La fine che ci spetta, o che ci meritiamo

[Foto di Foto-RaBe da Pixabay.]

La convinzione di essere al vertice della piramide evoluzionistica, di essere invulnerabili e padroni della Terra per diritto divino, ci ha portati ad alterare l’ecosistema spingendoci sul ciglio del baratro. Di certo la nostra tracotanza sarà capace di rendere la Terra inospitale – lo ha già fatto con molte specie animali e vegetali – a tal punto da esserlo in modo definitivo per noi. Toccherà estinguerci, come in una sorta di lento suicidio collettivo. Ma la Terra troverà nuovi percorsi evoluzionistici, che senz’altro non ci contemplano.

[Gianni Biondillo, Sentieri metropolitani. Narrare il territorio con la psicogeografia, Bollati Boringhieri, 2022, pagg.88-89.]

Dice bene Biondillo: se l’autoproclamato “Sapiens” dimostra di non esserlo affatto al punto da arrivare a distruggere il proprio mondo e la sua razza – l’estinzione umana che rappresenterà l’atto finale dell’Antropocene -, in realtà la Terra sopravvivrà alle nostre follie e ai danni perpetrati, cambierà, si adatterà ma certamente ritroverà un proprio equilibrio.

In fondo noi che crediamo di essere i dominatori assoluti e invincibili del mondo non contiamo granché, e ciò proprio perché dimostriamo di non essere affatto in armonia con il pianeta sul quale viviamo. Di questo passo, se non prenderemo coscienza di ciò che comporta la nostra presenza nel mondo e su come poterlo vivere veramente in armonia, spariremo dalla Terra la quale farà spallucce e andrà avanti, pure sollevata per essersi tolta dai piedi un bel problema.

[Foto di RÜŞTÜ BOZKUŞ da Pixabay.]

La biodiversità del mondo e la “biodisparità” dell’uomo

Non siamo più in grado di concepire e comprendere l’idea di «natura», noi animali umani autoproclamatisi “Sapiens”, razza più intelligente del pianeta (certe volte dimostriamo di esserlo, molte altre per nulla), al punto da crederci al di fuori di essa, figuriamoci quello di «biodiversità». Che infatti non capiamo, ignoriamo, trascuriamo, credendo sia una di quelle cose “scientifiche” un po’ astruse che sì, qualche importanza ce l’hanno, sicuramente, ma nulla di così fondamentale.

Peccato che la biodiversità è la vita sulla Terra nel suo senso più compiuto, la peculiarità fondamentale che dà valore alla biosfera terrestre e ai suoi ecosistemi, dei quali anche noi siamo parte integrante e interconnessa. Ciò significa che, per essere chiarissimi, la biodiversità deve essere sempre al 100% per garantire e garantirci la vita al suo massimo: se è al 99% rappresenta già un grosso problema. Non serve essere biologi per capirlo. È come avere un’automobile composta in totale da mille componenti che ne garantiscono massime efficienza, sicurezza e prestazioni: li contassimo e ne trovassimo novecentonovanta, l’auto magari viaggerebbe comunque ma saremmo ancora così certi della sua efficienza? Probabilmente no, tuttavia siamo comunque costretti a utilizzarla: abbiamo solo quella e nonostante ciò, nel frattempo, i suoi componenti diminuiscono ancora.

Ecco: uno studio della Stanford University del 2023 ha accertato che le attività umane portano alla scomparsa delle specie animali vertebrati a velocità molto più rapide del loro ritmo naturale di estinzione: esistono gruppi che stanno scomparendo 35 volte più velocemente della media. Almeno 73 gruppi di specie di mammiferi, uccelli, rettili e anfibi si siano estinti dal 1500 ad oggi per colpa di noi “Sapiens”. Se le tendenze avessero invece seguito i tassi di estinzione medi pre-umani, soltanto due gruppi sarebbero effettivamente scomparsi. Per raggiungere i risultati riscontrati in mezzo secolo, in assenza dell’uomo, ci sarebbero dovuti volere in realtà 18mila anni.

Come indica lo stesso studio, la stabilità della nostra civiltà, insieme a quelle di ogni altra razza vivente, dipende fortemente dall’equilibrio della biodiversità della Terra. Ergo, non siamo affatto messi bene e la crisi climatica – peraltro legata a doppio filo alla perdita di biodiversità – non è la sola minaccia che ci pende sulla testa. Potremo anche disinteressarcene ma sarebbe almeno il caso di esserne consapevoli – anche solo perché siamo (diciamo di essere) “Sapiens”, appunto.

Per tutto ciò ho trovato così affascinante la “biodiversità” spontanea che si è sviluppata nei vasi per fiori lasciati vuoti per l’inverno sul terrazzo di casa – ne vedete uno lì sopra. Non è bella e scenografica da vedere come delle piante dai coloratissimi fiori ma è molto più naturale di essi, più ecosistemica, più vitale. Un «terzo paesaggio» domestico che per molti aspetti è il primo da dover considerare, difendere e, se possibile, amare.

Se il turista è la prima vittima (inconsapevole) dell’iperturismo

[Immagine tratta da www.iltquotidiano.it.]

Il turista inconsapevole, esemplare umano che si riproduce in modo seriale su vastissima scala, è concentrato su esperienze prettamente ludiche, con l’unica finalità di riempire il tempo a disposizione. Il viaggiatore consapevole invece, colui che sente, annusa, vede, viaggia per svuotarsi e in questa opera di alleggerimento va incontro al nuovo, allo sconosciuto. Il suo è un tentativo di lasciarsi alle spalle ciò che è conosciuto, un andare per andare. Oggi il turismo, e quindi anche fare turismo, è una sorta di sottoprodotto culturale che strumentalizza la circolazione umana per ridurla a consumo. Si basa su una formula: offrire e ricevere, diventata banale in virtù di uno scambio sempre più stereotipato, duplicato, omologato.

[Michil CostaFuTurismo. Un accorato appello contro la monocultura turistica, Edition Raetia, 2022, pag.22.]

Spesso coloro che si oppongono ai fenomeni di overtourism e alle conseguenze del turismo massificato sui territori coinvolti puntano il proprio dito e il biasimo sui turisti: comprensibilmente, a volte legittimamente – l’inconsapevolezza del turista rispetto ai luoghi che frequenta citata da Costa lì sopra è una colpa senza dubbio. D’altro canto, il turista è a sua volta una vittima a tutti gli effetti dell’iperturismo e non è così facile che se ne possa rendere conto, dal momento che non possiede e non gli vengono offerti (furbescamente, ovvio) gli strumenti per comprenderlo.

Anche perché certi modelli turistici di natura consumistica, quali sono quelli che manifesta l’overtourism, impongono la trasformazione funzionale ai loro scopi del turista (comunque già un livello inferiore rispetto al viaggiatore, Costa ha ragione) in cliente, il quale paga un prezzo e dunque pretende un servizio ovvero acquista un bene, esattamente come accade con gli articoli in vendita in un centro commerciale. È qui il nocciolo della questione e la colpa fondamentale: la mercificazione di territori, luoghi e paesaggi di grande valore ambientale e culturale, per giunta abitati, trasformati in beni di consumo e messi a valore per poter essere agevolmente venduti/acquistati dalla più ampia clientela possibile.

Così, sugli scaffali del grande “centro commerciale” che è ormai il turismo massificato, i beni/luoghi si accumulano sempre più uniformati ai modelli turistici vigenti e indistinguibili gli uni dagli altri se non per il prezzo e per ciò che tale prezzo può offrire al cliente, che viene spinto dentro il centro commerciale e li compra. La circolazione umana diventa consumo, l’offerta turistica consumismo e, inevitabilmente, entrambe finiscono per consumare territori e comunità. E si può solo immaginare – anzi, forse no – con quali conseguenze per luoghi di grande bellezza ma altrettanta delicatezza e fragilità come le montagne.

P.S. per leggere la mia “recensione” al libro FuTurismo di Michil Costa, cliccate qui.

Cose che ho detto e dico, spero significative, in tema di montagne, in un video

[Una veduta del Gruppo della Presolana, la “Regina delle Orobie” e montagna referenziale attorno alla quale si sviluppano le valli prealpine bergamasche orientalI. Foto di Mauro Tandoi su Unsplash.]
Ancora in tanti, venerdì 3 gennaio scorso a Vilminore di Scalve in occasione dell’affollatissimo incontro pubblico sul presente e il futuro dei territori montani tra Valle Seriana e Valle di Scalve, hanno chiesto la possibilità di vedere la registrazione del precedente incontro di Clusone del 28 novembre, altrettanto partecipato, intenso e importante – «epocale per la valle» qualcuno addirittura ha sostenuto.

In realtà sono disponibili le videoregistrazioni complete di entrambi gli incontri: qui di Clusone e qui di Vilminore; le avrete sempre disponibili anche nel sito/blog del gruppo “Terre Alt(r)e”, organizzatore e motore con altri degli eventi svolti. Invece, su gentilissima sollecitazione di alcuni (che ringrazio di cuore per la considerazione della quale mi onorano!) di seguito potete vedere l’estratto del mio intervento di Clusone, nel quale dico cose che personalmente ritengo importanti e da valutare non solo per il caso specifico ma in generale per la realtà di tutte le montagne italiane e delle loro comunità, le cui criticità possono variare nella forma ma sovente (e per certi versi inaspettatamente) sono le stesse nella sostanza.

Inutile dire che chiunque è libero di diffondere i video ovunque ritenga giusto farlo; intanto si stanno programmando ulteriori incontri pubblici tra Bergamo e Brescia (ma anche oltre, forse) per discutere i temi in questione, assolutamente fondamentali – lo ripeto ancora – per tutti i nostri territori montani. Nel caso lo saprete qui sul blog.

Grazie ancora a tutti!