Idiotas & idiotes*

Un buon riassunto dello stato attuale della situazione politica generatasi tra Spagna e Catalogna (e non solo lì…)?
Bene: c’è un idiota che ha torto, e un altro idiota che ha ragione. In quanto tali, quando il secondo idiota dà torto al primo, questo passa dalla parte della ragione e l’altro da quella del torto (principio valido anche in senso inverso).
Ecco.

Se invece volete qualche dettaglio in più, vi consiglio questo articolo di Valigia Blu, senza dubbio uno dei migliori organi di informazione e approfondimento italiani. E quando dico “uno dei migliori” intendo dire che, per contare anche gli altri di simile qualità, bastano le dita di una mano.

(*: idioti = “idiotas” in spagnolo, “idiotes” in catalano.)

Annunci

Una “crema catalana” uscita (molto) male

(Vignetta di Gava | Marco Gavagnin – http://www.gavavenezia.it/)

Da un lato, la Catalogna con le proprie ambizioni indipendentiste e secessioniste con forti basi storico-culturali, e le assai stupide quando non scellerate scelte politiche attuate per perseguirle; dall’altro la Spagna con le proprie indubbie ragioni costituzionali e le altrettanto stupide quando non squadriste reazioni politiche messe in atto per impedire gli intenti catalani. In mezzo, cittadini comuni assolutamente liberi di esprimere le proprie scelte pro o contro l’indipendenza invocata ma liberamente manganellati e sottoposti a ignobili violenze per ordine governativo.

Assenti ingiustificati, invece: il diritto alla libertà d’opinione e alle libere scelte politiche di ogni singolo individuo, il dialogo culturale (prima che politico) necessario in una società veramente “civile”, la democrazia per come ci vogliono far credere che esista, l’Europa in quanto parte del mondo realmente avanzata ed emancipatasi rispetto a una certa propria tragica storia novecentesca, una “politica” che sia veramente tale e non il solito, secolare camuffamento di un potere il cui solo scopo è quello di soffocare qualsiasi autentica libertà politica e democratica dei cittadini ad esso sottoposti.

Con tali elementi in gioco, o assenti da esso, la barbarie di qualsiasi segno avrà sempre vita facile. Alla faccia della nostra “civiltà” occidentale e del nostro crederci sempre e comunque i migliori del mondo senza comprendere cosa ciò significhi realmente, e cosa debba comportare al fine di ricavare realtà autenticamente virtuose da parole altrimenti sempre belle tanto quanto vuote.

2 giugno

Tra il 2 e il 3 giugno 1946, gli italiani votarono per scegliere la forma istituzionale dello Stato tra repubblica e monarchia, dopo la fine del regime fascista a lungo appoggiato dalla famiglia regnante. I risultati ufficiali del relativo referendum, che per la prima volta nella storia italiana avvenne a suffragio universale, furono annunciati il 18 giugno 1946: 12.718.641 di italiani avevano votato a favore della repubblica, 10.718.502 a favore della monarchia e 1.498.136 avevano votato scheda bianca o nulla.
Nel Nord Italia la repubblica vinse in quasi tutti i centri urbani principali, mentre al sud il voto fu quasi ovunque prevalente per la monarchia (a Napoli 900 mila voti per la monarchia contro neppure 250 mila per la repubblica; a Palermo quasi 600 mila contro 380 mila); a Roma i voti per la monarchia furono più di quelli per la repubblica, di poco (circa 30 mila schede).
Dai dati del voto l’Italia risultò divisa in un Sud monarchico e un Nord repubblicano. Le cause di questa netta dicotomia possono essere ricercate nella differente storia delle due parti dell’Italia dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943. Per le regioni del Sud la guerra finì appunto nel 1943 con l’occupazione alleata e la progressiva ripresa del cosiddetto “Regno del Sud”. Per contro, il Nord dovette vivere quasi due anni di occupazione nazista e di lotta partigiana (contro appunto i tedeschi e i fascisti della RSI) e fu l’insanguinato teatro della guerra civile (che ebbe echi protrattisi anche molto dopo la cessazione formale delle ostilità). Le forze più impegnate nella guerra partigiana facevano capo a partiti apertamente repubblicani (Partito comunista, Partito socialista, Movimento di Giustizia e Libertà).

Insomma: con un po’ di sano cinismo geopolitico si potrebbe dire che anche in quell’occasione l’Italia si palesò, sostanzialmente, come un’espressione geografica più che un’autentica nazione basata su ideali condivisi – quasi esattamente 100 anni dopo che il Metternich lo notò. Forse fu solo il frutto del più libero e democratico risultato statistico, forse invece fu veramente l’ennesima prova, in salsa “istituzional-referendaria” di quanto sopra. E da allora ne stiamo pagando le conseguenze.

(Informazioni e dati tratti da qui e da qui.)

Alberto Benini, “Casimiro Ferrari, l’ultimo Re della Patagonia”

copertina_casimiroIl mondo dell’alpinismo, inutile dirlo, è affascinante già di suo per le grandi imprese che ne contraddistinguono la storia, e che hanno da sempre rappresentato vere e proprie sfide ai limiti umani, vinte da intrepidi scalatori non solo per sé stessi ma, in un certo senso, a nome dell’umanità intera. Tuttavia, se possibile, c’è una peculiarità in più che rende quel mondo probabilmente unico nel panorama complessivo delle attività umane, oltre, appunto, il senso fisico/atletico e tecnico della salita e della conquista di una vetta, ed è il fatto di essere spesso animato da personaggi incredibili, dotati non solo di forza fisica eccezionale ma anche di pari spirito ed energia vitale, e dal carisma supremo – evidente riflesso sulla figura e sulla personalità di una tempra interiore fuori dal comune, proprio grazie alla quale hanno saputo compiere quelle imprese per cui hanno raggiunto la più o meno grande fama: veri e propri studenti-modello di quella “scuola di vita” che da più parti è ritenuta la montagna, ed esempi che certo farebbero assai bene alla società contemporanea ben più di tanti altri più famosi, mediaticamente, tanto quanto ben poco (o per nulla, anzi) meritevoli di tale notorietà.
E tra alpinisti ormai celebri come star del cinema e/o assurti al rango di vere e proprie icone – i vari Messner, Bonatti, Cassin, solo per fare qualche nome – ve ne sono altri la cui fama non ha oltrepassato di molto i confini del mondo alpinistico, pur a fronte di imprese a dir poco eccezionali, e di sicuro uno di questi è stato Casimiro Ferrari (1940-2001), forse il più grande alpinista italiano, se non del mondo, della generazione di mezzo tra quella di Bonatti e l’era moderna/contemporanea di Messner, alla cui vita purtroppo interrotta da un male incurabile Alberto Benini dedica Casimiro Ferrari, l’ultimo Re di Patagonia, edito da Baldini Castoldi Dalai, completa e strutturata biografia di un “personaggio” nel senso più pieno del termine, lecchese di nascita e di vita e patagonico d’adozione, da cui il sottotitolo del volume – e l’appellativo di “re di Patagonia” non appaia esagerato e limitato alle sole sue conquiste alpinistiche…

Leggete la recensione completa di Casimiro Ferrari, l’ultimo Re di Patagonia cliccando sulla copertina del libro lì sopra, oppure visitate la pagina del blog dedicata alle recensioni librarie. Buona lettura!