Lombardia, la regione più “ricca” – di finanze, ipocrisie, miserie e malesseri

La Lombardia: la zona più ricca d’Italia, la regione «del fare» e nel suo mezzo Milano, la città più “cool”, la capitale finanziaria e morale del paese. Oppure entrambe, la Lombardia e la “sua” Milano, scintillanti scatole piene solo di immagine e ipocrisia e in realtà vuote di qualsiasi buona sostanza civica e politica?

Su “Il Tascabile” di Treccani potete leggere un bell’articolo di Ilaria Padovan e Graziano Gala che fin dal titolo dice come realmente stanno le cose al riguardo: LombarDie: morte di una regione, con quel “-die” che letto all’italiana indica che ci sono più facce della stessa regione e spesso sono antitetiche, e letto all’inglese significa “morire”, appunto. È un’analisi interessante e illuminante da leggere anche per come descriva la realtà lombarda attraverso frequenti citazioni di testi e di canzoni che l’hanno efficacemente raccontata: una realtà dove da tempo una scellerata politica bi-partisan (sinistra a Milano, destra in regione), da una parte sta svuotando la città dei suoi abitanti, soffocandone la vitalità e la sua comunità per fare spazio all’affarismo più spinto e urbanisticamente (ma pure civicamente) distruttivo, nascondendo il tutto dietro il più bieco marketing, e dall’altra sta devastando la regione diffondendovi lo stesso affarismo con fini unicamente ideologici e propagandistici (la gestione delle prossime Olimpiadi di Milano-Cortina lo dimostra benissimo) al contempo smontando ogni forma di assistenza a favore dei lombardi (la sanità regionale lo dimostra benissimo) con la strafottenza di chi rifiuta qualsiasi vicinanza alla loro quotidianità e l’ipocrisia degli slogan alla «Prima la Lombardia!» e cose simili.

Risultato: i milanesi scappano da Milano, viverci è sempre più roba da milionari, la regione ha il record di suicidi (ma dal 2021 non comunica più dati al riguardo, guarda caso), la cementificazione e il consumo di suolo aumentano irrefrenabili, l’inquinamento uccide migliaia di persone all’anno, i trasporti pubblici peggiorano continuamente i propri servizi, la già citata sanità pubblica viene sistematicamente depotenziata per favorire quella privata, nelle sue aree interne i servizi di base vengono tagliati, sulle montagne si chiudono ambulatori e scuole e si finanziano seggiovie e cannoni sparaneve… eccetera eccetera eccetera.

Ma di cosa stiamo parlando, dunque? Questa sarebbe la regione “più ricca d’Italia”? Ricca di cosa? La regione “del fare”? Fare cosa, in concreto?

Destra e sinistra, sinistra e destra. «Ma cos’è la destra, cos’è la sinistra?» (cit.)

(Nell’immagine in testa al post: sopra, CityLife, la Milano e la Lombardia belle, ricche e da far vedere; sotto, il così detto “Cementone”, ecomostro abbandonato e in degrado da anni in zona Greco, la Milano e la Lombardia brutte, misere e da nascondere.)

Una sfida elettorale parecchio strana (ma significativa)

A Casargo, comune montano dell’alta Valsassina in provincia di Lecco che andrà al voto nel prossimo fine settimana, va in scena una sfida elettorale parecchio strana e per molti versi significativa. Si presentano due liste afferenti alla stessa formazione politica, i cui canditati sindaco peraltro hanno lo stesso cognome (tipico della zona) ma che su molte cose sostengono visioni opposte. In particolar modo, riguardo lo sviluppo turistico e il relativo progetto “Winter & Summer Alta Valsassina” (l’intervento più ingente tra quelli previsti nel comune), una lista sostiene a spada tratta il progetto – palesemente insensato – che spendendo 4,5 milioni di Euro in gran parte pubblici prevede nuovi impianti sciistici e innevamento programmato in una località dove già da vent’anni non si scia più, a quote inferiori a 1800 metri e con esposizione sfavorevole (pur dichiarando che «i maggiori investimenti sono relativi alla stagione estiva o comunque riguardano opere che saranno fruibili tutto l’anno», cosa smentita dai contenuti stessi del progetto); l’altra lista invece sostiene che il turismo vada sviluppato ma si oppone alla «opportunità di investire somme così ingenti sulla promozione della stagione più fredda visto “l’andazzo” degli ultimi inverni in Alta Valsassina e vista la vicinanza di stazioni sciistiche ben più rinomate e competitive» – posizione che peraltro a sua volta smentisce ciò che sostiene l’altra lista circa la destinazione dei maggiori investimenti. Tutto ciò, ovviamente, al netto di quanto proposto da entrambe le liste, con cui si può concordare o meno.

[L’Alpe di Paglio, località sciistica chiusa dal 2005 dove si vorrebbero ripristinare piste e impianti, come si presenta di frequente negli ultimi inverni: con ben poca neve durante giornate fin troppo calde.]
Eppure, ribadisco, le due liste scaturiscono dalla stessa fazione politica (anche se i rispettivi referenti della stessa sono diversi, non a caso). Una situazione obiettivamente curiosa che non può essere spiegata con la mera “libertà d’opinione”, visto che i vertici di quella parte politica le idee sul tema citato le hanno ben chiare – e puntano decisamente alla infrastrutturazione pesante delle montagne a scopo turistico. D’altro canto, la situazione di Casargo dimostra che lo “sviluppo” (termine quanto mai ambiguo e dunque potenzialmente pericoloso) dei territori montani è cosa delicata che non può essere (più) gestita attraverso progetti calati dall’alto, decontestuali, irrealistici e privi di visione strategica del futuro oltre che di una ricaduta sistematicamente positiva sulla comunità locale – su tutta, ovviamente, non solo su una parte.

Territori, d’altro canto, che vengono continuamente depotenziati nei servizi di base da una politica che ai livelli superiori appare costantemente insensibile alla realtà autentica delle montagne (cioè dove non ci sia da fare business e propaganda: cosa ben esplicata da certi progetti imposti ai territori montani di matrice meramente consumistica per i quali i sindaci rappresentano solo dei silenti passacarte) e che dunque abbisognerebbero di una distribuzione delle risorse disponibili ben più meditata, oculata, elaborata e centrata sulla comunità locale, innanzi tutto, e poi su ogni altra cosa. Tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare di riflessioni, ponderazioni, studi, analisi, valutazioni; di frequente invece, sulle nostre montagne, sembra che tra il dire e il fare ci un ruscelletto secco al punto da poterlo saltare a piè pari dimenticandosene subito.

Questa, insomma, la situazione a Casargo. Dalle vostre parti esistono casi simili? Sarebbe interessante conoscerli e analizzarli, non per ricavarne chissà quale dibattito politico ma per capire ciò che accade nei comuni montani quando arrivano le elezioni: momento che, ormai lo sappiamo tutti bene, rappresenta l’unico vero orizzonte (temporale e non solo) al quale puntano le amministrazioni locali. Nel bene e ancor più, purtroppo, nel male.

P.S.: i vari articoli che ho dedicato a Casargo e alle sue vicende politico-montane li trovate qui.

Volare con gli sci

[Un saltatore in volo “sopra” Lillehammer, in Norvegia. Immagine tratta dalla pagina Facebook “Ski Flying World Championship“.]
Quando ero piccolo c’è stato un periodo – intorno ai sei sette anni, all’incirca – che se qualcuno mi chiedeva cosa volevo fare da grande, non rispondevo come facilmente facevano i miei coetanei l’astronauta, il pilota, l’esploratore o altre cose al tempo fascinose per un bambino. Rispondevo che volevo fare il salto con gli sci.

Vedevo alla TV le telecronache delle gare, all’epoca trasmesse con regolarità, e quegli strani sciatori che si buttavano a tutta velocità da lunghi scivoli appesi a alte torri tra i boschi o disegnati su ripidi pendii montuosi per poi spiccare salti lunghissimi e atterrare a decine di metri di distanza senza sfracellarsi mi affascinavano un sacco. Probabilmente un po’ mi spaventavano, anche, per come mi parevano dei pazzi, ma quella pazzia lucida di chi pratica consciamente una disciplina obiettivamente pericolosa, forse la più rischiosa in assoluto tra quelle invernali con la discesa libera, che inesorabilmente attrae. I saltatori erano, e sono ancora oggi, una specie di eroi volanti alla Superman dotati non di mantello e superpoteri ma di casco e sci lunghissimi utilizzati a mo’ di ali oltre che, di sicuro, di un’abbondante dose di sangue freddo oppure di incoscienza.

Non a caso tra di essi vi sono stati di frequente dei tizi parecchio particolari: ad esempio, tra quelli che la mia età mi permette di ricordare, lo svizzero Walter Steiner, fortissimo al punto che capitò che lo pagassero per non gareggiare: di mestiere faceva l’intagliatore del legno e il suo migliore amico durante l’infanzia era un corvo (la vicenda umana del campione elvetico è stata narrata in uno dei più bei film di Werner Herzog, La grande estasi dell’intagliatore Steiner). Oppure Jens Weißflog, per le sue numerose vittore proclamato eroe nazionale della Germania dell’Est, al punto che se andate a Berlino e visitate uno dei musei dedicati alla DDR lo vedete effigiato di frequente, ma che si è rifiutato a lungo di saltare dai trampolini giganti dicendo di averne paura; il finlandese Matti Nykänen, dominatore assoluto negli anni Ottanta ma nella vita un alcolizzato delinquente, finito più volte in prigione per reati vari; il connazionale Janne Ahonen, detto “l’uomo di cristallo”, pluricampione celebre perché non rideva mai anche quando vinceva le gare più importanti (cosa che accadeva spesso) e quando un giornalista gli chiese conto di ciò egli gelidamente rispose «Sono qui per saltare, non per ridere»; per giunta, finita la carriera di saltatore è diventato un campione di dragster: per la serie “Il pericolo è sempre il mio mestiere”! E come d’altro canto non citare Eddie “The Eagle” Edwards, primo saltatore britannico a partecipare alle Olimpiadi nonostante le sue scarse capacità e la grave ipermetropia che lo affliggeva (oltre che al disprezzo nei suoi confronti dei dirigenti sportivi del suo paese, che lo consideravano un povero idiota) ma dotato di grande orgoglio e forza di volontà nonché di parecchia follia, per certi versi anche più dei migliori saltatori? La sua storia è stata così affascinante – e commovente – da essere stata narrata in un altro bel film, Eddie the Eagle – Il coraggio della follia. In altri casi invece il salto con gli sci la “follia” (per così dire)  l’ha provocata: come a Sven Hannawald, grande saltatore d’inizio anni Duemila e primo vincitore della storia di tutte le gare della Tournée dei Quattro Trampolini, probabilmente il concorso di salti più importante al mondo, che per l’eccessiva tensione imposta dalla disciplina all’apice della carriera andò in esaurimento nervoso e depressione, gli venne clinicamente diagnosticata una “Sindrome da sfinimento professionale” e fu costretto a ritirarsi.

Ma l’elenco dei saltatori variamente “bizzarri” potrebbe continuare ancora molto a lungo.

In effetti ancora oggi il salto con gli sci è probabilmente tra gli sport di montagna la specialità più straordinaria – cioè proprio nel senso di fuori dall’ordinario – e per questo spettacolare, anche se a chi non ne sia così appassionato la lunga pletora di salti durante una gara potrà sembrare qualcosa di estremamente ripetitivo e noioso. Di contro, se si pensa che ciascun salto trasforma lo sciatore che lo compie in una sorta di uomo-aereo, capace di sfruttare il proprio corpo e gli speciali sci utilizzati per generare portanza in volo, esattamente come un velivolo – un’aerodina, per essere tecnicamente precisi – aggiungendo a ciò gli elementi di competizione sportiva e ancor più coraggio e temerarietà, forse potrete capire che ogni salto diventa una specie di prodigio, di performance psicofisica estrema che non si può che ammirare, fosse solo per il pelo sullo stomaco che ci vuole per affrontarla.

[Il trampolino “Olympiaschanze” di St.Moritz prima che venisse demolito.]
D’altro canto, a vederle alla TV, le gare di salto con gli sci, non si può avere la percezione compiuta di ciò che sono realmente. Quando, sempre da ragazzino, i miei genitori mi portarono a vedere il trampolino olimpico (Olympiaschanze) di Sankt Moritz, che oggi non esiste più, mi sembrò qualcosa di gigantesco; in effetti, salendo sulla torre dalla quale i saltatori partivano, la visione verso la zona di atterraggio decine di metri più in basso e il pensiero di doversi buttare giù da lì immagino che avrebbero fatto venire i brividi a molti (l’immagine qui sotto rende l’idea ma non del tutto, cliccateci sopra per ingrandirla). Eppure quello di Sankt Moritz è (era) un trampolino “normale”, cioè il più piccolo in uso nelle competizioni internazionali, che consente salti fino a 110 metri circa.

Poi ci sono i trampolini “grandi”, sui quali si svolgono la gran parte delle gare della Coppa del Mondo, che consentono salti fino ai 150 metri. Un campo da calcio e mezzo sorvolato per la lunghezza. Già tanta roba.

Ma c’è di più: i trampolini “giganti”, dove i salti si fanno così lunghi che la specialità viene ridenominata volo con gli sci. Ce ne sono solo quattro al mondo: con questi enormi impianti è quasi come buttarsi giù dall’alto della Torre Eiffel, veramente il saltatore si trasforma in un aliante antropomorfo che plana nell’aria e sfrutta le sue correnti fino a volare per la bellezza di 253,5 metri, l’attuale record del mondo.

Tuttavia lo scorso aprile si è andati ancora oltre. In Islanda, sul fianco di una montagna (il monte Harðarvarða) nei pressi della città di Akureyri, si è costruito un impianto mai visto prima, un “ipertrampolino” appositamente realizzato per tentare di volare lontano sugli sci come mai nessun altro ha fatto prima. Ryōyū Kobayashi, pluricampione mondiale e olimpico giapponese – a sua volta un tipo piuttosto particolare, a metà tra un samurai contemporaneo dal sangue ghiacciato che come armi non usa katana ma un paio di sci da salto, e un monaco zen taciturno e riflessivo che di persona tutto farebbe credere fuorché di possedere cotanta audacia, il tutto con fattezze da timido e educato quindicenne  – il 24 aprile è decollato dal ciclopico trampolino, ha volato per 10 secondi a qualche metro da terra alla velocità di circa 140 chilometri all’ora ed è atterrato alla distanza di 291 metri. Quasi tre campi da calcio sorvolati da un uomo dotato di ali a forma di sci. Semplicemente sensazionale.

Il video che racconta l’impresa è a dir poco spettacolare, credo che anche chi non ne sappia nulla di salto con gli sci o non se ne sia mai interessato prima ne converrà:

Peraltro, notate gli sponsor che evidentemente hanno supportato l’impresa e capirete quanto il salto con gli sci sia estremamente popolare in molti paesi – ma non in Italia, per sostanziale mancanza di relativa cultura sportiva, quindi di atleti di alto livello, dunque di interesse mediatico.

In ogni caso, ci fosse pure stata la cultura del salto con gli sci come in altri paesi, dicevo da piccolo che volevo diventare un saltatore ma in realtà non lo sarei mai diventato. La scusa buona da poter utilizzare al riguardo è che non avevo il fisico adatto, la verità è che non so se ne avrei mai avuto il coraggio. Molti saltatori rivelano che il momento più critico del salto non è il decollo, il volo in aria o che altro ma quando sei lassù, in attesa di eseguire il tuo salto, e inevitabilmente ti viene di guardare verso valle, di considerare l’altezza del trampolino e poi la pista che precipita verso il basso e il pubblico lontano attorno alla zona di atterraggio e di pensare che dovrai arrivare fin laggiù volando con un paio di sci e cercando di portare a casa la pelle. Ecco, qui ci deve essere “follia” nella mente del saltatore, perché se invece subentra un’eccessiva razionalità si riprende l’ascensore, si torna ai piedi del trampolino e addio! Cosa che facilmente avrei fatto io, credo.

Di contro, esattamente come quando ero bambino in me restano assolutamente vivi il fascino e l’attrazione per questo sport così particolare, anche senza che lo segua come farebbe un “tifoso” della specialità. Ma non tanto le gare e i risultati quanto è il gesto quel che conta, per me. Quell’azione apparentemente semplice ma in verità complicatissima, assolutamente scientifica, matematica e dunque razionale ma al contempo incredibilmente audace e folle che per qualche secondo fa di un uomo un vero e proprio velivolo la cui fusoliera è il corpo e le ali un paio di sci.

Un’altra cosa bella (tra altre fastidiose) di questo tempo così instabile

Questo prolungato periodo di tempo variabile, con pioggia e Sole che si alternano di frequente, oltre alla bellezza dell’acqua abbondante in ogni ruscello o torrente come da tanto non accadeva, regala anche delle visioni del cielo di rara bellezza: quell’alternanza meteorologica rimescola di continuo correnti aeree, brezze, nubi d’ogni taglia, mescolandone pure i colori così che ne escano – soprattutto nel momento di speciale sospensione tra la calata del Sole e il primo vero imbrunire – cromatismi continuamente nuovi, sfumature che coprono l’intera gamma dei colori primari e soprattutto del blu, dal celeste più tenue fino all’indaco più ferino, quello che di solito annuncia l’ennesimo imminente temporale. È come ammirare dal basso una galleria di opere impressionistiche in continua dissolvenza, o che mutino continuamente nell’arco di qualche manciata di secondi variando le combinazioni di colore, le campiture, le miscelature e le nuance,  mutando di conseguenza anche la percezione del paesaggio al di sotto, la cui luminosità reagisce armonicamente alle dissolvenze celesti completando così l’opera d’arte meteorologica naturale.

Poi, magari, ricomincia a piovere e tocca affrettarsi nel tornare a casa per evitare un’altra gran lavata ma, nel caso, nella mente e nell’animo quella luce sensazionale brillerà a lungo sfumando nella sua delicata bellezza qualsiasi eventuale irritazione – per la pioggia o per qualsiasi altra cosa accaduta nella giornata ormai alla fine.

P.S.: la foto è mia, fatta con un vecchio cellulare, dunque non rende affatto l’idea di ciò che vi ho appena raccontato. Ma forse lo capirete comunque bene.

Un endorsement indiretto ma ineccepibile alla “Montagna Sacra”

L’ultimo numero de “La Rivista del Club Alpino Italiano” (il n°8, maggio 2024), si apre con una citazione di Reinhold Messner tratta dall’intervista in esso presente rilasciata dal grande alpinista a Andrea Greci, direttore del periodico CAI.

Ecco la citazione (cliccate sull’immagine per ingrandirla):

Bene: queste parole di Messner rappresentano uno dei migliori “manifesti” dell’idea di fondo del progetto della “Montagna Sacra, del cui comitato promotore ho l’onore di fare parte insieme a figure ben più importanti e prestigiose di me, protagoniste della giornata di ieri in Valle Soana della quale ho scritto qualche giorno fa (e scriverò nei prossimi giorni). È un che si concretizza nel gesto simbolico ma emblematico di rinuncia all’ascesa del Monveso di Forzo – la montagna nel Parco Nazionale del Gran Paradiso che ispira il progetto – posto come libero invito a chi vi aderisca.

In buona sostanza: «la rinuncia» a salire per accrescere il rispetto verso la montagna, l’avere coscienza che «con meno si può fare tutto» e dunque osservare un senso del limite nei riguardi dell’invasività umana nei territori naturali così da salvaguardarli e accrescerne il valore ecosistemico, il quale assume pure inestimabili valenze culturali e sociali. Dunque conferire nuovamente alla montagna la dote di rappresentare una “scuola di vita” ma senza la solita relativa retorica bensì con una sostanziale contestualizzazione culturale al tempo e alla realtà presenti.

Concetti fondamentali, questi, ma «difficili da far passare perché siamo immersi in una società del consumo». Ecco, proprio come sostenuto da Messner, e come constatato in alcune critiche che il progetto della “Montagna Sacra” ha ricevuto, basate più sull’incomprensione delle sue idee e delle finalità che su una loro autentica confutazione. D’altro canto sono concetti, quelli appena rimarcati, che la “Montagna Sacra” esprime e trasmette compiutamente con i quali si può immaginare che la gran maggioranza delle persone sia concorde. Ed è significativo che, a suo modo, una figura tra le maggiori di sempre dell’alpinismo e della montagna li abbia – a suo modo – così ben evidenziati.