La “Dol dei Tre Signori” a Calco, venerdì

Venerdì prossimo avrò l’onore e il piacere di essere ospite, insieme all’amico e collega di penna Ruggero Meles, della Sezione di Calco del Club Alpino Italiano per presentare la guida Dol dei Tre Signori, il volume da noi scritto con Sara Invernizzi – pubblicato da Moma Edizioni su iniziativa della rivista “Orobie” – dedicato al meraviglioso itinerario che percorre la Dorsale Orobica Lecchese, da Bergamo fino a Morbegno. Un cammino e un territorio di rara bellezza, ricco di tesori naturalistici, storici, artistici, culturali, sospeso prima sulla grande pianura lombarda e poi sui versanti tra il Lago di Como, le valli bergamasche e la Valtellina, con il Pizzo dei Tre Signori a fare da fulcro fondamentale e simbolo referenziale, che la guida racconta con uno stile tanto letterario quanto confidenziale accompagnando il lettore/viandante alla scoperta delle innumerevoli emozionanti peculiarità che queste montagne sanno offrire.

D’altronde, a ben vedere, non appare affatto esagerato definire la Dol dei Tre Signori uno degli itinerari escursionistici più spettacolari delle Alpi italiane, non solo di quelle lombarde: per la varietà e la particolarità di ambienti, territori, paesaggi e valenze naturalistiche, poi per la ricchezza dei tesori artistici, culturali, storici che offre, per l’insuperabile gamma di panorami e orizzonti che regala e non ultimo, per il piacere e il divertimento che dona il suo tracciato vario e sempre agevole, mai troppo difficile o pericoloso, in alcuni tratti percorribile anche nei mesi invernali. Ed è un patrimonio che chi abita l’alta Lombardia ha la gran fortuna di ritrovarsi poco lontano dalla porta di casa: per tutto ciò la Dol dei Tre Signori merita di essere scoperta, conosciuta, apprezzata in tutto il suo valore oltre che, naturalmente, camminata a piacimento!

Dunque, appuntamento a Calco presso la sede sezionale del CAI, alle ore 21; l’ingresso è gratuito. Se siete in zona, non mancate: sarà una serata che, mi auguro, vi affascinerà profondamente.

L’eliski agognato e l’heliski disdegnato

Nel mentre che in tema di salvaguardia ambientale a sud delle Alpi tocca constatare di frequente episodi a dir poco sconcertanti, ad esempio quello del presidente d’un parco naturale lombardo, dunque di un’area la cui missione è (sarebbe) proteggere e salvaguardare il territorio di sua competenza, che si lamenta per il fatto che nel “suo” parco non si possa praticare l’eliski (!), in Svizzera l’Associazione “Iniziativa delle Alpi, a seguito di una votazione pubblica che ha raccolto quasi 7000 voti, ha conferito il “Sasso del Diavolo” – una specie di antipremio elvetico del settore turistico di montagna – per il trasporto più insensato dell’anno a Swiss Helicopter per la sua offerta di “heliski”, con la seguente motivazione:

Volare in elicottero sulle Alpi, inquinando ed infliggendo il rombo dei motori alla fauna alpina, solo per una giornata sugli sci è assurdo e contraddice qualsiasi coscienza ambientale. Non ha nulla a che vedere con la sportività. Le nostre Alpi non sono una Disneyland da esplorare su una sedia a sdraio. Il nostro Sasso del Diavolo 2022 lo dice chiaramente: se vogliamo trattare il nostro mondo alpino in modo responsabile, non dobbiamo trattarlo con indifferenza. Non è accettabile l’argomentazione che Swiss Helicopter e altri fornitori di servizi di volo in elicottero vogliano utilizzare la loro flotta in modo più efficiente. I voli di trasporto verso aree difficilmente raggiungibili sono inevitabili. Dobbiamo accettarli per poter gestire le nostre Alpi. Lo stesso vale per le missioni di salvataggio. Tuttavia il messaggio è chiaro: non possiamo sacrificare la preziosa fauna e la flora alpina in nome di efficienza e profitto. Il bilancio di CO2 dell’offerta di Swiss Helicopter fa riflettere: un volo di heliski da Berna-Belp a Zermatt e ritorno per un gruppo di quattro persone produce 32,3 chilogrammi di CO2 a testa. Per emettere lo stesso quantitativo si dovrebbe percorrere lo stesso tragitto andata e ritorno 12 volte in treno. A ciò si aggiunge l’inquinamento fonico, particolarmente dannose per la fauna selvatica in inverno, che potrebbero essere evitate utilizzando i mezzi pubblici.

Ecco. Se in Svizzera l’eliski al momento è consentito in modo limitato e si sta facendo di tutto per limitarlo ulteriormente e al più presto vietarlo come già avviene in altri paesi alpini (per avere un quadro della situazione al riguardo nelle Alpi, date un occhio qui), perché in Italia le regioni alpine che hanno la fortuna di non consentirlo vorrebbero farlo, per giunta in aree protette e istituzionalmente salvaguardate? E perché addirittura è il presidente di un ente di tutela ambientale che si permette di sostenere che l’eliski debba essere consentito perché «molto richiesto negli ultimi anni» (sic)?

Dev’essere uno scherzo particolarmente bizzarro, o una piece di teatro dell’assurdo… O sarà che gli italiani sono sempre i più furbi di tutti e, ben consci di tale loro peculiare dote, ci tengono a manifestarla a ogni buona occasione e ancor più nel caso occupino posizioni di influenza istituzionale e politica. E, a tal proposito, lo conoscete quel vecchio proverbio toscano (credo) che recita «Quando i furbi vanno in processione, il diavolo porta la croce»? Ecco, potrebbe essere che il diavolo trasporti la croce sui monti a bordo di un bell’elicottero, già.

P.S.: per la cronaca, nella stessa occasione l’“Iniziativa delle Alpi” ha conferito anche il premio “Cristallo di rocca” per un controesempio stavolta virtuoso che eviti trasporti inutili nelle Alpi all’azienda vallesana “Auprès de mon arbre”, che costruisce case sostenibili con legno rinnovabile proveniente dalle foreste circostanti senza l’uso di colla, chiodi o sostanze chimiche.

Tre cose interessanti

Tre imminenti iniziative, in tre contesti differenti e ciascuno a suo modo emblematico, che trovo assai interessanti sui temi del paesaggio, dell’ambiente, della loro salvaguardia e della nostra relazione con essi – in ordine di svolgimento…

A Tirano, Poschiavo e Teglio, tra Valtellina e Grigioni:

A Romano di Lombardia, nella bassa bergamasca:

A Tortona, in provincia di Alessandria ma guardando verso gli Appennini:

Cliccate sulle immagini per ingrandire le tre locandine.

Montagne (non) tutelate

Mi segnalano un’intervista al presidente del Parco delle Orobie Bergamasche, pubblicata sul quotidiano “L’Eco di Bergamo” lunedì scorso 5 settembre 2022 (la vedete lì sopra, cliccatela per leggerla in formato pdf), che mi sembra del tutto significativa sul tema della gestione politica delle aree naturali sottoposte a tutela in Italia.

Già il titolo dell’articolo è composto da due sostanziali “ossimori”: «aree protette, troppi paletti» e «le leggi siano fatte da chi ci vive». Il primo è evidentissimo: se un’area è protetta è perché vi sono dei “paletti” ovvero dei regolamenti normativi che servono proprio a tutelarla, e se questi vengono meno è ovvio che quell’area non sia più “protetta”. Il secondo, ossimoro non tanto di forma quanto di sostanza storica, gioca invece su un facile slogan di natura “localista” che poteva andare bene fino a qualche decennio fa ma il cui senso nella contemporaneità si è rivelato molte volte fuorviante e nocivo, generando una cesura antitetica tra cultura urbana e tradizione montana (peraltro già da tempo denunciata da molti studiosi di antropologia culturale) che sui monti ha causato parecchi danni, presentandosi come l’antitesi opposta e uguale della colonizzazione cittadina dei territori montani: in entrambi i casi un metodo di gestione della montagna alla lunga degradante e dannoso. A dar forza a tale “visione” bislacca sostenuta dal presidente suddetto, ecco l’immancabile citazione degli “ambientalisti da salotto”, che fa ben capire quanto ristretta, priva di reali fondamenti culturali ovvero, per dirla tutta, ottusa sia quella visione.

Federico Mangili, sulla sua pagina Facebook, mette in evidenza i passaggi più discutibili dell’intervista e denota che «Il Presidente del Parco delle Orobie elenca alcuni dei problemi del territorio montano soggetto all’ente che dirige. Abbiamo: la necessità di costruire ancora, fuori dai centri storici (!), il grande problema dell’assenza di strade bituminate sopra 2.000 m (!!), e il richiestissimo eliski (!!!). Mai è nominata la biodiversità, che nel Parco delle Orobie è tra le più elevate dell’arco alpino. Vissuta probabilmente come un contorno, un fastidio di cui tocca occuparsi per statuto […]».

Personalmente non posso che concordare: come ripeto, le aree tutelate italiane sono spesso oggetto di gestioni e pratiche di “tutelante” non hanno nulla, nel mentre che vengono spesso presentate come una sorta di recinto entro il quale i territori interessati vengono chiusi privandoli delle loro libertà, peraltro – paradossalmente – mantenendo spesso il tema fondamentale per tali aree, quello della salvaguardia ambientale, naturalistica e biologica, ai margini di qualsiasi pratica gestionale. Il tutto sembra (si fa per dire) ben funzionale a generare un movimento di opinione avverso a queste aree e in generale alla tutela dell’ambiente, nel contempo giustificandone una gestione politica a dir poco opinabile e contraddittoria con qualsiasi obiettivo di salvaguardia dei territori formalmente tutelati.

D’altro canto di Orobie bergamasche e eliski mi ero già occupato qualche tempo fa (qui trovate il mio articolo al riguardo) evidenziando come tale pratica, che pure a prescindere da qualsiasi cosa relativa andrebbe vietata ovunque anche solo per motivi culturali, fosse e sia peraltro impossibile da praticare in territori sottoposti a vincoli di tutela ambientale. Ma con tutta evidenza un ente istituzionale atto alla tutela ambientale come il Parco delle Orobie Bergamasche la pensa in modo contrario, chissà in base a quale concetto di salvaguardia del territorio.

In ogni caso tornerò a breve a occuparmi – ahimè – di territori montani tutelati e relative pratiche contrastanti, riguardo un inquietante tanto quanto scellerato progetto in realizzazione nel Parco Nazionale dello Stelvio – area tutelata tra le più importanti d’Italia e d’Europa nella quale il termine “tutela” è stato ed è troppo di frequente ignorato.

P.S.: grazie per la segnalazione dell’articolo a Gianantonio Leoni.

Nel frattempo, sulle montagne bergamasche…

…ovvero, nelle immagini: sopra, al Monte Pora (Val Seriana), immagine di metà agosto scorso; sotto a Piazzatorre, (Val Brembana), articolo del 31 agosto.

Evidentemente, a pochi km di distanza, da una parte c’è pochissima acqua da utilizzare e dall’altra ce n’è tantissima da sfruttare. Che cosa strana, vero?

Per la cronaca, anche sul Monte Pora esistono bacini idrici di alimentazione (vedi sopra, immagine del 3 settembre) degli impianti di innevamento artificiale del comprensorio sciistico presente. Con quota massima appena superiore a 1800 m., già.

P.S.: cari consueti criticoni, so bene che carenza stagionale di acqua e alimentazione dei bacini per la neve artificiale non sono cose direttamente correlate, ma senza alcun dubbio sono aspetti conseguenti di un’unica questione che negli ultimi mesi si è presentata come problematica e lo potrebbe diventare sempre di più, negli anni futuri. Dissociarli, come qualcuno pretende funzionalmente di fare, è una cosa tanto infondata quanto pericolosa, per le montagne in questione innanzi tutto.