
(La fonte dalla quale ho tratto quanto sopra è Massimo Dei Cas, La velata nostalgia del mite settembre, su Notiziario della Banca Popolare di Sondrio n°145, aprile 2021.)

(La fonte dalla quale ho tratto quanto sopra è Massimo Dei Cas, La velata nostalgia del mite settembre, su Notiziario della Banca Popolare di Sondrio n°145, aprile 2021.)
P.S. – Pre Scriptum: vi propongo qui il testo integrale del mio intervento, pubblicato in varie forme nei giorni scorsi su numerosi organi di informazione, riguardante i progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e di Artavaggio (Valsassina, provincia di Lecco). Intervento contenente considerazioni e domande chiare che rivolgo direttamente ai promotori pubblici e privati del progetto ma che, credo, possano avere valore emblematico per tante altre località montane che presentano situazioni simili e similari volontà politiche e imprenditoriali di “turistificazione” dei loro territori. Buona lettura e, mi auguro, buone riflessioni.

D’altro canto sono i suddetti sostenitori ad avere l’ascia del proverbio citato dalla parte del manico – proprio un manico di legno, come quello dei boschi che, insieme a ogni altro elemento geografico e ambientale, compongono il paesaggio di questo meraviglioso lembo di Valsassina – forti anche della spinta di un ente pubblico come Regione Lombardia tanto politicamente potente quanto palesemente fossilizzato su strategie turistiche per la montagna ben chiare, che si potrebbero sintetizzare nello slogan “sci, sempre sci, fortissimamente sci”. Il che andrebbe anche bene se fossimo nel 1970, peccato invece che siamo nel 2022 e nel bel mezzo di un anno climaticamente drammatico il quale al momento rappresenta un’eccezione ma che ogni scenario climatologico-scientifico presenta come la normalità (o quasi) futura. E, a scanso di repliche di chi dica che per certa politica non sia vero che esista solo lo sci, in questo caso magari citando le ciclopedonali in progetto: sono ottime iniziative, senza dubbio, ma quale percentuale occupano, in termini di soldi e impegno investiti, rispetto allo spazio dedicato al turismo sciistico massificato e alle relative infrastrutture? E quanta ne occupano nel panorama complessivo degli investimenti regionali riservati allo sci e delle relative progettualità territoriali future?
Visto che si è palesata la possibilità di «un tavolo di confronto che vedrà coinvolte tutte le parti in causa per cercare la massima condivisione» – una possibilità sicuramente positiva nonché, c’è da augurarselo, realmente costruttiva e non mera formalità tanto per dire di averla fatta quando poi tutto sia già deciso ovvero funzionale a rendere ancora più indiscutibili le opere previste (ahinoi cosa frequente, in Italia), e posto che sono stato tra quelli, nel mio piccolo, a sollevare da subito numerose riserve al progetto, tutte quante solidamente basate sulla personale conoscenza del territorio in questione, una volta lette le osservazioni dei sostenitori delle iniziative annunciate mi sorgono alcune inesorabili domande che formulo di seguito, sperando poi che in qualche modo possano essere sottoposte anche nei suddetti confronti pubblici e comunque servano da spunti di riflessione sull’intera questione a chi sta leggendo.
Innanzi tutto: si vogliono investire milioni e milioni di Euro per sviluppare o rilanciare lo sci su pista in zone poste totalmente sotto i 2000 metri di quota: dunque voi sostenitori siete in possesso di dati scientifici per i quali a queste quote nevicherà ancora come anni fa e farà freddo a sufficienza per mantenere la neve al suolo, quando la totalità dei report climatici rivelano l’esatto opposto? Ad esempio quelli del prestigioso Istituto Svizzero per lo studio della neve e delle valanghe (SLF) di Davos: siete in grado di confutarli? Dovendo investire quella grande somma di denaro pubblico, dunque di tutti noi, avete veramente considerato tutte le variabili – quelle climatico-ambientali e non solo – che potrebbero decretare il vostro investimento un fallimento, non solo finanziario?
Voi sostenitori obietterete: stiamo potenziando anche gli impianti di innevamento artificiale. Bene: avete calcolato il consumo idrico necessario per alimentare quei vostri impianti e per innevare tutte le piste dei comprensori in questione? Se dovessero capitare ulteriori stagioni siccitose, la cui frequenza è prevista in aumento da un altro prestigioso ente scientifico, Meteosvizzera, con quale acqua alimenterete i cannoni per la neve artificiale? Inoltre: considerando il costo medio dell’innevamento artificiale – fino a 45.000 Euro per km di pista a stagione, ma è un dato precedente ai recenti folli aumenti dei costi energetici e che dunque oggi è da considerare ben più alto – siete sicuri di poter sostenere le spese per innevare le piste? Per fare ciò, di quanto dovrete aumentare il costo dei biglietti per gli sciatori (in Valle d’Aosta, prima regione a sollevare la questione, si parla di un 10% in più, a fronte poi dei costanti e cospicui aumenti già registrati negli scorsi anni) così restringendo ancor più la platea dei potenziali fruitori delle vostre infrastrutture sciistiche ovvero, per dirla in breve, tirandovi un’ennesima zappata finanziaria sui piedi? E se poi facesse così caldo che la neve che sparerete sulle piste ai costi suddetti si dovesse sciogliere? Installerete delle serpentine sotto le superfici delle piste per mantenerle fredde a sufficienza? A proposito: voi amministratori pubblici siete a conoscenza dell’enorme indebitamento delle stazioni sciistiche, generato proprio dai costi di gestione attuali dello sci da un lato e dalla situazione climatica che stiamo vivendo dall’altro?
Invece l’affermazione «le prime sentinelle per la tutela del territorio e dell’ambiente sono proprio gli amministratori locali», perdonatemi l’ironia, quantunque nella forma sia condivisibile, valutando la realtà di molte località montane consacrate al turismo di massa nella sostanza mi pare degna del “miglior” comandante Schettino rispetto a quella sua tristemente celebre nave: commentarla è un po’ come sparare sulla Croce Rossa, dunque vado oltre.
«La chiusura degli impianti sciistici di Artavaggio negli anni Novanta ha messo nero su bianco quanto la nostra economia sia strettamente legata allo sci»: dunque per i sostenitori di tale tesi il successo indiscutibile di Artavaggio come località post sciistica non conta nulla? Questo successo non ha insegnato niente a essi in merito al pensare formule turistiche innovative per lo sviluppo delle proprie montagne coerenti con la loro realtà ambientale? Inoltre, domanda inevitabile oltre che reiterata: siamo forse ancora negli anni Settanta del Novecento per pensare che l’economia dei territori montani, e in particolar modo di un territorio come quello in oggetto, sia “strettamente legata allo sci”? Sotto i 2000 m di quota (ribadisco di nuovo)? Non conoscete quell’altro noto motteggio il quale suppergiù dice che «chi non è un grado di pensare il futuro non fa altro che rivangare il passato»?
«Realizzare una piccola seggiovia ad Artavaggio a servizio del campo scuola, in sostituzione dei vetusti tapis roulant attualmente presenti al fine di ammodernare l’offerta» a cosa serve, concretamente? Cosa darà realmente in più alla località di quanto non ci sia già ora? Riportare lo sci a Artavaggio significa solo questo, o l’affermazione comparsa sugli organi di informazione è ambigua? Questa “piccola seggiovia” come potrà rendere attrattiva la località rispetto a tutte le altre? Eppoi non ci si rende conto che non è solo un problema di dimensione dell’impianto ma di visione strategica, turistica, ambientale, culturale? Non si vuol capire che Artavaggio ha in questi anni sviluppato una potente identità di località turistica non meccanizzata, a suo modo innovativa, riconosciuta a livello interregionale, strettamente legata alla bellezza del suo ambiente naturale e alle notevoli peculiarità di questo, che ha attratto migliaia di persone che altrimenti non sarebbero salite ai Piani? Non ci si rende conto che ripristinare impianti sciistici ad Artavaggio significa banalizzare il luogo, abbruttirne il paesaggio, degradare la sua identità contemporanea, soffocare le grandi potenzialità future che peraltro doterebbero la Valsassina di due opzioni turistiche differenti a pochi km di distanza, una prettamente sciistica a Bobbio (oggi discutibilissima, ma ormai il “danno” è fatto) e una naturalistica a Artavaggio, il che rappresenterebbe un unicum o quasi nel panorama montano lombardo?
«Come può Artavaggio rifiorire senza lo sci? E senza la neve programmata?» Ah, quindi si ha già in mente pure un impianto di innevamento artificiale, per Artavaggio? Dunque altri soldi pubblici, altri prelievi di risorse idriche, altre spese da sostenere di chissà quale entità per il funzionamento di tali impianti? E chi li sosterrà, se realizzati, posti i costi ai quali ho già fatto cenno? Non è che qualcuno, dietro questi “piccoli” interventi, vorrà a breve tirar fuori per l’ennesima volta il mastodontico tanto quanto scellerato progetto del collegamento sciistico tra Artavaggio e Bobbio, a sua volta sostenuto a livello di amministrazione regionale, una follia realmente degna di internamento immediato?
«Con l’arrivo dei finanziamenti previsti dal Patto territoriale si può finalmente guardare avanti con più fiducia, puntando sulla valorizzazione del territorio della Valsassina e sul miglioramento della qualità dei servizi offerti per il turismo»: guardare “avanti” proponendo idee vecchie di sessant’anni? “Valorizzazione del territorio” con strade per incrementare il traffico e impianti di risalita inutili? Come lo valorizzerebbero il territorio queste opere? “Servizi offerti per il turismo” dove? Quali? Possibile che veramente non si riesca a sviluppare un’autentica progettualità a medio-lungo termine per un territorio come quello di Bobbio e Artavaggio che di base sia consono alla realtà contemporanea e nella sua evoluzione sia in grado di elaborare una proposta innovativa, speciale e specifica, ampiamente attrattiva, realmente sostenibile e autenticamente capace di esaltare la grande bellezza e l’assoluto valore culturale che questi territori posseggono e che attendono solo di essere presentati, conosciuti, apprezzati, compresi, così pure da fidelizzare i flussi turistici attratti – tutti i flussi turistici, non solo quelli sciistici, peraltro destinati a svanire nei prossimi anni?
E poi: tutti quei milioni di Euro per neve artificiale, stradoni, seggiovie? Sicuri che le comunità che abitano e lavorano nel territorio in questione non abbisognino prima di altri servizi, altre infrastrutture, altre opere che possano rendere i paesi belli e accoglienti in primis per chi realmente li vive e fa vivere e non soltanto per i clienti-turisti-sciatori, poveri polli da spennare il più possibile e, una volta fatto ciò, cacciare via nel modo più rapido, come le nuove strade progettate annunciano? È questa la montagna che volete lasciare ai vostri figli e nipoti? È questa l’idea di “valorizzazione” delle vostre (in realtà di tutti) montagne che pensate come la migliore e più sostenibile per gli anni futuri? Siete totalmente consapevoli della portata degli interventi che vorreste realizzare, di ogni conseguenza incluse quelle negative, della responsabilità che inevitabilmente vi caricate sulle spalle nei confronti del territorio di Bobbio e Artavaggio, del suo paesaggio, dei vostri concittadini e di qualsiasi turistica che li visiterà e li dovrà apprezzare in tutta la loro autentica bellezza?
Insomma: avete buone e valide risposte per tutte queste necessarie, inevitabili domande?
Bene, la finisco qui benché potrei andare avanti ancora a lungo. Anzi, mi scuso per la prolissità, ma tutte queste domande, una minima parte delle molte altre che si potrebbero formulare, dimostrano bene – spero – la delicatezza della questione e l’importanza in senso assoluto rispetto al territorio in oggetto e non solo per quello, essendo la Valsassina a suo modo paradigmatica per molte altre zone delle montagne italiane. Quello che è in gioco non è il poter sciare o meno a Artavaggio o Bobbio ma è il futuro complessivo di queste nostre montagne in una realtà che sta profondamente cambiando per la cui necessaria resilienza occorrono idee differenti, nuove, consone e coerenti, non iniziative che ancor prima di nascere appaiono sostanzialmente superate e deleterie. E occorre la massima attenzione e sensibilità innanzi tutto per i luoghi e chi li vive: non si può continuare a considerare la montagna un mero bene da vendere e consumare, valutandola unicamente per quanto possa fruttare! Nella realtà contemporanea la montagna è un patrimonio prezioso di tutti che deve tornare a vivere per far vivere tutti, fruendo delle sue innumerevoli potenzialità turistiche in modo sostenibile, consapevole e rivolto al futuro. È finito il tempo dell’ascia col manico di legno come quello degli alberi che per questo detta legge: oggi devono essere gli alberi a tornare consapevoli del fatto che è solo grazie al loro legno se l’ascia può avere un manico.
Vi ho già scritto delle personali, desolate sensazioni provate lo scorso giugno nel recarmi al Lago di Motta, più noto come Lago Azzurro, sopra Madesimo, trovandolo totalmente privo di acqua: un inopinato, enorme e per certi versi inquietante cratere sassoso tra le fitte abetaie e le verdi praterie di questo meraviglioso angolo dell’alta Valle Spluga, al quale sono particolarmente legato. Trovate quel mio articolo qui e potete constatare le condizioni del lago di allora.
Be’, ci sono tornato qualche giorno fa, al Lago Azzurro. Le foto che vedete qui sotto le ho scattate sul fondo del bacino ovvero a 17 metri di profondità – se fosse stato pieno d’acqua come di norma e considerandone dunque la superficie ordinaria:
L’acqua non è più tornata – inevitabilmente, viste le scarsissime piogge di questa funesta estate, e non solo: come vedete nelle fotografie, sul fondo del lago sta crescendo e consolidandosi un’erbetta pioniera e colonizzatrice che in qualche modo mi ha ancor più acuito la sensazione di essere al cospetto – o per meglio dire dentro, appunto – di una presenza svanita, un’entità lacustre scomparsa. Non voglio dire (scrivere) “morta” in qualità di possibile sinonimo del termine, non è il caso di “antropomorfizzare” troppo la questione e forse neanche di manifestare un eccessivo seppur al momento giustificabile pessimismo sulle sorti future del lago, vero e proprio marcatore referenziale e identitario di questo territorio alpino oltre che potente attrattore turistico. Tuttavia, a constatare quella vegetazione erbosa, a giugno appena accennata e ora ben consolidatasi sul fondo del lago, non ho potuto non pensare: ecco, oltre al danno la beffa! Già, perché in effetti quell’erba è vita, è Natura che si adatta alle nuove condizioni, ancorché temporanee (lo spero), e si rinnova, ma al contempo è il segno momentaneo (lo spero di nuovo) ma purtroppo palese di una potenziale sorte funesta.
Me lo auguro vivamente che il Lago Azzurro rinasca, che torni a ornare con la sua lacustre bellezza e soavità queste montagne così belle e oggi così climaticamente sofferenti, caratterizzando e identificando il magnifico paesaggio del luogo. Lo spero proprio che le immagini che vedete possano un domani essere etichettate come una triste eccezione, una specie di incubo drammaticamente reale ma poi fortunatamente dissoltosi e divenuto mero ricordo. Lo spero tanto e lo dovremmo sperare tutti perché nel Lago Azzurro, emblematicamente rispetto a tanti altri casi similari, insieme agli alberi e ai monti d’intorno è come se si specchiasse il nostro futuro: tuttavia, senz’acqua, inesorabilmente ciò non può e non potrà più essere possibile.
Nel numero di oggi, 31 agosto 2022, il quotidiano “La Provincia di Lecco”, con un articolo firmato da Fabio Landrini (che ringrazio di cuore, insieme alla redazione del giornale), riprende e mette in evidenza alcune delle considerazioni e delle domande che ho voluto sottoporre all’attenzione dei lettori nonché, e soprattutto, ai sostenitori dei progetti di “sviluppo turistico” dei Piani di Bobbio e Artavaggio (sui mondi della Valsassina, provincia di Lecco), sui quali avevo già scritto più volte.
Nei prossimi giorni qui sul blog pubblicherò il testo completo con le mie opinioni sulla questione, che peraltro potete trovare anche su altri organi di informazione lecchesi, come “ValsassinaNews” (clic) e “Leccoonline” (clic) – chiedo perdono se ne sto tralasciando altri.
A quelli col sopracciglio alzato e che pensano chissà ché, dico da subito: non sono un “ambientalista” (nel senso usuale e spesso “sviante” con il quale si intende il termine), semmai sono un razionalista; mi occupo di cultura alpina, studio la relazione tra uomini e montagne e dei territori in questione conosco ogni singolo sasso o quasi; non coltivo nessuna posizione ideologico-politica e nessuna acredine verso gli amministratori pubblici coinvolti nella questione e tanto meno verso lo sci su pista, visto che ho imparato quasi prima a sciare che a camminare, ma da comunissimo (e minimissimo) cittadino che prova a dotarsi di un buon senso civico sono, o meglio devo essere contro, alle cose prive di senso e campate per aria, soprattutto se comportano lo spendere ingenti somme di soldi pubblici. E sono profondamente convinto che le montagne sulle quali viviamo non sono “nostre”, come spesso si sostiene, ma siamo noi a essere di quelle montagne, e così dovremmo comportarci di conseguenza. Forse, in questo caso, molte di quelle cose senza senso che vengono realizzate sui monti non esisterebbero e nemmeno verrebbero pensate. Ecco.
Grazie di cuore a chiunque mi onorerà della lettura dell’articolo e vorrà trarne utili spunti di riflessione.
Se state camminando lungo l’itinerario della DOL dei Tre Signori e ad un tratto qualcuno vi manda all’inferno, non dovete assolutamente prendervela, anzi, dovreste ringraziare di cuore chi si rivolga a voi in quel modo, perché probabilmente vi sta consigliando di visitare la magnifica conca racchiusa dalle moli del Pizzo dei Tre Signori e del Pizzo di Trona che ospita il Lago d’Inferno e, poco sopra, l’omonima bocchetta che mette in comunicazione la Val Gerola con la Val Brembana. Peraltro, come ben raccontiamo – io con Sara Invernizzi e Ruggero Meles – nella guida DOL dei Tre Signori, questi toponimi non sono legati a presenze demoniache ma al bagliore dei fuochi dei forni fusori nei quali per secoli si fondevano i minerali ferrosi estratti dalle numerose miniere situate sia sui versanti valsassinesi che su quelli bergamaschi di queste montagne. Le quali, evidentemente a causa di quelle fiamme, ricordavano a qualche osservatore particolarmente fantasioso o superstizioso uno scenario da girone infernale: una credenza rinforzata dal fatto che, fino a un paio di secoli fa, le brulle e pericolose sommità delle montagne venivano ritenute la dimora di draghi, demoni e creature sovrannaturali d’ogni sorta.
D’altro canto tutto il territorio montano attraverso dall’itinerario della DOL dei Tre Signori è ricco di leggende, alcune relativamente recenti, altre la cui origine si perde nella notte dei tempi: la Valgerola non si esime certamente da questa “regola” e ce n’è una, di narrazione leggendaria, che spiega proprio l’origine del Pizzo di Trona e del Lago d’Inferno. Si racconta infatti che…
Molti secoli fa un vecchio saggio scelse di ritirarsi in preghiera in una delle grotte nei pressi del Pizzo dei Tre Signori. Trona era il nome dell’eremita, amato e conosciuto da tutti i valligiani. La sua fama era tale da infastidire il Diavolo in persona, che risalì in Val Gerola per arrecare ogni tipo di danno e afflizione alla gente del posto, infestando i raccolti, uccidendo il bestiame e scatenando violenti temporali. Terrorizzati, i valligiani si rivolsero al santone implorando il suo aiuto. Trona scese allora dalla montagna in direzione del Pizzo Varrone, luogo che il Diavolo aveva scelto come dimora. Il cielo si oscurò, si scatenò la più violenta tempesta che si ricordi ed ebbe inizio un duello memorabile. Il Diavolo iniziò a scagliare un grande quantità di enormi pietre contro il santone, ma con nessuna gli riuscì di colpirlo; di contro, il santone si fermò presso un grosso masso e vi tracciò solennemente una sorta di croce con la mano. Proprio in quel punto la roccia si divise in quattro parti e cominciò a scivolare con forza verso la grotta del Diavolo. Il demone rimase travolto dalla frana, che lo trascinò ai piedi del Pizzo dei Tre Signori, aprendo un enorme squarcio nel terreno. La voragine venne presto colmata dai torrenti formatisi dal diluvio, dando origine a un grande lago che risucchiò il demone e prese il nome, appunto, di Lago d’Inferno. Nello stesso momento la terra che si era ritratta per non essere toccata dal diavolo si sollevò in alto, formando una nuova cima, a forma di cono, che fu subito ribattezzata con il nome del vincitore, Pizzo di Trona.
P.S.: altre leggende della zona le potete leggere in “Paesi di Valtellina”, qui. La foto in testa al post è di Cristian Riva, mentre la leggenda è tratta da questo post sulla pagina Facebook “I Cammini di Orobie”. Per saperne di più sulla guida Dol dei Tre Signori, cliccate sull’immagine qui sotto: per ogni altra informazione al riguardo e per sapere come reperirla, potete consultare www.orobie.it/cammini/, scrivere un messaggio a redazione@orobie.it oppure telefonare al numero 035/240.666.