale Svizzero. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Mentre il Parco Nazionale Svizzero – la più grande riserva naturale del paese, istituita ufficialmente nel 1914 con i più alti standard di protezione e di ricerca sugli habitat naturali montani – attira delegazioni dall’estero che vengono a raccogliere informazioni e esperienze su come si possono promuovere ed eventualmente combinare il turismo sostenibile e la tutela della biodiversità nelle riserve naturali dei propri paesi, al di qua del confine, nel contiguo settore lombardo del Parco Nazionale dello Stelvio, si può constatare concretamente e “imparare” non solo come non si tutela un’area naturale montana ma pure come la si può distruggere con l’autorizzazione e il bene placito delle istituzioni politiche nonché, soprattutto, con la consensuale indifferenza dello stesso Parco Nazionale.

[Ciò che succede nel Parco Nazionale dello Stelvio. Cliccateci sopra per saperne di più.]
Si rimarca spesso che le montagne da sempre non dividono ma uniscono: territori, paesaggi, genti, culture, tradizioni, saperi… ma in certi disgraziati casi invece è vero che dividono: tra Grigioni e Lombardia, nelle rispettive e, ripeto, contigue aree naturali protette, da una parte si trova competenza, cura, capacità di gestione, visione, idoneo supporto politico, dall’altra si constata incompetenza, menefreghismo, incapacità gestionale, assenza di visione e progettualità ambientale, azione politica deleteria. E riguardo questa seconda parte, quella lombarda del Parco Nazionale dello Stelvio, ciò che sta accadendo al Lago Bianco del Passo di Gavia è tra le prove più emblematiche e inquietanti.

Una divisione netta, una differenza di relazione con il territorio e di gestione delle proprie montagne radicale e sconcertante. Di là, nei Grigioni, ammirazione; di qua, in Lombardia, vergogna.

Turismo in montagna: si può trovare un equilibrio tra “eccessivo” e “essenziale”?

(P.S. – Pre Scriptum: articolo pubblicato su “Il Dolomiti” sabato 9 settembre 2023 – vedi in calce al testo.)

«Salvaguardiamo la pace e la tranquillità di certe zone dallo squallore che vediamo nelle città…»

«Se la cena stellata serve a far rendere di più l’impianto e guadagnare due soldi al cuoco e a chi ci lavora non vedo il problema…».

Sono due passaggi estratti dai commenti su Facebook dell’articolo de “Il Dolomiti” del 26 luglio scorso, intitolato “In montagna sempre più ‘attrazioni turistiche’ inutili”, dagli aperitivi alle cene stellate in cabinovia, il parere del Cai Alto Adige: “Serve un ‘ritorno’ all’essenziale” – cliccate sull’immagine qui sotto per leggerlo. Carlo Alberto Zanella, presidente della sezione altoatesina, nel commentare la cena stellata in cabinovia realizzata a Madonna di Campiglio, afferma che «In montagna abbiamo costruito panchine giganti e ogni tipo d’attrazione per turisti. Pur di accontentare un certo tipo di ‘clientela’ ci si inventa qualsiasi cosa. Così facendo, però, si va a perdere la vera essenza dell’esperienza in quota»: articolo  e dichiarazioni che, inevitabilmente, hanno scatenato la solita diatriba – con altrettanto solite ruvidezze verbali – tra pro e contro, la quale ancora oggi, a qualche settimana dalla pubblicazione, vedo rimbalzare sul web citata e commentata da molti utenti. D’altro canto è un tema di discussione che non nasce certo oggi e che avrà valore crescente nel prossimo futuro, viste le cronache al riguardo giunte dalle montagne italiane in questa estate ancor più che nelle precedenti – e chissà in quelle future, se l’andazzo resterà immutato!

In concreto, la denuncia del Cai Alto Adige fotografa una situazione ormai diffusa sulle nostre montagne, appunto, che se da un lato è propria del turismo contemporaneo in generale, per le cui modalità vigenti sembra che ogni cosa debba essere necessariamente spettacolarizzata, anche l’esperienza più naturale, dall’altro appare spesso priva del più logico senso del limite e di una consapevolezza culturale che, in un ambiente di valore assoluto come quello montano, dovrebbe rappresentare la base ineludibile di ogni cosa. La denuncia Cai è dunque giusta e necessaria e vada un plauso alla sezione altoatesina che ha una posizione ben chiara riguardo questioni, a differenza di altre sezioni e dello stesso Cai nazionale sovente più ambiguo – almeno fino a oggi. D’altro canto le osservazioni di quei due commenti antitetici sopra citati, relativamente al rispettivo punto di vista, sono parimenti comprensibili: è vero che la montagna troppe volte, e in modi francamente inaccettabili, imita la città ovvero da essa e dal suo modus vivendi consumistico si fa colonizzare, generando situazioni alienanti e culturalmente degradanti, ma è anche vero, posto il turismo e le sue infrastrutture come parte integrante e per certi versi al momento ineludibile– nel bene e nel male – che una fruizione intelligente di esse rappresenta un’opportunità valutabile quando non un’esigenza economica inevitabile, in relazione al sostentamento finanziario di chi le gestisce. Certo, qualcuno dalle posizioni particolarmente radicali potrebbe anche concludere che sia meglio falliscano, gli impianti e chi li gestisce, così da imporre lo smantellamento delle opere e la rinaturalizzazione del territorio: ma tale ipotesi, anche al netto delle problematiche conseguenti, parrebbe piuttosto utopica, per ora.

Il Cai Alto Adige ha ragione, ribadisco. Posto ciò chiedo: tra l’essenziale invocato dal suo presidente e l’eccessivo cagionato da certe iniziative turistiche ci potrebbe essere un equilibrio, un compromesso accettabile? Personalmente credo di sì, che ci possa essere e anzi che debba essere ricercato a prescindere, ovvero che si debba trovare il modo di ricondurre l’eccessivo all’essenziale per evitare le esagerazioni del primo ma senza pretendere la radicalità del secondo e ferma restando la più ampia e strutturata salvaguardia del territori, dell’ambiente naturale e del paesaggio relativo, patrimoni comuni di inestimabile valore che non possono essere né degradati da manufatti decontestuali e nemmeno banalizzati da visioni e immaginari creati ad hoc solo per farne un bene da mercanteggiare e vendere. Il che significa anche porre un limite al turismo di massa incontrollato nei territori di pregio come quelli montani – fenomeno che purtroppo fa gola a certi ambienti turistici, meramente convinti che «più turisti ci sono più soldi si fanno» (cosa sostanzialmente falsa che per di più ignora al contempo i tanti effetti collaterali dell’overtourism) – per riportarlo entro limiti nei quali la quantità venga sottoposta a parametri di qualità, turistica e ancor più culturale, della presenza nel territorio e della fruizione dei suoi paesaggi: una pratica che peraltro genera pure fidelizzazione con i luoghi e dà sostanza a un bacino turistico che può mantenersi costante nel tempo – in quantità e qualità, nuovamente – a vantaggio di tutti gli stakeholders locali.

Per fare un esempio tra i tanti possibili, citando il caso di Madonna di Campiglio che ha fatto da “ispirazione” al Cai Alto Adige per le sue considerazioni: si vuole offrire ai turisti la cena stella in cabinovia? Va bene, ma solo se tale iniziativa venga inserita in una proposta nella quale il turista, nello stesso contesto, non solo abbia l’opportunità di mangiare prelibatamente ma pure di imparare qualcosa sul territorio e sulle montagne sorvolate e raggiunte dall’impianto, dunque che possa portarsi a casa non soltanto una mera e pur suggestiva esperienza a favore della pancia ma anche una a favore della mente e dell’animo, quanto mai importante proprio per la più autentica valorizzazione del territorio in questione e al contempo per la fidelizzazione turistica ad esso. D’altro canto una cena stellata su un impianto di risalita in sé è un evento da non luogo, autoreferenziale, ripetibile ovunque senza bisogno di contestualizzazione geografica e culturale: può portare turisti meramente interessanti alla novità ma non porta alcun beneficio di medio-lungo termine per la località. E questo è un principio che vale per qualsiasi altra pratica turistica che pretenda di conseguire risultati meramente commerciali eludendo quelli culturali, ovvero ciò di cui ha bisogno la montagna per strutturare uno sviluppo durevole nel tempo.

L’essenzialità non è il non fare nulla, come chi sostiene certe iniziative turistiche vorrebbe far credere, ma è fare cose, qualsiasi esse siano, che posseggano un’essenza, un’anima, un senso benefico per il luogo, un contenuto che arricchisca l’esperienza sensoriale e culturale dei visitatori riguardo il valore del luogo. È una cosa fondamentale, questa, irrinunciabile per un turismo di qualità in territori di qualità come sono quelli montani che non possono e non devono in nessun modo essere ridotti a non luoghi turistici ovvero in prodotti da vendere e consumare. Se ciò accadesse – e purtroppo accade, in certe località – sarebbe (è) un autentico crimine morale.

Una montagna di slogan pubblicitari

È comprensibile che chi gestisce il turismo in montagna ci costruisca sopra un apposito marketing dal quale ricavarci allettanti slogan per attrarre clientela. Non è comprensibile, anzi, è inammissibile che attraverso questi slogan sia veicolata una visione prettamente consumistica della montagna, esattamente come se il suo territorio sia assimilabile a quello di un litorale marino attrezzato o a una città ricca di attrazioni e divertimenti. Come se fosse il turismo a stabilire l’identità e il valore culturale delle montagne e lo faccia attraverso i numeri degli utili che intende conseguire: così che, si tratti di un alpeggio a 2000 m di quota, di una spiaggia sul mare o del centro storico di una città, l’importante è ricavarci più tornaconti possibile. Ne scaturisce una inevitabile diseducazione dei turisti, convinti a forza di slogan che in montagna si possa andare come in qualsiasi altro luogo turistico, che ci si possa fare ciò che si vuole, che tutto sia a disposizione, usufruibile, consumabile, basta pagare un biglietto e amen. E che a tale situazione si possano tranquillamente adattare i propri comportamenti, perché l’importante non è conoscere il luogo nel quale ci si trova ma trovare più sollazzo possibile per se stessi.

D’altro canto in quota ci si arriva in auto su larghe strade asfaltate, si lasciano in megaparcheggi uguali a quelli dei centri commerciali fuori città, si sale in comode funivie senza nemmeno togliersi le infradito, i sentieri sono spianati come nei giardini pubblici, per attraversare il ponte tibetano c’è la coda come in metropolitana e al rifugio c’è pure la “cena gourmet” come nei migliori ristoranti cittadini… quindi che differenza fa?

E se sull’alpeggio a 2000 m di quota non ci sono cestini fa nulla, si butta il fazzoletto di carta o il mozzicone di sigaretta in terra che tanto qualcuno prima o poi raccoglierà e pulirà, sarà pur compreso nel prezzo pagato un tale servizio, no? D’altro canto è solo un mozzicone, solo una pallottola di carta in mezzo a tutta quella «natura incontaminata» come dice l’ennesimo slogan… che sarà mai?

P.S.: il disegno in testa al post è di Michele Comi, come al solito un’ottima ispirazione per riflettere sui temi inerenti la frequentazione contemporanea delle montagne.

L'”esperto” di montagna

[Foto di Laci Döme da Pixabay.]
Quando qualche organo di informazione pubblica i miei contenuti sulla montagna, sovente mi indica come “esperto” – di cultura montana, di turismo montano, eccetera. Poi, quando gli articoli rimbalzano sui social media, puntualmente c’è chi, non esattamente in linea con le mie opinioni, rimarca la cosa con fare critico se non canzonatorio: «Ah, è arrivato l’espertone!» e cose del genere.

Be’, mi preme denotare che il vedermi definire un “esperto” mi imbarazza non poco: certo studio in vario modo le montagne da anni, ci vivo, le frequento lungo tutta la cerchia alpina di qua e di là dallo spartiacque. Capisco bene le redazioni che, nel titolare gli articoli, hanno l’esigenza di condensare in pochi termini se non in uno solo descrizioni ben più articolate, e so pure bene che, qualsiasi altro termine usassero, anche il più minimizzante possibile, chi voglia criticare non lo accetterebbe comunque.

D’altro canto, hanno “ragione” quelli che non vogliono ritenermi un esperto, perché sono io il primo a non potermi definire tale: le montagne offrono così tanto da imparare, e tantissime persone ad esse legate sanno insegnarmi così tante cose che non so al riguardo e le cui narrazioni ascolto con gran piacere e passione, che mai potrei definirmi “esperto”. Fortunatamente, dico io: ciò dimostra quanto grandi siano le montagne non solo orograficamente ma pure culturalmente, e quanto bello, affascinante, stimolante sia questa evidenza. Sui monti ogni valle è un mondo diverso da quello che rappresenta la valle accanto, e spesso nella stessa valle ogni villaggio è un luogo a sé, basta che ci sia di mezzo una forra, un lago, un fitto bosco o un altro ostacolo geografico per generare la singolarità e le relative peculiarità: così, si diventi pure onniscienti riguardo una certa zona, ci si può mai dire tali anche per quella adiacente? E dunque, quando si diventa veramente esperti di montagna? Forse mai, io credo e per fortuna, lo ribadisco.

Semmai, rivendico il fatto di essere “esperto” secondo l’etimologia originaria del termine, dal latino «esperire», ricercare, tentare, provare – la stessa radice del termine “esperimento”. Quasi sempre chi produce un esperimento lo fa per scoprire qualcosa che ancora non sa o non conosce bene, dunque non può certo dirsi “esperto” se non dopo aver compiuto e compreso l’esperimento, appunto. Ecco, è la stessa cosa per me nei confronti delle montagne: un ambito di sperimentazione costante nel quale ogni cosa che si apprende si lega a tante altre ancora da sperimentare, scoprire, conoscere, così da acquisire il più efficace e prezioso bagaglio di esperienza – altro termine con la stessa etimologia.

Dunque ringrazio quelli che mi sfottono perché vengo definito un “esperto”: in fondo mi stanno facendo un bel complimento e mi incitano a continuare nelle mie sperimentazioni montane!