Senza nulla togliere al rapporto sensibile, al piacere di guardare, alla spontaneità della percezione, l’innesto di un rapporto conoscitivo, razionale con il paesaggio, può esaltare nel vissuto la propria coscienza di sé e del mondo. Ciò significa assorbire funzionalmente il paesaggio nella cultura, farne un tramite, uno strumento del nostro guardare-capire-trasformare il mondo.
Ecco qui, perfettamente individuato da uno dei maggiori geografi italiani contemporanei, nonché massimo esperto di cultura del paesaggio, l’unico autentico principio alla base del concetto di “identità”: quello che lo lega indissolubilmente alla percezione del paesaggio vissuto, non al territorio e tanto meno all’individuo – interpretazioni distorte, queste, che portano dritte a derive etnocentriste e biecamente isolazioniste. Noi siamo umani, e siamo Sapiens, in primis grazie alla relazione con lo spazio che adattiamo, viviamo e con cui interagiamo, ricavandone il paesaggio ed essendone un elemento basilare alla pari di ogni altro – montagne, terreni, boschi, piante, animali, fiumi, laghi, aria, eccetera – con il quale intessiamo relazioni biologiche e culturali. E’ questo che ci fornisce di coscienza, di noi stessi e di noi nel mondo d’intorno, dunque ci dota di peculiare identità – un’identità pienamente e unicamente culturale. Ogni altra cosa, ribadisco, è soltanto una deviante insensatezza.
Il “paesaggio” è diventato sempre di più, col tempo, l’elemento culturale fondamentale nello studio della relazione che l’uomo intrattiene con il mondo che vive e in cui abita o viaggia. Insieme all’altrettanto fondamentale concetto di “luogo”, definisce sia materialmente che immaterialmente la conoscenza e la considerazione che abbiamo per gli spazi che frequentiamo, per i territori che li formano e per gli ambienti che in essi si sviluppano – con questi tre altri elementi che rappresentano le basi sulle quali si possono determinare i due concetti “superiori” inizialmente citati.
Concettualmente e culturalmente fondamentale il paesaggio lo è diventato da quando l’evoluzione moderna e contemporanea della “geografia umana” – intendendo in questa definizione sia la scienza geografica per come si è sviluppata negli ultimi decenni, da semplice disciplina di studio e rappresentazione fisica della Terra a studio dell’interazione storica della civiltà umana con la superficie terrestre, e sia l’antropologia culturale e sociale, che a sua volta ha sempre più ampliato i propri campi di studio verso ambiti spaziali e temporali molteplici per i quali la relazione tra gli uomini e i luoghi è diventata sempre più importante – gli ha conferito la definizione scientifica diversa rispetto a quella abitualmente ancora usata da quasi tutti noi – in modo tutto sommato comprensibile e non certo condannabile, se appunto riferita al parlato quotidiano. Infatti, normalmente noi chiamiamo “paesaggio” quello che in realtà è la morfologia del territorio, la forma di esso con i vari elementi che la compongono: una valle alpina con boschi, prati verdi, montagne innevate, villaggi graziosi e magari un ameno laghetto blu lo definiamo “un bel paesaggio” e, ribadisco, va bene così. In verità, però, con tale definizione non stiamo identificando il paesaggio che stiamo osservando ma, come detto, il mero territorio, come se avessimo di fronte un quadro e ne stessimo rilevando la bellezza a noi più o meno gradita. Invece, per comprendere il valore artistico di quel quadro, dobbiamo andare oltre il gradimento estetico primario e considerarne lo stile e la tecnica, indagare i significati che l’autore ha voluto inserirvi e nel caso trasmettere al suo fruitore, cercare di capire il coinvolgimento emotivo e intellettuale che ci suscita e, tutto questo, attraverso le nostre sensibilità personali e il bagaglio di nozioni culturali (artistiche nello specifico, ma non solo) che possediamo. La stessa cosa accade con la definizione di “paesaggio” la quale non identifica la forma del territorio, e nemmeno esplicita semplicemente la sua bellezza e amenità, ma rappresenta la percezione complessiva e strutturata suscitata in noi, in quanto singoli individui, in base alle personali sensibilità e alla cultura che possediamo. Si può dire che il “paesaggio” è l’immagine culturale del territorio, al punto che, se in quella valle alpina prima citata ci fossero cento persone a osservarne il territorio, ci potrebbero essere cento diversi “paesaggi”. Ovvio che poi molta parte del bagaglio culturale personale è pure collettivo e condiviso, oltre che basato su quegli immaginari comuni generatisi col tempo che oggi definiscono in gran parte la “norma” di molti degli spazi abitati dall’uomo, dunque cento individui non fanno cento paesaggi ma, d’altro canto, non ne fanno nemmeno uno solo.
Tutto ciò per dire che il paesaggio, proprio in quanto immagine culturale di matrice individuale del mondo che abitiamo, è concetto profondamente antropologico anche più che geografico; d’altro canto, è proprio la disciplina geografica ad offrire la base culturale migliore per permetterci di definire un’antropologia specifica e dedicata alla comprensione più approfondita possibile del concetto di paesaggio, così importante, come detto, per capire il mondo in cui viviamo e capirci – come civiltà tanto quanto come creature viventi e senzienti – nel mondo vissuto.
Ecco perché Antropologia del paesaggio (Marsilio Editori, 2008, con prefazione di Franco Farinelli), libro edito in origine nel 1974 da Eugenio Turri, uno dei maggiori geografi italiani in assoluto nonché antropologo, accademico, scrittore, viaggiatore, figura fondamentale delle discipline tecnico-scientifiche legate al paesaggio, è un’opera ancora oggi necessaria per chiunque si dedichi – professionalmente o per passione – alle stesse tematiche, nonostante come detto l’evoluzione degli studi al riguardo siano continuati fino ai giorni nostri e continuino ancora […]
(Leggete la recensione completa di Antropologia del paesaggio cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!)
Pare che il viaggiatore post-covid sia perfetto per le destinazioni di prossimità, per la montagna dimenticata, dove gli stili di vita sono ancora genuini, l’ambiente e il territorio assistiti da modalità di vita sociale non troppo invasiva, dove il rapporto con la natura e la sua biodiversità può trovare una sensata armonia, grazie a pratiche di frequentazione gentili e consapevoli.
Gran parte di questi patrimoni appartengono alle montagne, dai boschi e torrenti nascosti di fondovalle alle vette, passando per i villaggi a mezzacosta vestiti di pietra abbandonati.
Tutto ciò che non rientra nei desideri del turismo d’assalto e nei fenomeni economici collegati può ritrovare una nuova dignità?
Un’occasione per dar spazio ad una vera e propria rivoluzione creativa dell’andar per montagne?
Una possibilità di andare oltre l’ovvio, spingersi alla ricerca di cosa si nasconde in questi spazi da sempre maltrattati e incompresi?
Forse è tempo per iniziare a pensarci seriamente, fuggendo dalla nevrosi da “plexiglass da spiaggia”, da “sanificazioni” forzate e da protocolli inattuabili sulle rupi.
(Michele Comi, sempre bravissimo e illuminante – trovate qui i post che gli ho dedicato – in un articolo che traggo dal “Diario” del suo sito “Stile Alpino“, dal quale viene anche l’immagine lì sopra. Da leggere sempre, appunto.)
In montagna non ci si abita, non si risiede o si lavora, non si alloggia e non si soggiorna per poco o tanto tempo, non la si visita ovvero semplicemente ci si sta ma, sempre e comunque, in montagna si vive. Per una sola ora o per la vita interna, mentre si svolge una professione o ci si diverte oppure durante qualsiasi altra attività di sorta: si vive, costantemente e pienamente, punto.
Questo deve diventare un “nuovo” (sempre che tale possa essere considerato) paradigma fondamentale, se si vuole che la Montagna torni a vivere veramente. Non più un luogo dove alcune persone vivono e altre persone fanno qualcosa d’altro. No: ci si resti per solo qualche ora o per un’intera esistenza, lo stare in Montagna deve sempre essere sinonimo di vita, dunque di completa e profonda consonanza con l’ambiente montano. Un ambiente che è vivo in ogni suo elemento, e che dunque richiede altrettanto a chiunque decida di interagirvi. Le separazioni sociali e commerciali tra abitanti e villeggianti, tra residenti e turisti (e per certi versi pure tra “montanari” e “cittadini”), non hanno più senso o, meglio, risultano del tutto antitetiche ad un rinnovato sviluppo autentico e virtuoso dell’ambiente montano. La Montagna non è un oggetto, non lo è mai stato ma per troppo tempo così è stata considerata: un “mezzo”, uno strumento per conseguire certi interessi più o meno futili o leciti, quindi una merce da vendere, utilizzare e poi lasciarsi alle spalle. Qualcosa di sostanzialmente inerte, insomma, quando di contro è un ambito, la Montagna, che come pochi altri rappresenta la vita alla massima potenza – il suo essere un super luogo viene proprio (anche) da qui. Giammai “oggetto” ma soggetto, entità, essenza, come già veniva considerata da numerose popolazioni antiche e come oggi si ricomincia a considerare anche dal punto di vista giuridico (come di recente accaduto con il Monte Taranaki in Nuova Zelanda, ad esempio). E non si credano queste mere iniziative “esotiche” di paesi lontani e diversi: c’è molto di che riflettere e imparare, da parte nostra, riguardo tali realtà.
D’altro canto non c’è bisogno, in fondo, di spingersi in considerazioni di natura “panteista” dacché non serve (non dovrebbe servire) di rimarcare quanto sia oggi necessario, doveroso, imprescindibile salire verso l’alto per vivere la Montagna, per esserne parte attiva e virtuosa e non più per altro. Chi va sui monti, fosse solo per qualche ora ovvero per motivi del tutto ricreativi, deve starci come se ci vivesse da sempre e come se per sempre dovesse viverci, deve comprendere come la sua presenza in quel territorio massimamente vivo non possa contemplare alcuna passività perché il territorio e l’ecosistema montano sono vivi della vita che ogni elemento vi apporta, così come subiscono danni e alterazioni se accade il contrario, se vi viene apportata inerzia, incuria e nocività. C’è la vacanza, la giornata di divertimento, il relax, ci mancherebbe: ma nessun momento pur meramente ludico può esimersi nella sostanza dall’essere un momento di vita piena proprio perché vissuto in un luogo che è pieno di vita. Cosa che, per giunta rende, la vacanza o la giornata di relax ancora più bella, più divertente e ritemprante, più memorabile.
Sia chiaro: è un principio, questo, che vale per qualsiasi territorio. Tuttavia, se possibile, in Montagna vale ancora di più e assume significati ancora più emblematici. In fondo, sostenere che sui monti la vita si eleva verso l’alto come in nessun altro posto non è cosa affatto insensata né tanto meno metaforica. Anche per questo, dunque, in Montagna si vive e si deve vivere sempre. Ogni altra presenza, lassù, ogni altro modus vivendi, ogni altro “stare”, obiettivamente con la Montagna, e con il buon futuro di essa, non c’entrano – non possono c’entrare più nulla.
P.S.: articolo pubblicato anche su Alta Vita, qui.
Un mattino di marzo può essere grigio come l’animo di chi vi s’incammina senza volgere lo sguardo al cielo, senza tendere l’orecchio per sentire l’arrivo delle oche. Una volta conobbi una signora assai istruita, la quale mi disse di vedere e sentire le oche soltanto un paio di volte l’anno, quando passano sopra il suo tetto ben isolato per proclamare il mutare della stagione. È possibile che l’istruzione consista nel barattare la propria capacità di percezione con altre competenze di minor valore? Se lo facesse un’oca, sarebbe ridotta ben presto a un mucchio di piume.